Prove tecniche di movimento sociale

Sciopero

di Nando Simeone

In Europa abbiamo assistito a scioperi e mobilitazioni contro l’austerità e le politiche di rigore. E’ l’Europa del Sud, in particolare, a mobilitarsi con grandi manifestazioni a Madrid, Lisbona, Atene e poi Parigi e, per la prima volta, l’Italia. E’ stato una prova tecnica di sciopero generale europeo, con epicentro la penisola iberica, completamente paralizzata dagli scioperi e da enormi manifestazioni di piazza. In Portogallo le manifestazioni sono state meno importanti, perché la CGTP (Confederazione Generale dei lavoratori portoghesi) non associa, per tradizione, la tenuta di manifestazioni agli scioperi e se l’ha fatto questa volta è in gran parte grazie alla pressione del Bloco de Esquerda. Tuttavia c’è stata una novità in Italia: a Roma, Milano, Torino, e poi in tantissime città più piccole, decine di migliaia di studenti e di lavoratori soprattutto insegnanti hanno manifestato contro il governo Monti. La preoccupazione della Troika è stata finora quella di evitare il contagio della crisi tra i diversi paesi ma il 14 Novembre si è avuto un parziale e promettente contagio sociale.
Le prime avvisaglie in Italia le abbiamo viste il 27 ottobre, al No Monti Day promosso da una coalizione della sinistra sociale e politica. Una manifestazione riuscita per l’intreccio di almeno tre fattori: l’enorme spazio per un’opposizione alle violente politiche di austerity; una mobilitazione che si è inserita in un quadro europeo di resistenze, gli esempi di Grecia, Spagna, Portogallo ed i movimenti internazionali come Indignados e Occupy, hanno avuto evidenti influenze anche sulla piazza italiana; infine la costruzione unitaria della manifestazione con una coalizione relativamente ampia che ha reso credibile l’appuntamento di piazza.
Poi, finalmente il 14 Novembre. Che cosa si e smosso veramente quel giorno? L’esperta burocrazia della CGIL ha compreso che nella società c’è tanta rabbia e tensione. La riuscita del No Monti Day è stata per essa un segnale di allarme. Il governo di unità nazionale nel nome dell’austerity non può permettersi di avere una opposizione di massa su un’opzione di classe, le mobilitazioni devono rimanere sotto il rigido controllo della burocrazia, pertanto il 14 N non ci si poteva permettere di rimanere immobili, era necessario mimare una finta opposizione e programmare le modalità di lotta più indolore, per governo e padroni. L’apparato della CGIL ha fatto di tutto per non spingere sulla mobilitazione: sciopero di solo 4 ore e manifestazioni provinciali.
Ma il tappo della pace sociale è saltato, merito soprattutto di studenti e insegnanti, con la mobilitazione del 10 novembre, in particolare quella di Roma, che ha mostrato che nella scuola è presente un vero movimento di massa che si sta esprimendo nella forte unità tra studenti, insegnanti e personale Ata, con un particolare attivismo dei docenti precari che spesso svolgono il ruolo di trait d’union tra docenti di ruolo e studenti. Questo movimento ha espresso il massimo della rottura proprio con lo sciopero del 14 N. Le massicce mobilitazioni studentesche nelle grandi e medie città ci mostrano le potenzialità di un movimento di massa che ad oggi vede il suo epicentro nella scuola e timidi segnali nel resto del mondo del lavoro in particolare nella sanità, dove assistiamo ad importanti lotte di resistenza. Gli studenti medi hanno invaso le piazze d’Italia, gli insegnanti spesso sono stati gli spezzoni più consistenti dei cortei sindacali. Possiamo dire che il movimento nelle scuole, nato contro l’aumento dell’orario di lavoro a 24 ore per gli insegnanti di medie e superiori, contro il Ddl Aprea e l’espulsione continua di migliaia di precari (anche attraverso il “concorsone”) ha trovato il giusto canale dove poter esprimere il massimo della potenza, gli studenti per il loro dinamismo e per lo loro radicalità si sono scontrati con una dura repressione, vecchia quanto esagerata, che ha finito con il costruire ulteriore consenso e solidarietà nei loro confronti. Il governo con i suoi apparati si è scatenato, tutti i TG e i maggiori giornali nazionali hanno offerto la loro versione; “I violenti contro lo sciopero” titolava l’Unità; in realtà le immagini trasmesse prima in rete ma successivamente anche nei TG, hanno dimostrato che la violenza c’è stata ed è stata quella degli apparati dello stato, con il preciso obbiettivo di terrorizzare i giovani studenti e provare a bloccare sul nascere un movimento che potrebbe creare tanti problemi a casta e padroni.
In questo quadro registriamo alcuni limiti proprio da parte di quel sindacalismo di classe che in questi anni ha rappresentato l’unico argine alla rassegnazione, in particolare FIOM e USB, che per motivi completamente diversi tra loro hanno mancato clamorosamente questo appuntamento.
La Fiom aveva indetto uno sciopero generale di 8 ore per il 16 novembre e, quando la sua sinistra interna aveva proposto di spostarlo al 14, il gruppo dirigente non ha voluto prendere in considerazione quella sacrosanta indicazione. Così, dopo la proclamazione da parte di Susanna Camusso dello sciopero generale per il 14, Landini è costretto a giocare di rimessa. Sposta lo sciopero di categoria al 5-6 dicembre e partecipa in modo subalterno alla confederazione allo sciopero del 14 per solo 4 ore, non seguendo nemmeno altre categorie CGIL (la FILCAMS dei servizi, l’SLC delle telecomunicazioni, la FLC di scuola e università), che decidono di estendere lo sciopero all’intera giornata. Inoltre la posizione “cerchiobottista” presa dalla maggioranza del Comitato centrale Fiom sugli scontri di piazza dimostra come l’attuale gruppo dirigente con la sua linea, rischia di separarsi dalle dinamiche più conflittuali della lotta sociale.
L’USB ha avuto un atteggiamento statico, rifiutandosi di aderire alla giornata di mobilitazione con l’argomento che si trattava di uno sciopero indetto dalla CES, cioè la CISL e la Cgil europea e fingendo di ignorare la dinamica di conflitto che in numerosi paesi, soprattutto del Sud Europa, quella giornata tendeva ad assumere. Resta inoltre la inclinazione di questo sindacato (che è comunque la più consistente realtà del sindacalismo “extraconfederale”) a porre al centro del proprio orientamento una forte centralizzazione organizzativa che la rende poco sollecita a comprendere appieno le dinamiche di movimento e le nuove potenzialità, utilizzando anche le contraddizioni presenti in CGIL.
Resta il fatto che il mancato sciopero dell’USB e lo scarso impegno della FIOM ha reso più debole l’ipotesi di radicalizzazione della giornata e molto più difficile far saltare il tavolo apparecchiato dalla burocrazia CGIL, mutatis mutandis fare su un altro livello quello che sono stati capaci di fare gli studenti. Alcune esempi di controtendenza ci sono comunque stati, come a Roma al corteo CGIL, che, partito dalla Bocca della Verità, ha visto un fatto nuovo ed importante che ha unito simbolicamente la Piazza CGIL con il presidio a Montecitorio della rete “No Monti day”. All’altezza di Largo Argentina lo spezzone di corteo composto da migliaia di lavoratori, dal coordinamento degli autoconvocati, da delegati e delegate della Filcams Cgil e da tantissimi insegnati del coordinamento delle scuole romane, ha deviato dal percorso originale e rumorosamente, pacificamente ma con grande determinazione ha raggiunto il presidio a Piazza Montecitorio.
Nella scuola, le mobilitazioni sono continuate e la manifestazione del 24 ha confermato la presenza di un forte movimento che addirittura riesce ad ottenere risultati parziali come il ritiro dell’aumento dell’orario di lavoro, l’accantonamento della contro-riforma Aprea ed anche parziale risultato perfino sugli scatti d’anzianità. La vittoria è stata sicuramente il combinato tra la forte mobilitazione del mondo della scuola e le imminenti elezioni politiche che hanno indotto il governo, in particolare il PD, a evitare lo scontro frontale con la propria base elettorale.
Il movimento delle scuole, spesso sulla spinta dei coordinamenti precari già presenti sul territorio attivi contro il concorso-truffa, si è organizzato in coordinamenti cittadini autorganizzati, trasversali rispetto alle appartenenze sindacali, in cui anzi è forte lo scetticismo verso i gruppi dirigenti dei sindacati della scuola, sia di base che confederali, che hanno dimostrato di non essere all’altezza del compito di difendere l’istruzione pubblica e i lavoratori. Il settarismo sindacale (dei piccoli come dei grandi) e le piattaforme, spesso non in sintonia con la radicalità dei movimenti, stanno facendo crescere nei lavoratori della scuola la coscienza dell’importanza di autorganizzarsi.
Registriamo una difficoltà: l’assenza di un vero contagio tra gli studenti delle scuole superiori e gli universitari. Negli atenei ci sono state mobilitazioni limitate malgrado il grande attivismo degli studenti medi che da metà ottobre si mobilitano, occupano le scuole e manifestano in piazza. Evidentemente le sconfitte accumulate dal movimento studentesco in questi anni, nel 2008 con l’Onda e nel 2010 e la consequenziale applicazione delle contro-riforme hanno pesato sulla possibilità di un forte rilancio.
Lo sciopero generale della Fiom del 5 e 6 dicembre ha messo in evidenza tutti i limiti e le contraddizioni dell’attuale linea. Uno sciopero sotto tono contro l’ennesimo accordo separato che FIM e UILM hanno sottoscritto sulla testa di milioni di lavoratori senza il loro voto. Si aumenta l’orario di lavoro mentre crescono cassa integrazione e licenziamenti. Un accordo che è pienamente in linea con la disastrosa contrattazione che si è affermata grazie all’accordo del 28 giugno del 2011 e all’accordo separato sulla produttività. Per questo motivo è contraddittorio che il gruppo dirigente della FIOM pensi di contrastare l’applicazione dell’intesa separata attraverso il richiamo all’accordo del 28 giugno che è stato l’accordo che ha aperto la strada alle deroghe al contratto nazionale.
Ma lo sciopero della Fiom è stata anche l’occasione per una nuova giornata di mobilitazione degli studenti in più di 20 città. Hanno bloccato la stazione a Pisa, si sono scontrati con la polizia davanti a Confindustria a Modena, occupato immobili dismessi nella Capitale e con cortei significativi sono sfilati a Torino, Palermo e Napoli.
La Rete 28 aprile della sinistra Cgil in queste mobilitazioni ha cercato di favorire una politica di unita d’azione con tutto il sindacalismo conflittuale e di tenuta unitaria del No Monti Day, di internità nel movimento della scuola e nelle mobilitazioni.
Ma tutto ciò non basta: occorre un salto di qualità che sia di rottura con le vecchie pratiche delle aree programmatiche; non è più sufficiente per una componente di classe continuare con le lotte all’interno dell’apparato fatte di posizionamenti politici, o, al massimo, di pressione sul gruppo dirigente della Camusso, come ha fatto Landini senza grandi risultati, perché questa pratica è prigioniera del recinto di appartenenza alla CGIL. In molti passaggi la FIOM ha svolto una funzione generale e solo con la messa in conto di una rottura anche organizzativa poteva aprire una opposizione interna non rituale. L’esempio più eclatante di questa contraddizione è emerso con la mobilitazione promossa dalla FIOM contro il modello Marchionne nell’ottobre del 2010. Esisteva un grande consenso che travalicava la sola categoria dei meccanici e si estendeva in larghi settori di lavoratori, con impatto anche sui precari e sugli studenti, ma quella mobilitazione poneva la FIOM di fronte ad un bivio: o mettersi alla testa di un fronte ampio di opposizione e rompere con il gruppo dirigente della CGIL, oppure esercitare una pressione interna. Purtroppo si è scelta la seconda ipotesi ed oggi abbiamo una dirigenza FIOM che non casualmente “buca” appuntamenti importanti come il 14 novembre.
E’ necessario rifondare una nuova componente di classe in CGIL capace di iniziativa autonoma e diretta nei luoghi di lavoro con una pratica conflittuale basata sulla difesa di classe. Una rete di delegati e quadri sindacali impegnati nella riorganizzazione e ricostruzione di un nuovo movimento operaio combattivo e conflittuale e che sappia agire autonomamente in alleanza con i delegati del sindacalismo di base e con i movimenti sociali. E’ d’altra parte questo il compito che si dà la Rete 28 aprile per la prossima fase.
Tutto ciò non significa tralasciare la battaglia interna nel più grande sindacato d’Europa, infatti la CGIL attraverserà delle contraddizioni sempre più dirompenti. La morsa tra crisi economica e necessità di non confliggere con il governo tecnico e, soprattutto, con l’eventuale futuro “governo amico” a guida Bersani, aprirà contraddizioni esplosive e la presenza di una tendenza interna di classe potrà essere determinante per uno sbocco politico e sindacale.
Siamo molto lontani, invece, per quello che riguarda la sinistra politica, dal “modello Syriza”. La presenza o l’assenza di un’alternativa di questo tipo, le sue risposte ai problemi concreti che affrontiamo, influisce sullo sviluppo delle lotte sociali che sono necessarie oggi. I cambiamenti nei rapporti di forza sociali di cui abbiamo bisogno non si produrranno senza un cambio anche nei rapporti di forza politici della sinistra. Sono processi correlati, anche se relativamente autonomi, con compiti e responsabilità specifiche in ogni ambito.
La proposta di “Cambiare si può” sicuramente non è la versione italiana di Syriza; potrebbe diventare una speranza per i movimenti sociali e per la sinistra politica e sociale dispersa e frammentata, solo ad alcune condizioni: che sia impiantata nelle lotte e nei conflitti sociali, con una chiarezza sui contenuti di classe e con modalità democratiche e partecipate. Di certo l’eventuale assenza di una lista alternativa al centro sinistra e al “grillismo” e contrapposta alla destra peserebbe sui rapporti di forza e sullo sviluppo di lotte sociali. E’ per questo che, mentre continuiamo a lavorare per la costruzione di una più forte sinistra anticapitalista, tentiamo anche di far emergere nelle prossime elezioni questo quarto polo.

Annunci