Il cielo grigio del Lingotto

Poco di nuovo sotto il cielo del Lingotto, dove Marchionne ha presentano l’ennesimo piano produttivo della Fiat-Chrysler, per sviluppare ancora una volta il gioco dei modelli che vengono di anno in anno spostati da uno stabilimento all’altro, in un susseguirsi di promesse generiche di rilancio produttivo, che non possono certo rassicurare le lavoratrici e i lavoratori e dare indicazioni certe su quelli che saranno i reali insediamenti produttivi del futuro. Le novità, se ci saranno, sono ipotizzate per il 2015, 2016 privilegiando le gamme alte di modelli e puntando sulle esportazioni. C’è da chiedersi quale sarà il mercato dell’auto tra qualche anno, per ora presidiato saldamente in Europa dalle case tedesche. Marchionne promette che non chiuderà altri insediamenti produttivi in Italia dimenticandosi che, nel frattempo, ha chiuso Termini Imerese, l’Irisbus e la Cnh di Modena L’uniche cose certe sono che il mercato europeo per la Fiat è oscuro, che le nuove produzioni sono rimandate sempre più in là, che il marchio Lancia sta per scomparire, ma soprattutto che molti altri anni di cassa integrazione e di redditi saccheggiati. attendono i lavoratori. Naturalmente anche solo per garantire loro questi salari da fame occorrerà che i soldi li metta lo stato con la cassa integrazione in deroga. E questa è un’altra certezza, che i soldi pubblici sono sempre i benvenuti e soprattutto richiesti come specificato nel velenoso comunicato stampa dell’azienda che chiama ancora una volta i sindacati complici all’ordine, a comportarsi da servi vigliacchi e sciocchi e ad attaccare, senza nominarla, la FIOM, colpevole di porre ostacoli “alle magnifiche sorti progressive” dell’azienda contro “gli interessi del paese e soprattutto degli stessi lavoratori”. Gli utili per gli azionisti (1,2 miliardi), garantiti dall’attività in America, vanno abbastanza bene, ma l’azienda nel 2014 non raggiungerà i 6 milioni di vetture preventivate, ma si attesterà, secondo le previsioni di Marchionne solo a 4,8 milioni prodotte; in compenso l’indebitamento netto già alto (5,4 miliardi) è salito in soli tre mesi ai 6,5miliardi. Naturalmente Marchionne e Elkan fanno il loro gioco e i loro interessi, senza prendere nessun reale impegno, favoriti dal comportamento delle forze politiche, del governo e delle istituzioni locali e nazionali che coi sindacati strapuntino lasciano loro mano libera. E’ questo un comportamento vergognoso di pieno sostegno degli interessi privati degli azionisti dell’azienda e contro gli interessi dei lavoratori, dei territori interessati e del paese stesso. In realtà siamo sempre al punto di partenza. L’impasse della più grande azienda italiana e le scelte dei suoi dirigenti pongono quattro ordini di problemi di primaria grandezza:

  • l’occupazione per molte decine di migliaia di lavoratori, anzi per molte centinaia di migliaia di considerando l’insieme del sistema produttivo delle automotive;
  • le ricadute che tutto questo ha sul tessuto produttivo e sulle regioni che ne sono più direttamente interessate;
  • la necessità di una obbligata riconversione industriale (non si può continuare a produrre auto all’infinito) e la crisi del mercato lo dimostra, e tanto più obbligata perché esigenze ambientali e ecologiche lo pretendono;
  • la necessità quindi di un piano complessivo che ridisegni la mobilità, dentro un quadro di utilità pubblica, di compatibilità ambientali, di garanzia di occupazione di reddito per tutte e tutti.

Pensare che tutto questo possano farlo dei privati è credere ai miracoli. L’intervento pubblico per cominciare anche solo ad affrontare questi problemi è obbligato oltre che necessario. Ma è tanto più necessario, perché in ogni caso lo stato è chiamato a mettere i soldi per gli ammortizzatori sociali per garantire gli interessi padronali e la “pace sociale”. Ma allora bisogna utilizzare i soldi pubblici ad un livello anche più cospicuo, per dare una soluzione complessiva all’insieme delle sfide che prima richiamate.. E’ per queste ragioni di fondo che il nodo dell’esproprio della Fiat è posto; questa azienda va sottratta agli interessi della famiglia Agnelli e soci e posta sotto il controllo pubblico, o, per meglio dire, sotto controllo sociale, il controllo dei diretti interessati, lavoratrici e lavoratori, ingegneri, organizzazioni sindacali, territori, per costruire insieme questo reale piano alternativo, che risponda ai diversi bisogni ed esigenze. Si dirà che non ci sono le condizioni: la consapevolezza dell’opinione pubblica, l’attenzione dei protagonisti, i rapporti di forza, ma dentro la grande crisi e le sfide drammatiche poste i fatti e le coscienze, i rapporti di forza possono anche cambiare. Ai sindacati che vogliono difendere gli interessi dei lavoratori, alle forze politiche che pretendono di essere sulla stessa lunghezza d’onda chiediamo, ne hanno il dovere, di mettere in campo una vasta campagna politica e sociale per sostenere che la Fiat, come tante altre aziende, sono un bene comune e in quanto tale deve essere difeso, diventare una proprietà pubblica e sociale riconvertendola in funzione dei bisogni della collettività.

Franco Turigliatto

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