Donne del Mali: diciamo NO alla guerra su commissione

Il pesce s’inganna se crede che il pescatore è venuto per dargli da mangiare

(Karamoko Bamba, movimento Nko)

Non ammettiamo più che si ignori che, sotto i nostri foulard colorati, non dissimuliamo solo, con un gesto fugace, i serpenti indomabili neri o bianchi dei nostri capelli intrecciati, ma anche le nostre idee

L’Afrique mutilée

Aminata TRAORÉ et Nathalie M’DELA-MOUNIER, Edizioni Taama 2012

Introduzione

La situazione del Mali rivela una realtà terribile che si manifesta in molti altri paesi in conflitto: la strumentalizzazione della violenza sulle donne per giustificare l’ingerenza e le guerre per la predazione delle risorse dei loro paesi. Le donne africane devono saperlo e farlo sapere.

Così come l’amputazione dei due terzi del territorio del Mali e l’imposizione della sharia alle popolazioni delle regioni occupate sono umanamente inaccettabili, la strumentalizzazione di questa situazione e dei destini delle donne sono pretesti moralmente indifendibili e politicamente intollerabili.

In questo contesto, qui ed ora, noi, donne del Mali, abbiamo un ruolo storico da giocare, per difendere i nostri diritti umani contro tre forme di fondamentalismo: quello religioso dell’islam radicale; quello economico che predica l’onnipotenza e unicità del mercato; e quello politico della democrazia mistificata puramente formale, corrotta e corruttrice.

Invitiamo tutti coloro, donne e uomini che nel nostro Paese, in Africa e nel mondo intero si sentono solidali alla causa della nostra liberazione da questi tre fondamentalismi ad unire le loro voci alle nostre, per dire insieme “NO!” alla guerra su commissione che si profila all’orizzonte. Gli argomenti che seguono motivano il nostro rifiuto.

1 Il Rifiuto della Democrazia

La richiesta di schierare le truppe africane nel nord del Mali, trasmessa dalla Comunità degli Stati dell’Africa dell’Ovest (CEDEAO) e dall’Unione Africana alle Nazioni Unite, si basa su un’analisi deliberatamente tendenziosa e illegittima, che non è in alcun modo fondata su un processo di consultazione nazionale degno di questo nome, né alla base né al vertice. Tale analisi ignora la grave responsabilità morale e politica delle nazioni che hanno votato e consapevolmente violato la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza, trasformando il mandato di protezione della città di Bengasi in un’autorizzazione a rovesciare il regime libico e ad assassinare Muhammar Gheddafi. Gli arsenali fuorusciti dal conflitto libico hanno aiutato la colazione separatista composta dal Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad (MNLA), Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) e i loro alleati, favorendone la vittoria contro un esercito maliano demotivato e disorganizzato.

Con l’approvazione di un intervento militare concepito dai capi di Stato africani, prevista per i prossimi giorni, il Consiglio di Sicurezza pretende forse di poter correggere le conseguenze di una guerra ingiusta con un’altra guerra altrettanto ingiusta?

L’Unione Africana, marginalizzata e umiliata nella gestione della crisi libica, può davvero, deve davvero avventurarsi alla cieca in una nuova guerra in Mali senza trarre alcun insegnamento dalla caduta del regime di Muhammar Gheddafi?

Che fine ha fatto la coerenza dei dirigenti africani che si erano in maggioranza opposti – invano – all’intervento della NATO in Libia, nel momento in cui si mettono d’accordo sulla necessità di un nuovo spiegamento di forze in Mali dalle conseguenze incalcolabili?

2 L’Estrema Vulnerabilità delle Donne nei teatri di Guerra

L’International Crisis Group avverte: «Nel contesto attuale, è altamente probabile che un’offensiva militare dell’esercito maliano, appoggiata dalle forze della CEDEAO e/o da altri, finisca per provocare ancora più vittime civili al Nord, aggravare l’insicurezza della popolazione e le condizioni economiche e sociali di tutto il Paese, radicalizzare le comunità etniche, favorire l’espressione violenta di tutti i gruppi estremisti e, infine, trascinare tutta la regione in un conflitto multiforme, senza linee di fronte chiaramente delimitate, in mezzo al Sahara». (Mali : Éviter l’escalade, International Crisis Group, 18 luglio 2012, http://www.crisisgroup.org/fr).

Le conseguenze per le donne sarebbero particolarmente drammatiche. La loro vulnerabilità, che tutti riconoscono a parole, dovrebbe essere nei fatti tenuta seriamente in considerazione quando si tratta di assumere gravissime decisioni, e dissuadere da un’entrata in guerra che può essere evitata. Che deve essere evitata, in Mali.

Non dimentichiamo che gli di stupri e le violenze che oggi denunciamo nelle zone occupate del Nord, con l’arrivo di migliaia di soldati rischiano di aumentare vertiginosamente. Si aggiunga che, nelle aree afflitte da grave precarietà, si sviluppa frequentemente in forme più o meno mascherate il fenomeno della prostituzione, con il conseguente rischio di propagazione dell’AIDS/HIV. Il piano d’intervento militare che sarà sottoposto al Consiglio di Sicurezza prevede o no dei mezzi efficaci per proteggere le donne e le ragazze maliane da tali disastrosi flagelli?

Infine, non possiamo tacere il fatto che le sanzioni economiche imposte dalla comunità internazionale all’intera popolazione maliana, in nome del ritorno a un ordine costituzionale ormai screditato, colpiscono innanzitutto i gruppi più vulnerabili. Dove vige una ripartizione sessuale dei ruoli e dei compiti, le donne fanno fronte a difficoltà enormi per provvedere ai bisogni di acqua, cibo, energia domestica e medicinali per le famiglie. Questa lotta quotidiana ed infinita per la sopravvivenza è già di per sé una guerra. In tale contesto di precarietà e gravissima privazione dell’intera popolazione, e delle donne in particolare, l’opzione militare all’orizzonte è un rimedio che si annuncia peggiore del male. Solo una soluzione pacifica, espressione della società civile, politica e militare del Mali, sarà costruttiva.

3 Le Incoerenze della Comunità Internazionale

Ognuno dei potenti membri della “comunità internazionale”, della CEDEAO e dell’Unione Africana si è profuso nella denuncia delle famose sciagure che subiscono le donne in situazione di conflitto.

A ciascuno il suo: il Presidente francese François Hollande, in prima fila nella difesa dell’opzione militare, ha sottolineato le sofferenze delle donne «prime vittime delle violenze delle guerre» (Kinshasa – quattordicesimo summit dell’Organizzazione Internazionale della Francofonia). Eppure, il 26 settembre a New York, in occasione del vertice speciale sul Sahel organizzato a latere dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha dichiarato: «so che può affacciarsi la tentazione di portare avanti dei negoziati. Negoziare con dei gruppi terroristi? Neanche per idea. Ogni perdita di tempo, ogni processo che rischia di trascinarsi all’infinito, non fa altro che il gioco dei terroristi».

Ma perché la Francia, che ritira le sue truppe dall’Afghanistan, ritiene che il Mali e la CEDEAO debbano impegnare le loro nell’ambito della lotta contro il medesimo terrorismo? «Bisogna essere capaci di porre fine a una guerra», sembrano voler dire i Presidenti di Stati Uniti e Francia. Nel suo discorso d’investitura all’elezione presidenziale, il candidato François Hollande aveva dichiarato: «La guerra in Afghanistan è andata oltre la sua missione iniziale. Oggi, essa ravviva la ribellione nella misura in cui cerca di combatterla. È tempo di porre fine, una volta per tutte, a questo intervento, e qui voglio assumermene l’impegno».

La Segretaria di Stato americana Hillary Clinton ha fatto scalo ad Algeri il 29 ottobre 2012, con l’obiettivo – fra gli altri – di convincere il Presidente Abdelaziz Bouteflika ad allinearsi alle schiere dei belligeranti. Ma ad Addis-Abeba si era rivolta ai capi di Stato africani in questi termini: «nella Repubblica Democratica del Congo, la prosecuzione delle violenze sulle donne e le ragazze, e le attività dei gruppi armati nella regione orientale del Paese, sono per noi un motivo costante di preoccupazione. L’Unione Africana e le Nazioni Unite non devono risparmiare alcuno sforzo per aiutare l’RDC a fronteggiare queste incessanti minacce alla sicurezza».

L’iniziativa “Uniti per mettere fine alla violenza contro le donne” lanciata il 25 gennaio 2008 dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban-Ki Moon, dedica un’attenzione particolare alle donne dell’Africa Occidentale. Ciò avveniva prima che scoppiassero le guerre in Costa d’Avorio e in Libia, che hanno brutalmente compromesso la realizzazione degli obiettivi di questa iniziativa. Comprendiamo quindi le riserve del Segretario Generale rispetto all’ipotesi di una missione militare, e ci auguriamo che non avvallerà il piano di guerra dei capi di Stato della CEDEAO. Non dimentichiamolo: la guerra reca con sé un’estrema violenza ai danni della popolazione civile, e in particolare delle donne. Sarà quindi inevitabilmente ostacolato e rinviato il raggiungimento degli obiettivi dell’iniziativa “Uniti per mettere fine alla violenza contro le donne”.

Perché i grandi della terra, che dichiarano a gran voce di avere tanto a cuore il destino delle donne africane, non ci dicono la verità e nascondono i reali obiettivi minerari, petroliferi e geostrategici di questa e delle altre guerre?

Anche la Presidentessa della Commissione dell’Unione Africana Nkosazana Dlamini-Zuma ha ribadito che: «è indispensabile che le donne siano pienamente coinvolte e partecipino attivamente alla ricerca di una soluzione al conflitto. Quando si lavora per promuovere e consolidare la democrazia, le voci delle donne devono essere ascoltate. Potete contare sull’appoggio dell’Unione Africana sul mio impegno personale per perseguire questo obiettivo» (Riunione del gruppo di appoggio e monitoraggio della situazione in Mali – 19 novembre 2012).

La nomina di una donna a questa carica, per la prima volta nella storia, potrebbe rappresentare un reale vettore di emancipazione politica per le donne e favorire la liberazione del Continente. Ma Nkosazana Dlamini-Zuma deve accettare di allargare la piattaforma del dibattito sulle donne africane senza escludere le dinamiche globali che ci vengono taciute e nascoste.

4 Prese in Ostaggio: la nostra triste situazione

Il Mali è un paese aggredito, umiliato e preso in ostaggio da degli attori politici e istituzionali che, a partire dalla CEDEAO, non sono tenuti a rispondere delle loro azioni nei nostri confronti. Questa realtà si traduce anche nell’insostenibile pressione che viene esercitata su ciò che resta dello Stato maliano. Il primo degli ostaggi maliani è il Presidente ad-interim Dioncounda Traoré: lo prova proprio il fatto che il 19 ottobre scorso, in occasione della riunione del gruppo di appoggio e monitoraggio della situazione in Mali, si è sentito in dovere di ribadire che non è un Presidente in ostaggio. Se fosse vero, il 21 settembre scorso, alla vigilia dell’anniversario dell’indipendenza del nostro Paese, non avrebbe ripetuto ossessivamente per tre volte di preferire la via del dialogo e del negoziato, per poi chiedere tre giorni dopo, alle Nazioni Unite, un intervento militare internazionale immediato. Prima di cambiare idea, Dioncounda Traoré aveva dichiarato nel suo discorso alla nazione: «sono consapevole di essere il Presidente di un Paese in guerra: ma la mia prima scelta rimane la via del dialogo e del negoziato; la seconda scelta è la via del dialogo e del negoziato; e la terza scelta è ancora la via del dialogo e del negoziato. Faremo la guerra solo se non ci rimane altra scelta».

Ma al di là del Presidente ad-interim, siamo tutte e tutti ostaggi di un sistema economico e politico iniquo e ingiusto, che eccelle nell’arte di spezzare ogni forma di resistenza a colpi di ricatti per accedere ai finanziamenti. La soppressione degli aiuti esterni si traduce, per l’anno 2012, in un deficit budgetario di 429 miliardi di franchi CFA. Quasi tutti gli investimenti pubblici sono sospesi. Moltissime imprese sono state costrette a chiudere, causando licenziamenti massicci e disoccupazione tecnica per decine di migliaia di lavoratori, proprio nel momento in cui il prezzo dei beni alimentari di base subisce una drammatica impennata. Le perdite più gravi si verificano nel settore delle costruzioni e dei lavori pubblici. Il turismo e il suo indotto (artigianato, ristorazione, ecc.) costituivano una fondamentale fonte di reddito per le regioni oggi occupate, e in particolare per l’area di Timbuctù: se già dal 2008 pativa le conseguenze dell’iscrizione del Mali nella lista dei Paesi a rischio, oggi questo settore è praticamente annichilito.

Il riferimento alla condizione di ostaggi non intende affatto banalizzare la prova insopportabile degli ostaggi europei e delle loro famiglie; esso ambisce invece a suggerire l’identica gravità della situazione di tutti gli esseri umani imprigionati in un sistema di cui non sono personalmente responsabili. Si tratta quindi di capire come conviene agire per permettere al nostro Paese di ritrovare la sua integrità territoriale e la pace, e ai sei ostaggi francesi detenuti da AQMI di ritrovare sani e salvi le loro famiglie, senza che queste liberazioni passino per un intervento militare che metterebbe in pericolo la vita di centinaia di migliaia di abitanti del Mali del Nord, anch’essi ostaggi di una insostenibile situazione.

5 La Guerra su Commissione

La scelta di andare in guerra si fonda su una conoscenza inadeguata della vera posta in gioco. Jacques Attali propone, a chi abbia la capacità di coglierla, una chiave di lettura che dimostra – se ancora ce ne fosse bisogno – che l’intervento militare che si profila all’orizzonte è una guerra su commissione. Ritiene infatti che la Francia deve agire «perché questa regione (il Sahel) può diventare un avamposto per la formazione di terroristi e kamikaze che presto cominceranno ad aggredire gli interessi occidentali, sia nella regione, sia, servendosi di numerosi canali di accesso, in Europa. Per ora sono poche centinaia: ma se non si interviene, saranno presto diverse migliaia, convenuti dal Pakistan, dall’Indonesia e dall’America Latina. E i giacimenti di uranio del Niger, essenziali alla Francia, sono lì a due passi» (Blog Attali, 28 maggio 2012).

Si chiarisce quindi la ripartizione dei ruoli fra la Francia, la CEDEAO, l’Unione Africana, l’Europa e l’ONU. La CEDEAO, di cui molti maliani e africani faticavano fino ad oggi a vedere il gioco sporco, è in missione in Mali. Secondo Jacques Attali, la CEDEAO dovrebbe intervenire «per restituire alle autorità civili la possibilità di decidere, senza intimidazioni, di ristabilire la sicurezza, di ristrutturare l’apparato militare e di far ripartire l’attività economica; al Nord, per mettere fine a questa secessione, sarà indispensabile un’azione militare terrestre, dotata di appoggio logistico a distanza, mezzi di osservazione, droni, e capacità di direzione strategica. Chi può farsi carico di tutto ciò? Certamente non il governo maliano da solo, privo di armamenti e autorità. Ma neanche la CEDEAO ha le risorse militari necessarie a garantire la realizzazione di tutti i compiti richiesti, e non può nemmeno contare di ricevere una domanda di intervento da parte del governo maliano, che subisce l’influenza di forze incoerenti. Neppure l’Unione Africana, in ogni caso non da sola. Allora chi? L’ONU? La NATO? Il problema si presenterà in tempi brevi. Anzi, è già presente. Ancora una volta, l’Europa dovrebbe riuscire a dare prova di unità, in modo da poter decidere ed agire. Ma l’unità non c’è. Tuttavia, se gli attuali tentativi di mediazione dovessero fallire, bisognerà cominciare a riflettere in tempi rapidi su come mettere in campo una coalizione sul modello di quella che ha funzionato in Afghanistan. Prima che l’equivalente di un 11 settembre 2001 non venga ad imporcela» (Blog Attali, 28 maggio 2012).

È tutto chiaro. La guerra che si prepara in Mali si inserisce nel solco di quella in Afghanistan, da cui la Francia e gli Stati Uniti si ritirano progressivamente, dopo undici anni di combattimenti e di pesantissime perdite umane, materiali e finanziarie. La Francia, interessata a mantenere la sua influenza nella regione saheliana, prende la direzione delle manovre in Mali, e subappalta la violenza militare alla CEDEAO. Trasferimento di compiti politicamente corretto per scongiurare le accuse di colonialismo e imperialismo, ma anche per contenere i costi della guerra ed evitare altre perdite di vite umane. Le opinioni pubbliche occidentali tollerano sempre meno di vedere morire dei propri connazionali per la difesa delle “nostre” cause. Così come i famigerati fucilieri senegalesi della seconda guerra mondiale, le truppe africane sono chiamate a prestare man forte alla Francia.

6 La Globalizzazione dei Problemi e dei Network

In un tale contesto, il radicalismo religioso non ha certo bisogno del Nord del Mali per diffondersi in Africa e nel mondo. L’economia globalizzata, fondata sull’ingiustizia e sulla disuguaglianza, è un rullo compressore che devasta le economie locali, le società e le culture che le offrono la possibilità di attecchire.

Dal Mar Rosso all’Atlantico, dall’Afghanistan alla Nigeria, da Tolosa, dove Mohamed Merah è stato abbattuto, a Timbuctù, si ramifica una lotta che è sì ideologica, identitaria e religiosa, ma che è anche economica, politica e geostrategica. Gli attori e le forze coinvolte sono dappertutto più o meno le stesse, con qualche variante locale da manipolare, com’è avvenuto per la ribellione tuareg in Mali.

Non ci si illuda infatti che i predicatori afgani, pakistani, algerini, ecc. siano gli ultimi arrivati in Mali. Costoro sono apparsi nelle nostre moschee già a partire dagli anni ’90, proprio nel momento in cui le drammatiche conseguenze sociali e umane dei Programmi di Aggiustamento Strutturale cominciavano a farsi sentire, colpendo duramente i redditi, l’accesso al lavoro e la coesione sociale.

7 La Prospettiva « Badenya » come alternativa alla guerra

Alcune donne maliane e africane, consapevoli della reale posta in gioco nell’ipotesi di conflitto e dei meccanismi mortiferi della globalizzazione neoliberale, non avvallano le guerre. Ai valori guerrieri e predatori dell’ordine economico dominante, noi opponiamo i valori pacifisti capaci di riconciliarci e aprirci al mondo. Badenya (figli della madre) è uno di questi principi che noi, donne del Mali, ci impegniamo a coltivare e promuovere; ci opponiamo al principio maschilista della fadenya (figli del padre) che – nella sua accezione ultraliberale – autorizza la corsa sfrenata e fratricida al profitto, in nome della quale si liquidano imprese pubbliche efficienti, si svendono le terre agricole ai nuovi padroni e si accetta la frantumazione del territorio nazionale.

Il nostro rifiuto della guerra, che nasce dalla prospettiva della badenya, è profondamente radicato in una concezione della procreazione secondo la quale mettere al mondo un figlio è già di per sé un modo di essere al fronte (musokele). Sono ancora troppo numerose, fra noi, coloro che periscono nel dare alla luce un figlio. Giorno per giorno, combattiamo contro la fame, la povertà, la malattia, affinché ogni figlio e figlia possa crescere, lavorare, e assumersi la sua parte di responsabilità nella società.

Così, in ogni soldato, in ogni ribelle, in ogni nuovo convertito al jihadismo che si prepara alla battaglia, ciascuna di noi riconosce un fratello, un figlio, un nipote, un cugino. Ieri, le stesse persone lottavano per ottenere un riconoscimento sociale, attraverso il lavoro, un reddito, oppure un visto. Sforzi troppo spesso vani. Oggi, le loro mani tremanti impugnano armi da guerra. In questo mondo che ha perso la bussola, le nostre armi dovranno essere la lucidità e la maturità politica. Non ha senso che il Mali si incammini sul terreno minato di una guerra dalla quale Francia e Stati Uniti arretrano, nonostante la potenza di fuoco della NATO.

All’economia della guerra, noi, donne del Mali, opponiamo l’economia della vita, raccogliendo dalla transizione in corso l’opportunità storica di affrontare la tripla sfida della conoscenza, dei diritti e del dialogo. L’apertura al negoziato di Ansar Dine e del MNLA, la perpetua evoluzione dei rapporti di forza sul campo, così come delle strategie e delle interazioni fra i diversi attori presenti, impongono un esame attento e costante, al fine di evitare una guerra potenzialmente tragica, e di non incorrere negli stessi errori del passato.

Le consultazioni nazionali promesse da mesi non possono più essere rinviate. Tutte le istanze della società maliana devono potersi confrontare per definire insieme e in maniera autonoma le basi e le condizioni di una soluzione al presente conflitto non imposta ma concertata. Noi, donne del Mali, daremo il nostro contributo a questo processo; e similmente non ci sottrarremo domani al compito di rifondare la democrazia nel nostro Paese, sulla base dei valori culturali e sociali in cui ci riconosciamo. Si tratta, in ultima istanza, di dare credibilità e forza alla capacità di analisi, di previsione e di proposta della società civile, politica e militare del Mali.

Chiediamo a tutte e a tutti coloro che condividono il nostro appello di rivolgersi immediatamente a tutti gli attori di spicco della comunità internazionale, per scritto o in qualunque altra forma di espressione, affinché il Consiglio di Sicurezza dell’ONU non adotti una risoluzione che dia mandato per l’invio di migliaia di soldati in Mali.

Firmatari: Aminata D. TRAORE ; SISSOKO Safi SY ; SANOGO Sylvie KONE ; IMBO Mama SY ; Kadiatou TOURE ; TRAORE Sélikèné SIDIBE(Vieux) ; DICKO Rokia SACKO ; Ténin DIAKITE ; DOUMBIA Fanta DIALLO ; KONE Mamou TOURE ; TRAORE Sarata SANOGO ; TRAORE Penda DIALLO ; DIABATE Kadiatou KOUYATE ; Aminata BOCOUM ; Oumou KODIO ; Assatou KAREMBE ; Awa KOÏTA ; Aminata DOUMBIA ; Fatoumata COULIBALY ; Badji BOIRE ; Awa TOURE ; Bintou KONE ; Fatoumata MARIKO ; Mariam KONE ; Minata DIARRA ; Oumou KEITA ; Kadiatou DIALLO ; Kankou KONE ; Rokia NIARE ; Kadia DJIRE ; Ada NANTOUMA ; Awa COULIBALY ; Soungoura DOUMBIA ; Fanta KANTE ; Safiatou COULIBALY ; Djaba TANGARA ; KONE Mama DIARRA ; Ismael DIABATE ; Karamoko BAMBA; Doumbi FAKOLY; Coumba SOUKO ; Clariste SOH-MOUBE ; Nathalie M’DELA-MOUNIER ;

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