Mozione conclusiva del 3° congresso nazionale di Sinistra Critica, Trevi, 30 settembre 2012

Una crisi epocale

La fase storica che attraversiamo è caratterizzata da una crisi generale della società, così come l’abbiamo conosciuta storicamente. Tutti gli elementi costitutivi ne sono scossi.
Sul piano ambientale, assistiamo ad una drammatica evidenza della insostenibilità globale della produzione capitalistica e dello sfruttamento umano delle risorse della terra. Si sono prodotti e continuano a prodursi trasformazioni ambientali, cambiamenti climatici e fenomeni di penuria alimentare devastanti che solo una decisa inversione di rotta sul piano economico potrebbe far sperare di tamponare e forse di risolvere.

Appare con nettezza a settori sempre più vasti dell’opinione pubblica la stridente contraddizione tra la salvaguardia di livelli minimamente accettabili di qualità dell’aria, dell’acqua e dei cibi e una produzione basata sulla massimizzazione dei profitti. Si moltiplicano casi di evidente incompatibilità tra la salvaguardia dell’occupazione e quella della salute dei lavoratori, delle lavoratrici e dei cittadini stessi, a meno di una immediata e drastica inversione di rotta negli assetti produttivi, sociali e democratici.

Sul piano economico, la crisi finanziaria si intreccia con quella di sovrapproduzione, rendendo inaccettabili per ampi settori delle classi dominanti le ricette tradizionali “anticicliche”; si è prodotto nel corso degli ultimi venti anni un colossale spostamento di reddito dal lavoro al capitale, cosa che rende sempre più asfittici i mercati interni e accelera la spirale recessiva.

Nel frattempo, i profitti finanziari per i grandi investitori internazionali continuano a crescere, mettendo sempre più alle strette i bilanci pubblici di numerosi stati, che scelgono di destrutturare ciò che resta dello stato sociale postbellico e di mettere sul mercato servizi e proprietà un tempo pubbliche, spesso considerati (a ragione) elementi di civiltà.

Si realizza una gigantesca ridefinizione della scala di potere economico, anche nelle classi dominanti, con un vasto spostamento di capacità produttive verso l’Asia (e in generale verso i paesi di “nuova industrializzazione”) e con una lotta (intercapitalistica) tra potenze capitaliste globali (vecchie e nuove) esacerbata che impoverisce e mette fuori mercato i settori capitalistici più arretrati e più marginali e produce una progressiva concentrazione tendenzialmente monopolistica.

Sul piano politico, dopo la ostentata esibizione della “superiorità” economica e democratica del modello capitalistico al fine di portare a conclusione la crisi irreversibile del modello su cui si erano strutturati i paesi detti “socialisti”, la democrazia borghese, privata del condizionamento fondamentale della lotta dei ceti subalterni, torna a rivelarsi di nuovo per quello che è, una finzione politico-ideologica al solo scopo di mimare nel parlamento una rappresentanza popolare, ma senza alcun nesso con i bisogni e le aspirazioni reali della grande maggioranza e ferreamente subordinata ad assetti economico sociali presunti immodificabili.

La crisi della democrazia assume in Europa uno spessore inedito di fronte al trasferimento dei poteri decisionali nelle mani della tecnocrazia della UE, una tecnocrazia strettamente vincolata agli interessi del grande capitale continentale industriale e finanziario e totalmente e perfino formalmente sottratta ad ogni controllo popolare seppure mediato attraverso gli strumenti istituzionali dei singoli stati, dove comunque sono gli organismi esecutivi ad avere sempre maggiori poteri a discapito della stessa democrazia “rappresentativa”.

A tutto ciò si assomma, in particolare in Italia, una definitiva crisi di credibilità degli apparati politici e partitici creatisi nella cosiddetta “seconda repubblica”, complessivamente inquinati dal prevalere degli interessi personali e/o di cricca e di potere e sfrontatamente disinteressati rispetto agli interessi di chi dovrebbero rappresentare. Il personale politico istituzionale appare a sempre più vasti settori di opinione pubblica come un “mandarinato”, definito giustamente casta, del tutto lontano dai problemi e dagli assilli quotidiani delle cittadine e dei cittadini.

Prosegue a livello internazionale il processo di riarmo e l’utilizzo dello strumento militare come elemento fondamentale della politica di presenza e di controllo di materie prime da poter bruciare sull’altare del produttivismo e dagli spostamenti globali degli assetti geopolitici. I bisogni sociali e di libertà e di indipendenza politica e culturale dei popoli sono calpestati come non mai negli ultimi venti anni anche da una ripetuta serie di guerre – oltre che dal preesistere di regimi dittatoriali e sanguinari – che rinfocolano nelle nazioni e nelle culture oppresse un senso di frustrazione e di desiderio di vendetta che allarga gli spazi per le correnti integraliste e terroristiche a discapito delle correnti progressiste e nazionaliste rivoluzionarie.

Il valore delle resistenze

Eppure in questa crisi le resistenze stanno avvenendo in forme anche superiori alle attese o alle previsioni. Il ritorno contestuale di Occupy e degli Indignados esprime il grado di incomprimibilità di una certa attitudine alla rivolta ma soprattutto un attaccamento di tipo nuovo alla democrazia e alla possibilità di incidere sulle decisioni.

Le rivoluzioni tunisina e egiziana e le lotte antidittatoriali nello Yemen, nel Bahrein, in Libia e in Siria, la ripresa delle lotte in Palestina, dimostrano come questo quadro di crisi possa produrre anche grandi sussulti e importanti esperienze di liberazione e come, nonostante la crisi della sinistra a livello internazionale e la la tendenza controrivoluzionaria prevalente, la prospettiva della rivoluzione sia tutt’altro che espunta dalla storia.

Esistono, correnti sotterranee, o sotto traccia, che attraversano il pianeta e che improvvisamente esplodono, bucando la crosta della pace sociale e ponendo problemi inediti.
Non sappiamo se in Italia si produrranno nell’immediato diramazioni di questa rivolta. Notiamo oggi che le forme di politicizzazione sono più complesse del passato e vivono una relazione dialettica tra l’elemento politico e quello sociale. E danno vita, così, nella persistente crisi della soggettività di classe organizzata, a una domanda politica di tipo nuovo che richiede strumenti adeguati, attenzione, agilità di movimento.
Il problema di fondo per noi e la sinistra di classe è farsi trovare pronti nel momento in cui questa rivolta dovesse esprimersi sapendo che non lo farà nelle forme classiche e che, anzi, potrebbe sorprenderci più di quanto noi stessi immaginiamo. Non sappiamo se, come e quando si produrrà un sussulto delle lotte anche in Italia, ma scommettiamo sul riavvio di un ciclo di lotte, sulla rivolta contro il capitalismo consapevole che le forme di politicizzazione sono oggi diverse e più complesse. Per questo approntiamo una serie di strumenti di interventi e di costruzione che valorizzino le nostre diverse collocazioni e competenze.

Il caso italiano

Il governo di Mario Monti non è stato, agli occhi dei più, quel governo salvifico che avrebbe permesso all’Italia di risalire la china ma uno dei tanti governi che ha operato a colpi di tagli sociali e tasse. Il suo prestigio è offuscato, il consenso ridotto. Dal suo punto di vista Monti ha svolto il ruolo per cui è stato chiamato in campo: stabilizzare i ceti dominanti – difficile parlare, oggi, di una borghesia italiana come se ne poteva parlare negli anni 70, 80 o anche 90, tanti sono i conflitti, i punti di contrasto, le appartenenze diverse e gli interessi sovrapposti – sconquassati dagli effetti perversi del berlusconismo (e soprattutto non tutelati di fronte alla crisi internazionale) e in cerca di nuovi equilibri. Sul piano sociale Monti ha realizzato quanto si era ripromesso: garantire il capitale finanziario – scontentando un po’ i settori maggiormente interessati alla produzione – in primis le banche, garantire il capitalismo europeo che ruota attorno alla Bce e alla mediazione franco-tedesca, far pagare il risanamento al lavoro dipendente senza colpire le rendite, i profitti e i grandi capitali, sterilizzerare il conflitto sociale grazie all’apporto del Pd e a quello, più riottoso ma comunque garantito, della Cgil. Che poi tutto questo sia servito a risolvere la crisi è altra cosa.

La crisi è sempre là, i problemi congiunti e speculari di sovra-capacità produttiva – ben esemplificati dal caso Fiat che utilizza a pieno la crisi stessa per sferrare colpi di maglio al lavoro dipendente sul piano delle conquiste storiche (contratto e statuto lavoratori – e di fragilità finanziaria da parte delle grandi banche e dei bilanci pubblici costituiscono ancora un punto irrisolto. E che nessuna delle politiche messe in atto – né il liberismo euro-tedesco né il morbido keynesismo obamiano, né i tentativi di Draghi di destreggiarsi tra questi due poli – sembra in grado di risolvere. Si conferma una linea di fondo che abbiamo tutti cercato di sostenere e cioè che solo una alternativa radicale, anticapitalista, fondata su democrazia e pubblicizzazione dei grandi gangli economici, potrà permettere di intravedere qualche via di uscita.

Sul piano politico, però, il lavoro di Monti ha forse dato più frutti perché quella che sembrava una vittoria inarrestabile, alle prossime elezioni, del Partito democratico deve oggi fare i conti con il progetto centrista e moderato dello stesso Monti, dei circoli di potere che lo spalleggiano, di formazioni come l’Udc e della rimodulazione del quadro politico. Per il Pd si tratta di fare i conti per l’ennesima volta con la propria ineliminabile contraddizione: ha portato acqua alla gestione liberista della crisi, oggi vorrebbe smarcarsene ma, oltre a non riuscirci è costretto anche a fare i conti con una possibile sconfitta del proprio progetto e il non accesso, assai probabile, alle leve del comando.

La contraddizione del Pd non ci stupisce, da tempo sottolineiamo che il cambio di paradigma più rilevante avvenuto nel corso degli ultimi venti anni è il cambio di natura di quella formazione politica da espressione riformista e moderata di interessi sociali ancorati al mondo del lavoro – una classica socialdemocrazia – a difesa e tutela di interessi borghesi ancorati al mondo del capitale produttivo ma anche finanziario come dimostra l’intreccio con il mondo bancario. E’ una constatazione che ancora manca al resto della sinistra più o meno radicale o di classe, collocata alla nostra destra, che non smette di oscillare tra la ricerca di una indipendenza e il bisogno di alleanze con il Pd per nutrire ambizioni personali o esigenze burocratiche e di apparato.

Eppure, il quadro politico dimostra ancora l’esistenza di un vasto spazio alla sinistra del Pd come alternativa credibile e netta alle sue politiche in direzione di una rifondazione della sinistra di classe – magari con settori anticapitalisti alleati a opzioni “riformiste” classiche ma tutte legate alla difesa degli interessi del proletariato – alternativa e in opposizione anche al Pd e ai suoi alleati. E’ questo che spiega il successo di Syriza in Grecia e non certo la formula che l’ha animata, del resto frutto di anni e anni di attività spesso senza efficacia sociale e incidenza significativa. Nel vivo di una crisi epocale, una sinistra alternativa al progressismo liberale – o come vogliamo chiamare cose come il Pasok – ha rappresentato una chance per ampi settori popolari.

L’alternatività è resa più complicata in Italia dalla presa della cosiddetta anti-politica raffigurata nel momentaneo successo della lista Grillo. Un successo che non potrà che essere accresciuto da casi come quelli che hanno messo sottosopra il Lazio e il Pdl e sancito la sconfitta sul campo della Polverini. Non abbiamo approfondito fino in fondo questo fenomeno e, spesso, lo osserviamo a distanza e con malcelata diffidenza. Il fatto è che nell’espressione classicamente qualunquista del “sono tutti uguali” oggi c’è una verità di fondo: sono veramente tutti uguali perché applicano tutti la stessa politica, condita con colorazioni diverse a seconda dello schieramento vincente – un po’ di razzismo e populismo con la destra, un po’ di buonismo e di rispetto istituzionale per il centrosinistra – solo che questa verità non emerge nella sua connotazione di classe e non aiuta a dirottare l’evidente rabbia sociale verso gli obiettivi adeguati. Anzi, è del tutto evidente che un settore consistente delle classi dominanti utilizza l’antipolitica per sparare sulla politica ufficiale, del tutto indifendibile, per strappare assetti migliori o vere e proprie concessioni immediate. Il nostro compito è quello di alimentare un'”antipolitica” di classe che abbia come punto di attacco, non solo la denuncia della “casta” ma soprattutto la sostanziale identità dei partiti sulle questioni sociali.

Con questo umore occorre fare i conti sul serio perché agita una parte rilevante dei settori a cui ci rivolgiamo, soprattutto il precariato intellettuale ma anche il mondo del lavoro. Non si tratta di intestarsi “l’anti-politica” ma di padroneggiare meglio le sovrapposizioni tra rivendicazioni sociali e rabbia contro le istituzioni e cogliere le opportunità in un settore magmatico ma oggi presente sulla scena politica.

Sul fronte sociale, in fondo, si sconta la negatività del ruolo del sindacato di masse accanto all’impasse di quello alternativo. Lo sciopero del Pubblico impiego del 28 settembre ne costituisce un esempio significativo. Ma anche la vicenda Fiat, al di là della resistenza Fiom, ha dimostrato l’inadeguatezza strutturale di un sindacato confederale come la Cgil che invece di mobilitare tutte le sue forze per isolare il tentativo di Marchionne, stimolando conflitto, resistenza, agendo sull’insieme del patronato italiano, ha scelto la via della contrattazione difensiva, prima siglando l’accordo del 28 giugno e poi accettando il tavolo sulla produttività. La recente svolta moderata del gruppo dirigente della Fiom, visibile e netta, con l’involuzione del suo dibattito interno, che vede proprio compagne/i della Rete 28 Aprile-Opposizione Cgil, come “vittime” designate, avvalora questa necessità. Così come la vita interna e la pratica sindacale del maggior sindacato alternativo, l’Usb, conferma il bisogno di una discussione di fondo.

L’offensiva borghese non ha trovato nessuna risposta significativa, soprattutto dopo la caduta di Berlusconi e il venir meno del collante dell’opposizione al suo governo. La complicità dei sindacati confederali si è alimentata nella acquiescenza diffusa, a sua volta alimentandola: sono state così cancellate le pensioni di anzianità, rese sempre più aleatorie quelle di vecchiaia, ridotti brutalmente gli ammortizzatori sociali, è stato cancellato l’art. 18, i dipendenti pubblici sono seriamente minacciati di licenziamento, ecc. senza nessuna contestazione di massa.

Ciò non significa che sia spenta ogni capacità di reazione e di resistenza alle politiche padronali. Anche in questi anni e perfino in queste ultime settimane si sono prodotte mobilitazioni operaie, di lavoratori, precari, giovani di risposta a specifici attacchi delle classi dominanti, soprattutto per tentare di impedire la chiusura di posti di lavoro (dall’Alcoa all’Almaviva) o, almeno, per attenuarne le conseguenze sociali. E in questi mesi si sono mobilitati e continuano a mobilitarsi settori sociali nuovi, sul piano della difesa dei “beni comuni”, contro produzioni inquinanti (Taranto) o Grandi opere destinate solo alla salvaguardia dei profitti (Val di Susa). Resistenze differenziate e articolate che, finora, non hanno mai trovato un momento di coordinamento e unità d’azione, catalizzando un’attenzione più ampia e un’incidenza più profonda.

Un movimento contro la crisi

Per questo motivo ci impegniamo a puntellare, rafforzare e costruire le occasioni di mobilitazione e di discussione di massa per far avanzare l’ipotesi di un Movimento unitario contro la crisi che continua a costituire il nostro orientamento di fondo. Un movimento democratico e plurale, indipendente dal quadro politico e alieno da tentazioni politiciste e in grado di realizzare un programma di lotta e di obiettivi che contrasti la crisi e indichi le vie per uscirne:
– il rifiuto del pagamento del debito illegittimo e la realizzazione di un’auditoria con congelamento del pagamento degli interessi;
– una riforma fiscale che faccia pagare chi non ha mai pagato, colpisca le rendite e i profitti a vantaggio dei redditi da lavoro dipendente, colpisca i grandi patrimoni battendo l’evasione fiscale a partire dall’abolizione del segreto bancario;
– una piano per una banca pubblica nazionale, pubblicizzando, sotto il controllo di utenti e lavoratori, le banche in crisi ma anche le aziende che minacciano licenziamenti e chiusura a partire da Fiat, Ilva, Alcoa e altre ancora;
– Un piano pubblico nazionale, sotto controllo democratico, di opere ecologiche, difendendo e allargando i cosiddetti beni comuni, risanando il territorio, sviluppando un’economia ecologicamente sostenibile e democraticamente governata, riducendo l’orario di lavoro e redistribuendo il lavoro tra tutte/i;
– La stabilizzazione dei lavoratori precari e un pacchetto di diritti del lavoro da difendere e da riconquistare a partire dall’articolo 18 e dalla democrazia nei luoghi di lavoro. C’è inoltre da incrementare il salario e in questo senso rilanciamo la proposta di Sinistra Critica sul salario sociale presentata in Parlamento nella forma di legge di iniziativa popolare e su cui abbiamo raccolto 50 mila firme;
– La difesa e l’ampliamento dei diritti sociali fondamentali, dalle pensioni alla sanità ai servizi sociali, alla difesa della scuola e dell’università pubbliche.
– L’unità di diritti con i lavoratori, lavoratrici, cittadini migranti e per il diritto alla cittadinanza sulla base della residenza in Italia;
– Il superamento delle evidenti discriminazioni legislative verso i soggetti Lgbt a partire dall’elaborazione di un dibattito collettivo su un Welfare di tipo individuale e non più familista.

Un primo impegno di lavoro, sia sul piano politico sia su quello sindacale e dei movimenti, è quello di cominciare a misurarsi sul “teatro europeo”, togliendo alle classi dominanti il monopolio di quel teatro, costruendo mobilitazioni e scioperi coordinati, organizzazione e autorganizzazione transnazionale, momenti di confronto reale (al di là della ritualità e del moderatismo di certi Social Forum). Sperimentare lotte (siano esse sindacali, giovanili o ambientali) sul piano europeo, dunque sul teatro indicato da tutti strumentalmente o realmente come il teatro decisivo, può ridare fiducia ai movimenti, ricostruire una nuova partecipazione, contribuire a sbloccare una situazione che sembra paralizzata.

Uno dei contributi principali che Sinistra critica può dare a sbloccare questa situazione deve essere perciò un impegno serio e paziente per arrivare a determinare le condizioni per la creazione di un vero terreno di lavoro coordinato a livello continentale tra tutte le opposizioni di classe operanti nei vari paesi europei. Attraverso l’iniziativa propagandistica, ma anche attraverso l’indizione e la partecipazione ad iniziative di mobilitazione e il radicamento nei movimenti, sempre sostenendo la necessità di una lotta europea, contro una politica che è europea e contro una classe dominante che sempre meno è solo nazionale.

Dopo le grandi manifestazioni e scioperi in Portogallo, a Madrid, in Grecia e in Francia, i principali appuntamenti europei della prossima fase sono la manifestazione contro l’austerità convocata dai sindacati inglesi a Londra il 21 ottobre cui seguirà, il giorno dopo, una Conferenza internazionale a cui decidiamo di partecipare nelle forme più utili.
L’altra occasione è il decennale del Social Forum europeo a Firenze di novembre che ci impegniamo a costruire e in cui intendiamo lavorare sia all’affermazione della campagna contro il debito per rilanciare la necessità della mobilitazione e del coordinamento europeo.
Altrettanto importante sarà l’appuntamento di Madridi del 3-4 novembre organizzato dagli Indignados che segue la mobilitazione di Francoforte del maggio scorso.

In Italia ci sarà l’appuntamento del No Monti Day del 27 ottobre, scadenza utile che intendiamo costruire aprendola maggiormente ai movimenti reali oggi esistenti – dalla Val Susa a Taranto, dai comitati per l’acqua, agli studenti – in modo da costruire un luogo praticabile da tutte le radicalizzazioni sociali e politiche esistenti.

Allo stesso tempo siamo impegnati nella raccolta di firme per il Referendum sull’articolo 18 e l’articolo 8 che, nonostante le forme politiciste con cui questa iniziativa è stata promossa.può essere utilizzata come strumento di intervento nei luoghi di lavoro e contribuire alla costruzione del movimento unitario contro la crisi.

Ci impegniamo, ancora, nella solidarietà militante alle rivolte arabe a partire da quella al popolo siriano oppresso e represso dalla dittatura di Assad. Intendiamo questa solidarietà anche come sostegno concreto a quelle realtà militanti, piccole ma reali, che lavorano per società democratiche, laiche e rivoluzionarie. Va in questo senso il nostro impegno a partecipare al Forum sociale mondiale di Tunisi nel marzo 2013.

Le nostre elezioni

Dentro questa agenda c’è, gioco forza, la scadenza elettorale che segnerà il dibattito, già lo sta facendo, dei prossimi mesi e che rischia di essere il freno principale di una possibile mobilitazione di massa. Le elezioni si presentano quanto mai incerte: l’assetto dei ceti dominanti è ancora in divenire, non sfugge a nessuno che il bandolo della matassa della crisi sia nelle mani degli equilibri europei e che, proprio per questo, esistono corpose pulsioni nazionaliste che alimentano sia formazioni di destra – Alba dorata o FN – che illusioni a sinistra. Nel dibattito sull’uscita dall’euro sono largamente verificabili queste illusioni: il nodo è la politica di austerità: la moneta è solo uno dei tanti strumenti di questa politica.

E’ difficile prevedere come saranno gli schieramenti elettorali se prima non si conoscerà la legge elettorale. Le stesse spinte all’alleanza con il Pd che si sono riaffacciate nel movimento di Di Pietro e che non hanno mai abbandonato il partito di Vendola – o la stessa FdS come dimostrano le prese di posizione del Pdci o il dibattito interno a Rifondazione – possono essere frustrate dall’esito delle primarie democratiche e dalla possibile vittoria di Renzi. Il quale esprime con sufficiente linearità il cambio di natura già avvenuto nel Pd ma che, pure, attrae quella voglia di “nuovo” che, a sua volta, si nutre del rifiuto della politica.

In questo senso la nostra impostazione ribadisce gli assi fondamentali che ci siamo sempre dati:

Una proposta di incontro e di coalizione politica, certamente condivisibile, deve partire dal rilancio di una mobilitazione sociale unitaria contro le politiche della Bce e del governo Monti e contro il pagamento del debito, per la difesa dei diritti di lavoratrici e lavoratori, per il reddito, i diritti civili, la riconversione ecologica della produzione e della società.
E’ su questa mobilitazione che possiamo costruire le basi e i nodi di una rete della sinistra alternativa che vada oltre le esperienze del passato e non ne ricalchi gli errori – magari in forma ancora meno credibile e riconoscibile. Una sinistra che a quel punto si può anche porre obiettivi di presenza elettorale – fuori e contro qualsiasi coalizione con il Pd – che non siano residuali o subalterni. Anche in questo caso, però, perché sia feconda ed efficace occorre la capacità di una proposta nuova, interessante e utile. Non finalizzata a riprodurre apparati, non meramente auto-rappresentativa, plurale: abbiamo bisogno di costruire un luogo, senza primogeniture, formato da diverse esperienze, non ideologico, né riconducibile a simboli già esistenti ma, al contrario, appetibile soprattutto per giovani generazioni e per i movimenti e per lavoratrici e lavoratori dal futuro sempre più incerto.

Possiamo dunque lavorare su questa base per avviare, dopo questo congresso, tutte le interlocuzioni utili, avanzando questa proposta e assumendo così un profilo riconoscibile. Sinistra Critica deve essere titolare della propria proposta e del proprio profilo. Deve agire a tutto campo e distinguersi anche su questo terreno. Sapendo che la soluzione non può essere né “il blocco dei comunisti” ne la riedizione della “sinistra arcobaleno” ma un’ipotesi che faccia i conti con quella situazione sociale, con le attese attuali, con il contesto dell’anti-politica, con la sfiducia nei partiti e nelle forme classiche, con la confusione che regna rispetto allo scontro di classe. Lavoriamo, quindi, perché si affermi questa ipotesi consapevoli comunque che non affronteremo questa scadenza a qualunque condizione.

Per una sinistra anticapitalista

Sinistra Critica punta, fin dalla nascita, alla costruzione di una nuova Sinistra anticapitalista, ecologista, femminista, ampia e plurale, democratica ed efficace socialmente, impegnata nella costruzione di una dimensione internazionale delle lotte.
Su questa strada intendiamo costruire un’articolazione dei nostri strumenti di lavoro e dei nostri progetti, valorizzando le diverse competenze e abilità della nostra piccola, ma preziosa, organizzazione. Ci prendiamo il diritto di sperimentare progetti e modalità diverse del nostro lavoro e di allestire le sedi in cui governare in termini unitari e solidali.

Il congresso ha legittimato l’agibilità della proposta politica che è stata avanzata: costruire degli strumenti dell’autorganizzazione per realizzare una più ampia area anticapitalista. La legittimità di questa opzione si traduce in una sua sperimentazione, a partire dal suo approfondimento, e a cui dedicare strumenti (sito), sedi, risorse, energie, dibattito, iniziativa politica.
Vogliamo quindi provare a fare dei passi avanti sugli strumenti per l’autorganizzazione a partire da quanto indicato nel documento congressuale, su alcune delle ipotesi:

  • un progetto per Rid;
  • un progetto ecologista;
  • l’ipotesi di una Rete sindacale per l’autorganizzazione, raccordata al progetto più generale di radicamento di Sc nei posti di lavoro;
  • un progetto Lgbt cui destinare forze adeguate;
  • una discussione su come questa ipotesi si realizza in campo femminista;
  • il rafforzamento dell’intervento studentesco e la sua valorizzazione nel processo di discussione dell’area anticapitalismo;
  • la definizione di un progetto culturale che valorizzi gli strumenti editoriali di cui disponiamo.

Crediamo, in particolare, che Rivolta il debito abbia una potenzialità non ancora espressa. Ad esempio vanno colte le possibilità interne all’appello “Per una nuova finanza pubblica” promosso insieme ad altre strutture e che si presenterà al Forum di Firenze. Esiste in quel quadro una possibilità concreta per realizzare dei veri e propri audit, che coinvolgano forze vive. Ma si possono anche organizzare veri e propri collettivi di Rid in grado di costruire vertenzialità sociale e dare quindi gambe reali a un progetto di campagna nazionale.

Oltre a questa proposta il congresso ha legittimato altre ipotesi di costruzione e strumentazione. Rispetto al mondo del lavoro, occorre valorizzare e sviluppare l’intervento e il radicamento nei luoghi di lavoro ridefinendo meglio gli strumenti e le linee di intervento di SC con la costituzione di un esecutivo lavoro stabile, la costruzione di pagine web “Sinistra Critica Lavoro” specificamente dedicate, la produzione regolare di volantini e notiziari, scritti centralmente e adattabili ai differenti contesti, un maggiore coordinamento die settori di interventi e la relazione, peraltro già avviata, con analoghe esperienze di altri paesi europei.
Lavoreremo nei prossimi mesi alla realizzazione di un’assemblea dei lavoratori e lavoratrici, precari, disoccupati che rifaccia il punto della situazione sindacale e che metta in agenda l’efficacia del nostro intervento nei luoghi di lavoro.
Lavoreremo inoltre per il sostegno e l’integrazione nel progetto più generale di Sc della presenza e dell’attività dei nostri circoli che intervengono e svolgono un lavoro politico in realtà territoriali e periferiche in città medio-piccole.

Un’altra sperimentazione sarà quella della partecipazione alla vita del Comitato No Debito, lavorando perché sia uno strumento utile alla costruzione del movimento unitario contro la crisi, soprattutto se tale movimento saprà lavorare per il coordinamento e il reciproco riconoscimento tra tutte le esperienze di lotta che si sviluppano nel paese.

Costruiremo una campagna nazionale che riponga al centro dell’attenzione dei lavoratori e dell’opinione pubblica la insostenibilità della proprietà privata e della gestione privatistica di aziende che costituiscono realtà cruciali e nevralgiche nella tutela degli equilibri occupazionali, ambientali e sociali di interi territori e a volte dell’intero paese, per rivendicarne il passaggio alla proprietà pubblica possibile solo attraverso la partecipazione e la gestione di tutti, lavoratori, utenti e cittadini.
Di fronte a fatti drammatici, come quelli dell’Alcoa e dell’Ilva, questo obiettivo può diventare una rivendicazione concreta e immediata per le lavoratrici e i lavoratori in lotta per difendere l’occupazione e per i cittadini che vogliono preservare il proprio territorio e il proprio futuro.

Il congresso dà mandato al coordinamento nazionale di mettere a punto, rapidamente, una riorganizzazione degli strumenti di comunicazione a partire dal sito nazionale di Sc e dalla rivista Erre. Si tratta di definirne meglio gli ambiti, i ruoli, l’intreccio tra produzione cartacea e pubblicazione online anche in relazione ai diversi strumenti della nostra area.
Il coordinamento nazionale è anche chiamato a una riflessione sulle sedi e gli strumenti di dibattito culturale e di formazione a partire dal ruolo del centro studi Livio Maitan su cui occorre fare un primo bilancio.

Dopo il congresso andrà fatto un “secondo giro” città per città per discutere della realizzabilità delle varie ipotesi in sede locale o anche di ipotesi diverse.

In particolare sul progetto dell’area anticapitalista ci impegniamo a realizzare nei prossimi mesi un seminario nazionale di approfondimento in forme inclusive, coinvolgendo strumenti come Rid, e in uno spirito collaborativo.

Il valore di Sinistra critica

Sinistra Critica è un patrimonio comune. La nostra organizzazione, infatti, è una riserva di idee e di orientamenti programmatici che hanno un valore al di là della progettualità più immediata e che costituiscono spunti di dibattito e approfondimento;

  • l’orizzonte politico della rottura con il capitalismo e la concezione dell’autorganizzazione come strumento centrale della lotta nell’idea della Prima Internazionale che “l’emancipazione dei lavoratori è opera dei lavoratori stessi”;
  • il valore centrale del lavoro dipendente nelle sue molteplici forme come soggetto pervasivo in grado di rovesciare gli attuali rapporti di dominio;
  • la necessità di saper fondere soggettività e fasi di politicizzazione diverse per costruire un movimento anticapitalismo plurale dal punto di vista generazionale, di genere e orientamento sessuale, di etnia;
  • l’internazionalismo come progetto comune basato sulla “comune comprensione degli avvenimenti” e sulla realizzabilità di progetti comuni. In questo senso ribadiamo la centralità del campo giovani cui Sc lavora da sempre e la necessità di migliorare i nostri strumenti internazionali;
  • il rifiuto di ogni concezione e pratica burocratica nella costruzione di un soggetto politico, nel rapporto con e nei movimenti di massa, nella progettazione di una società alternativa;
  • il ruolo di un soggetto organizzato come motore del cambiamento e non come fine in sé.

Questa elencazione, del tutto provvisoria ed esemplificativa, costituisce l’indicazione di cosa intendiamo per “bene comune”, un progetto organizzato e militante in cui far vivere progetti anche diversi il cui funzionamento dovrà essere garantito da una gestione unitaria.

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