La Siria e il movimento pacifista

A Firenze si è svolto un lavoro difficile per tenere insieme l’appoggio all’opposizione siriana con il rifiuto dell’intervento armato internazionale. Ma a sinistra c’è ancora chi preferisce banalizzare e, di fatto, sostenere Assad

Piero Maestri

Dieci anni fa il primo Forum Sociale Europeo si chiudeva con una certezza riguardo le scadenze comuni (confermata poi a Porto Alegre): il 15 febbraio dell’anno successivo sarebbe stata la giornata globale contro la guerra all’Iraq, contro la politica della «guerra globale permanente». A «Firenze 10+10» il tema della guerra è stato sicuramente meno centrale nella discussione dei movimenti e delle reti presenti.
Diversi i motivi, in particolare legati alle difficoltà del movimento contro la guerra a seguito di quella che molti considerano una «sconfitta» per l’incapacità (impossibilità) di fermare l’invasione dell’Iraq. In Italia, poi, la sconfitta è segnata anche dall’esperienza del governo Prodi che tante illusioni aveva creato.

Ma è anche vero che sono cambiate molte cose nella politica mondiale da allora. Se ancora la Nato rimane l’alleanza militare globale che si vorrebbe garante dell’ordine neoliberista, è anche vero che al suo interno aumentano le differenze per la presenza di «agende» dei singoli stati a volte poco integrabili; ed è altrettanto vero che l’unilateralismo imperiale statunitense ha maggiori difficoltà a esprimersi, impantanato in Afghanistan, con una «vittoria» in Iraq abbastanza discutibile e l’ascesa di altre potenze regionali e globali.

Le difficoltà di una mobilitazione comune sono il frutto anche di analisi e posizioni differenti, spesso difficilmente conciliabili. Il caso siriano esalta e radicalizza queste differenze.
La guerra in Siria è stata al centro di due diversi workshop: il primo organizzato da diversi soggetti tra i quali Un Ponte per…, Guerre&Pace, la Initiatives pour un autre monde francese»; il secondo dal Campo antimperialista.
Il primo workshop si proponeva di trovare possibili iniziative comuni per contribuire ad una riduzione della violenza in Siria e per sostenere le forze della società civile siriana che lavorano in questa direzione. Nessuna «equidistanza» tra le forze in campo, ma la ricerca (come ha efficacemente sintetizzato un esponente dell’IPAM) di una «via pacifica al ‘regime change’». Perché era ben chiaro agli organizzatori che è la politica di repressione e dittatoriale del regime di Assad ad aver creato le condizioni per la militarizzazione della rivolta e per l’aumento della feroce repressione armata – con il conseguente aumento di vittime civili e di rifugiati all’interno e fuori del paese.
Per questo i lavori sono stati aperti dalle testimonianze di alcuni giovani siriani che hanno raccontato la loro esperienza di attivisti contro il regime e della situazione siriana.
In questo senso le cose non stanno come ha ridicolmente raccontato la giornalista de «il manifesto» Chiara Ricci che si è accontentata di raccogliere l’opinione della rete Romana No War secondo la quale «solo la presenza di un uditorio attento e informato ha potuto bilanciare la discussione, di fronte a relatori sostanzialmente schierati a sostegno delle forze ‘ribelli’».

In realtà 4/5 esponenti delle rete NoWar hanno svolto un ruolo di minoranza fastidiosa, intervenendo a raffica e interropendo chi non la pensava come loro sostenendo che in Siria non c’è alcuna rivolta ma solamente il frutto del complotto imperialista e delle potenze regionali che vogliono imporre una guerra come in Iraq, Afghanistan, Libia.

A parte la loro inutile presenza, la discussione ha registrato comunque una difficoltà di comprensione e di posizionamento per il movimento contro la guerra – che non riesce a definire le coordinate di una possibile iniziativa comune, che a nostro avviso dovrebbe avere quattro caratteristiche convergenti: sostenere le ragioni dell’opposizione al regime e la necessità di una transizione democratica in Siria; lavorare per una riduzione del livello di violenza e militarizzazione; sostenere le realtà della società civile indipendente in Siria – anche attraverso un aiuto «umanitario» rivolto in particolare alle/ai profughe/i; e allo stesso tempo mobilitarsi con nettezza contro qualsiasi intervento esterno (in primo luogo quello dei «nostri governi» della Nato, ma anche quello delle monarchie del Golfo e, dall’altra parte, di Russia e Iran) che condizionerebbe pesantemente la possibilità di una piena autodeterminazione del popolo siriano (oltre a moltiplicare le violenze per la popolazione).

Le manipolazioni dell’informazione, la scarsa attenzione per quanto succede sul campo, una malcelata sfiducia nelle capacità dell’opposizione siriana (da molte/i considerata semplice marionetta nelle mani di Usa o paesi del Golfo), il giusto allarme verso le politiche imperialiste, le differenti analisi sulle rivoluzioni arabe e sulle loro dinamiche non permettono ancora un’iniziativa comune di tutto il movimento contro la guerra.

La discussione non è stata però inutile, e ha comunque portato ad un impegno comune di alcuni soggetti per una maggiore conoscenza e quindi sostegno alle realtà della società civile indipendente siriana – con un appuntamento più largo previsto per il Forum sociale mondiale a Tunisi. E intanto concentrare gli sforzi per il sostegno umanitario e per l’aiuto a chi decide di disertare la guerra – con un occhi attento alle proposte di «cessate il fuoco» che non siano una maschera per dare fiato al regime e permettergli di riprendere indisturbato la sua repressione feroce.

In questo senso va segnalata l’iniziativa che dovrebbe portare prima di fine dicembre ad una Conferenza internazionale (probabilmente a Vienna) con quattro obiettivi: un negoziato interno senza precondizioni (in questo senso anche il cessate il fuoco non sarebbe una condizione, ma una fase del processo); il ristabilimento dei diritti del popolo siriano, rifiutando tutti gli interventi stranieri; lo stabilimento di diritti sociali in un processo costituzionale, tramite il negoziato e un governo di transizione che porti a elezioni democratiche (senza esclusione a priori di alcuna grande forza politica); un impegno per evitare che lo scontro assuma caratteri interconfessionali.

Questa proposta (vedi www.peaceinsyria.org) – sostenuta anche da due premi Nobel come Perez Esquivel e in Italia da personaggi come Danilo Zolo, padre Zanotelli, Margherita Hack – è stata al centro del workshop organizzato dal Campo antimperialista con la presenza di Michel Kilo, storico esponente dell’opposizione siriana laica e di sinistra. Un incontro interessante che lascia comunque qualche perplessità sulla fattibilità della proposta, vista la reiterata volontà del regime di rifiutare qualsiasi dialogo e il rischio che sia vissuta da molte forze dell’opposizione interna come un «cedimento» nei confronti del regime.

Ma nella presente situazione siriana ogni onesto tentativo di arrivare ad una soluzione pacifica – che metta fine al regime di Assad e riconsegni la Siria a dinamiche politiche non armate, va guardato con attenzione e interesse. Sottolineandone l’onestà degli intenti – a differenza di alcune esperienze molto propagandate anche da noi da chi pensa che il primo obiettivo sia quello di porre fine alla rivolta in quanto eterodiretta e per questo non si accorge (o non vuole farlo) di sostenere iniziative piuttosto vicine al regime stesso.
E comunque, dal nostro punto di vista, questo lavoro di sostegno ad una soluzione pacifica deve accompagnarsi ad una relazione sempre più forte con l’opposizione laica e democratica e con i comitati locali della rivolta impegnati a resistere al regime sul territorio siriano.

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