Controllo operaio e strategia rivoluzionaria

Ernest Mandel

(Relazione per la formazione – 1969)

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Il problema che cerchiamo di affrontare parlando del controllo operaio è uno dei problemi di fondo della storia del movimento operaio; come passare, cioè, dagli obbiettivi immediati della classe operaia alla rivoluzione socialista?

Abbiamo assistito nell’ultimo periodo a numerose iniziative operaie che riguardavano appunto rivendicazioni economiche. Per la natura stessa del capitalismo, periodicamente il movimento operaio esplode. Il problema che si pone è quali sono gli strumenti che consentono di superare questo stadio meramente economico della lotta, quando la classe operaia è stata educata per anni a battersi soltanto per aumenti salariali.

In tutti i grandi scioperi dell’ultimo decennio abbiamo avuto modo di notare che istintivamente gli operai volevano spingersi oltre. Ma abbiamo anche potuto constatare che non sapevano esattamente quali obiettivi avanzare per potere andare più in là. E sarebbe utopico pensare che gli operai, che non sanno da soli quali rivendicazioni avanzare, potranno non solo occupare la fabbriche ma addirittura gestirle.

 L’obiettivo del controllo operaio ha una duplice funzione pedagogica

È compito dell’avanguardia nei riguardi della classe operaia porre problemi di rapporti di classe che vanno oltre il livello delle rivendicazioni immediate. Il principale di questi problemi è il controllo operaio. Applicandolo, si instaura una scuola globale comune a tutti gli operai, preparatoria alla gestione operaia.

Tra la propaganda generale, l’applicazione parziale e, per altro verso, l’applicazione pratica del controllo operaio occorre un ulteriore anello della catena: quello di alcune applicazioni esemplari di breve durata. La grande massa degli operai, infatti, non può imparare solo da una propaganda generale, ma solo attraverso l’esempio di concrete applicazioni.

Arriviamo così a una conclusione più o meno contraddittoria: l’applicazione del controllo operaio è possibile solo in una fase di dualismo di potere in un periodo rivoluzionario

Perché però tale applicazione sia possibile in una fase di dualismo di potere sono indispensabili alcune azioni esemplari in periodo non rivoluzionario, anche se sappiamo che questi esempi non sono destinati a durare. Quello di cui si tratta è lo sviluppo della coscienza di classe degli operai, che devono imparare nella pratica a mettere in discussione il potere dei padroni e del capitale sui macchinari e sugli uomini.

È evidente che questo processo non si innescherà di punto in bianco, dall’oggi al domani, senza che prima la parte più cosciente della classe operaia abbia fatto l’esperienza pratica di applicazioni di controllo operaio. I maoisti ci dicono che il controllo operaio è utopistico e inutile. Sarebbe utopistico finché la classe operaia non sarà in grado di rovesciare il capitalismo. E sarebbe inutile perché quando gli operai avranno preso il potere, non dovranno più accontentarsi del controllo operaio, ma devono appropriarsi dei mezzi di produzione.

Noi rispondiamo che non capiscono lo sviluppo della coscienza di classe e che si affidano meccanicamente al futuro giorno in cui si produrrà bruscamente un balzo enorme della coscienza operaia, per cui essi sono in attesa di una situazione rivoluzionaria che un bel giorno cadrà dal cielo. Non capiscono che è appunto uno dei compiti dell’avanguardia quello di educare questa coscienza di classe ad innalzarsi, dal bassissimo livello in cui si trova ora fino al punto di dar vita a una situazione di rimessa in discussione del potere capitalista.

In questo processo di sviluppo della coscienza di classe. La propaganda e l’agitazione per il controllo operaio svolgono un ruolo importante, fondamentale. Se va tutto bene, infatti, è probabile che il periodo durante il quale si applicherà il controllo operaio sarà di brevissima durata, una transizione molto breve fino alla completa socializzazione dei mezzi di produzione e all’autogestione operaia pianificata.

La logica dell’obiettivo del controllo operaio consiste nel ricercare punti di passaggio tra le preoccupazioni immediate dei lavoratori e i problemi di potere di classe. Si tratta, a partire dai problemi quotidiani della classe operaia di mettere in discussione l’autorità dei padroni.

 Alcuni obiettivi da raggiungere per il controllo operaio

 1. Apertura dei libri contabili

Il primo problema che consente di stabilire il nesso è quello dell’apertura dei libri contabili. È a partire dalle trattative sui salari che si è cercato di lanciare questa parola d’ordine. Ogni volta, infatti, che si è cercato di chiedere aumenti salariali, da parte dei padroni si sollevano obiezioni, che partono da preoccupazioni riguardanti la produttività dell’impresa.

La risposta deve essere educativa per la classe operaia e deve risvegliarne la diffidenza verso gli argomenti dei padroni. Se questi dicono: “i nostri profitti non ci permettono di aumentare i salari”, oppure: “Dobbiamo aumentare i prezzi per motivi economici, abbiamo già tante tasse da pagare”, o ancora: “Vogliamo sussidi statali, altrimenti dobbiamo chiudere la fabbrica”, rispondiamo: “Non vi crediamo! Dobbiamo allora esigere l’apertura dei libri contabili.

Del resto, è questa la parte del programma di transizione che ha riscosso maggior successo finora (soprattutto sulla carta). Molti sindacati nel mondo, infatti, hanno ripreso questa argomentazione. È diventato quasi di routine che nella prima fase di trattative salariali un po’ aspre, anche dirigenti riformisti ricorrano a questo argomento: “Mettete le carte in tavola” (Larock, dirigenti sindacali svedesi, ecc.).Se però parliamo di apertura dei libri contabili dobbiamo aggiungervi un elemento di vero controllo operaio. Non è che debbano essere periti contabili, pagati dai sindacati, a potervi dare un’occhiata, né che siano i soli dirigenti sindacali (che non sono periti) a poterli consultare. Si tratta di legare l’apertura dei libri contabili a una reale verifica nelle fabbriche tramite la massa degli operai e degli impiegati.

Il solo modo efficace con cui i capitalisti possono falsificare la contabilità non sono piccole falsificazioni di cifre (è più tipico dei piccoli capitalisti che non dei grandi). La falsificazione della contabilità si gioca su alcuni punti centrali che è impossibile verificare attraverso i soli libri contabili:

l’eliminazione delle scorte: è facile usare il doppio o triplo bilancio (nei due sensi) e la verifica è possibile solo sul posto. Gli operai possono farlo benissimo, perché se sono diminuite le scorte lo notano immediatamente (sono loro che le maneggiano);

acquisti di nuovi macchinari presentati come riparazioni, per nascondere l’aumento del capitale derivante dall’aumento dei profitti come un aumento delle spese generali. Anche questa operazione si può verificare solo in loco, perché gli operai sanno benissimo se le macchine sono state riparate o se sono nuove.

Con questo sistema si sviluppa l’effettiva dinamica del controllo operaio, ed è una delle forme più pure di contestazione del potere dei capitalisti da parte dei lavoratori.

 2. Controllo operaio dei sistemi di remunerazione

La razionalizzazione dei sistemi di remunerazione attualmente introdotta in tuta l’industria occidentale. Senza entrare nei dettagli, si può comunque constatare che ci sono varie tecniche, tutte con lo stesso scopo: l’atomizzazione degli operai, rendendo assolutamente opaco il calcolo dei salari.

Nel Linburgo, come in Italia, negli ultimi scioperi, gli operai sono venuti con la loro busta paga, talmente complicata che non riescono a sapere quanto guadagneranno il mese dopo. Sessant’anni fa era molto più semplice: tutti gli operai di una fabbrica sapevano esattamente quanto guadagnavano e potevano prevedere la paga del mese dopo, ed erano quindi coscienti delle loro possibilità di rivendicazione. Ora, praticamente è impossibile trovare due operai della stessa fabbrica che prendano lo stesso esatto salario. Da parte degli operai c’è una reazione più o meno istintiva contro queste nuove forme, una reazione molto sana che dobbiamo appoggiare. Dobbiamo aggiungervi un’altra forma di contestazione dei padroni, o rifiutando l’introduzione di queste nuove forme di remunerazione, o esigendo il controllo di tutti gli operai sul calcolo dei salari,controllo che non deve rimanere passivo ma deve comportare una sorta di diritto di veto.

 3. Controllo operaio dei ritmi di lavoro

Da alcuni anni è osservabile la tendenza alla notevole accelerazione del ritmo di lavoro. I sindacati più combattivi hanno risposto a questa situazione istituzionalizzando una sorta di collaborazione critica, introducendo cronometristi sindacali in contrapposizione a quelli padronali: questo provoca prima scontro, poi accordi.

Alcuni “estremisti” del sindacato considerano questo come una forma di controllo operaio. In realtà, si tratta piuttosto di una partecipazione, Non per questo si deve essere contrari : sarebbe assurdo, la situazione peggiorerebbe ulteriormente per gli operai.

Il reale controllo operaio comincia quando gli operai rifiutano i risultati e riportano essi stessi la catena alla velocità precedente (vedi più avanti i casi concreti italiani).

4. Controllo dei licenziamenti e rifiuto della chiusura di fabbriche

Esistono ormai importanti esperienze in Belgio; si tratta dell’educazione sistematica degli operai nel senso del rifiuto dei licenziamenti. Negli ultimi sei, sette anni le iniziative in questo senso sono state numerosissime e spesso accompagnate da occupazioni di fabbriche. Ma se è una cosa eccellente che gli operai rifiutino sistematicamente le chiusure e non riconoscono più al padrone il diritto di serrata, l’esperienza ci ha dimostrato che a questo stadio, il problema non è risolvibile nel quadro di aziende in fallimento. Quando gli operai occupano una fabbrica che il padrone intende chiudere, abbozzano un gesto di rivolta politica, ma non danneggiano economicamente il padronato.

Nel caso di fabbriche in fallimento, ci si può muovere in due direzioni:

gli operai rilevano direttamente la fabbrica: in teoria, non ci si può opporre comunque, perché questo può condurre ad azioni esemplari. Ma vi è in questo una dinamica molto rischiosa. Se infatti gli operai si limitano alla gestione delle fabbriche condannate, arrivano a una situazione economicamente insostenibile e si trovano a dover applicare autodistruzioni delle condizioni di vita e di lavoro. Resterebbero in questo modo dipendenti dalle finanze statali e da organismi privati (banche). Non si fa il socialismo in una fabbrica sola (tra l’altro in bancarotta).

la seconda soluzione è la più logica: Quando gli operai negano al padrone il diritto di chiudere le fabbriche, devono dimostrarlo occupando quelle non ancora fallite. In questa direzione andava lo slogan dei nostri compagni di Liegi nel 1967-68: “Occupiamo le fabbriche finché sono redditizie”,

Si tratta dunque di estendere in quel momento le occupazioni di fabbriche a livello locale, regionale e per rami di industria, L’estensione della lotta di classe resta il fattore principale.

 Alcuni esempi concreti

Si tratta naturalmente di atti esemplari; non si tratta di un tentativo di instaurare il controllo operaio in periodo non rivoluzionario, Sarebbe tuttavia settario rifiutarsi di sostenere queste azioni con la scusa che non c’è una situazione rivoluzionaria e che, quindi, non si può mantenere il controllo.

Coloro che si oppongono a questo controllo non saranno presi sul serio. Quel che è importante è cominciare a fare sistematicamente propaganda per il controllo operaio e fare in modo che questo slogan cominci a penetrare nella testa di migliaia di operai; compiuto questo lavoro, è del tutto inevitabile che gli strati più coscienti della classe operaia passino all’applicazione concreta anche prima della fase rivoluzionaria, perché esiste uno sviluppo diseguale nella coscienza di classe.

 A. Primo esempio: General Electric – Liverpool

La General Electric è un grosso trust di apparecchiature elettriche che controlla l’intera produzione nel campo in Gran Bretagna. Occupa 150.000 dipendenti tra operai e impiegati (suddivisi in numerose fabbriche).

Nel quadro della politica di sviluppo regionale, il governo inglese ha concesso notevoli incentivi che potremmo chiamare “incentivi alla pigrizia” Infatti, i grandi capitalisti sono troppo pigri per investire nelle zone in declino e aspettano i sussidi statali per farlo.

Ad esempio, la General Elettric ha ricevuto incentivi considerevoli per creare nuove aziende a Liverpool, dove c’era una disoccupazione piuttosto alta. L’azienda ha dunque creato circa 10.00 nuovi posti di lavoro. Ma dopo qualche anno, degli esperti hanno dichiarato che se l’azienda si spostava in un’altra zona avrebbe visto aumentare i suoi profitti. Naturalmente nessun capitalista può resistere alla tentazione di aumentare i profitti; i leader del trust hanno deciso di trasferire i macchinari altrove, cosa che avrebbe comportato numerosi licenziamenti nella regione di Liverpool. Ovviamente non hanno restituito i sussidi.

Gli operai di Liverpool hanno immediatamente reagito, in particolare alcuni delegati sindacali che erano stati educati da una campagna per il controllo operaio, e che cercarono di applicarlo. Hanno detto: “Occuperemo la fabbrica finché non avremo garanzie che i macchinari non andranno a finire altrove”.

Essi hanno annunciato con alcune settimane di anticipo il giorno in cui sarebbe cominciata l’occupazione, e questo è stato un errore, perché quando si lotta non si comunicano i propri piani di battaglia all’avversario. La cosa ha permesso a tutti i poteri esistenti (padroni, stampa, direzione sindacale) di influenzare gli operai per impedire che passassero all’occupazione. Significava non capire che i nostri avversari sono molto forti e che cercano tutti i modi possibili per bloccare il successo delle iniziative operaie.

Nel caso in questione, la manovra padronale fu una delle più classiche; la conosciamo dallo sciopero dei minatori dell’Hainaut, dieci anni fa. Il governo è subito intervenuto promettendo premi di riqualificazione per due anni e la pensione integrale a 55 anni… Nel giorno previsto per l’occupazione, si svolse un’assemblea generale condotta in maniera “poco cattolica”: presenza di persone esterne alla fabbrica, violenze contro i delegati di sinistra che volevano intervenire, ecc. Risultato della votazione: circa il 60% contro e intorno al 40% per l’occupazione.

Ma la cosa più importante in questa vicenda non è il risultato del voto; nella lotta per il controllo operaio vi saranno ancora molti errori tattici e ci saranno ancora molte sconfitte parziali. L’importante il lato propagandistico che permette di elevare la coscienza di classe dei lavoratori.

Vediamo che cosa è successo dopo. In un congresso di tutti i delegati radicali di Liverpool (secondo centro industriale della Gran Bretagna), si è votata una risoluzione di pieno sostegno ai delegati che avevano deciso l’occupazione. Poco dopo, una riunione di tutti i delegati della General Electric ha preso la stessa posizione (in rappresentanza di 150.000 operai). Alle elezioni sindacali, i delegati di sinistra furono rieletti.

 B. Secondo esempio: l’Italia

Abbiamo già scritto al riguardo vari articoli su Temps Modernes e La Gauche. Durante l’ondata di scioperi dell’autunno 1969 si sono verificate in qualche grande fabbrica italiana alcune esperienze di controllo operaio:

alla Montedison di Porto Marghera gli operai hanno preso l’iniziativa di cambiare da soli l’organizzazione del lavoro in fabbrica. Sono anche arrivati al punto di stabilire che gli impiegati lavorassero due settimane alle macchine e gli operai negli uffici. Naturalmente non è durato a lungo, ma quel che importa e che sia stata presa l’iniziativa. Ovviamente si tratta di un elevato livello di contestazione;

alla Pirelli, la grande fabbrica milanese di pneumatici e prodotti in gomma, gli operai hanno riportato la catena al ritmo iniziale tutte le volte che il padrone la voleva accelerare. Sono riusciti a farlo per mesi con l’aiuto dei tecnici e degli ingegneri. Si trattava di una vera e propria guerriglia in fabbrica; del resto, sta ancora continuando:

alla Fiat di Torino, per ragioni analoghe (organizzazione del lavoro, intensità dei ritmi) gli operai non solo hanno contestato l’autorità dei cronometristi, ma hanno cominciato a creare una contro-organizzazione (inizio di dualismo di potere a livello di fabbrica). Sono stati eletti a centinaia (900-1.000) delegati di catena, che hanno contestato a tutti i livelli l’autorità e le strutture gerarchiche. L’aspetto più importante in questo caso, è che gli operai non hanno voluto che i regolamenti e le strutture fossero istituzionalizzate dal sistema. Ad esempio, durante le trattative per il rinnovo del contratto collettivo dei metalmeccanici, i sindacati avevano proposto di far riconoscere i nuovi delegati dai padroni (cosa che era semplicemente un modo per integrarli nella struttura sindacale burocratizzata). I padroni l’hanno intesa così e hanno accettato di riconoscerli (cosa che comunque costituisce una grossa concessione).

La reazione degli operai, però, è stata quella di eleggere 600 nuovi delegati e di formare un corpo di 1.000 delegati in cui i 400 delegati iniziali e riconosciuti dal padrone sono minoritari. Il Consiglio di 1.000 delegati non è legato da alcun contratto e non deve rispondere in alcun modo ai padroni. I sindacati possono sottoscrivere il lunedì un accordo per il 5% di aumento, e il martedì i mille delegati rivendicano autonomamente il 6-7% e sono capaci di scavalcare in ogni momento le direzioni sindacali. Ma questi delegati non si occupano soltanto di porre rivendicazioni salariali, ma la loro iniziativa va in genere nella direzione del controllo operaio.

Non siamo però troppo ottimisti: è perfettamente possibile che, alla lunga, i sindacati riescano a riassorbire questi delegati riducendoli a semplici delegati sindacali; è inevitabile se questa esperienza rimane limitata alla Fiat e se la lotta ristagna od arretra. Se, invece, queste esperienze si estendono (esistono segnali in tre o quattro altre fabbriche), è possibile che i delegati non vengano riassorbiti e che anzi si assista all’estendersi della lotta, che andrebbe nel senso di un dualismo di potere. Questo porterebbe inevitabilmente a una prova di forza, perché il padrone non potrebbe accettare una cosa del genere.

La massa del pluslavoro fornita dagli operai, infatti, declina rapidamente; in una famosa lettera del proprietario della Pirelli si legge: “Rivendicate quello che volete ma almeno lavorate, perché se non lo fate la produzione calerà, ed è questo che conta, altrimenti bisognerà chiudere la fabbrica”.

Una prova di forza del genere porterebbe inevitabilmente le masse a porre in Italia il problema del potere. Il nostro compito è seguire questo esempio da molto vicino e fare in modo che sia conosciuto in tutta l’Europa occidentale.

 Alcuni avvertimenti

 1. Contro l’irresponsabilità: non bisogna mai passare dalla propaganda all’azione senza avere un minimo di garanzia che la massa dei lavoratori la seguirà; è stato l’errore commesso dai delegati della General Electric a Liverpool. Non è perché gli operai di una fabbrica hanno votato dieci risoluzioni per il controllo operaio che saranno disposti ad applicarlo loro automaticamente e in maniera isolata;

2. Contro taluni abusi dei burocrati sindacali: per quanto riguarda il controllo operaio, in Belgio conosciamo una situazione paradossale: la stragrande maggioranza dei burocrati sindacali, infatti, è perfettamente d’accordo a riprendere l’obiettivo del controllo operaio. Sicuramente, abbiamo lavorato bene, perché abbiamo convinto i burocrati sindacali prima ei lavoratori. Si organizzerà addirittura un congresso straordinario della FGTB (Federazione generale dei lavoratori belgi) su questa parola d’ordine. Non dobbiamo averne paura. Anzi, dobbiamo vedere questa situazione come l’occasione per la preparazione politica di un nuovo strato di operai. Ma, nella propaganda, dobbiamo introdurre condizioni che rendano impossibile l’assorbimento del controllo operaio da parte della burocrazia sindacale:

Prima condizione: Pubblicità completa delle informazioni: il controllo operaio non deve essere assicurato dai soli dirigenti sindacali. Un bell’esempio, in Belgio, è quello del “Comitato di controllo dell’Energia elettrica” (esteso al gas). Una volta l’anno, i dirigenti sindacali incontrano i dirigenti nazionali dell’industria elettrica. Dopo cocktail e discussioni, i burocrati sindacali sottoscrivono i libri contabili. Evidentemente è un inganno, non un controllo operaio….

Il controllo operaio lo esercitano tutti gli operai con una pubblicità completa, non qualche burocrate sindacale. È proprio l’obiettivo della pubblicità che è inaccettabile per il padronato, perché distrugge le nozioni di proprietà privata, di segreti d’affari e di concorrenza.

Seconda condizione: generalizzazione del controllo operaio. Lo abbiamo detto: il socialismo in una sola impresa è impossibile. Il controllo operaio in una sola impresa è un gesto di agitazione ma non un reale controllo operaio; va inteso come tale.

Terza condizione: salvaguardare l’autonomia operaia. È la grande differenza tra controllo operaio e cogestione operaia in fabbrica. Quel che esigiamo è il completo controllo e il diritto di veto degli operai. Respingiamo invece un solo atomo di responsabilità nella gestione dei proprietari capitalisti. In questo senso, possiamo basarci sulla formulazione di André Renard: “Nel sistema capitalistico, esclusivamente il controllo; la cogestione e l’autogestione, solo nel socialismo”.

Quarta condizione: Il controllo operaio va concepito come un breve periodo di transizione alla socializzazione dell’impresa. A partire dal momento in cui c’è uno sciopero generale, nel momento in cui gli operai in generale hanno capito il concetto del controllo operaio, nel momento in cui questo è diventato un obiettivo di tutto il movimento operaio, in quel momento per noi non si tratta più di condurre azioni esemplari di controllo operaio ma piuttosto azioni di appropriazione della produzione.

Si tratta allora di sviluppare lo “sciopero attivo” (secondo la vecchia formula anarco-sindacalista). Prendiamo due esempi dallo sciopero del maggio ’68 in Francia. Non si tratta di imitare meccanicamente queste esperienze ma di capire la dinamica, la logica di queste iniziative: si è in sciopero generale. Tutto è fermo, compresa l’attività degli impiegati delle banche, della casse di risparmio. È favorevole allo sciopero che questi impiegati smettano completamente di lavorare? Nei primi giorni, sì, perché facilita il generalizzarsi dello sciopero. Ma poi (due, tre settimane) la faccenda si ritorce contro i lavoratori perché non possono disporre dei soldi che hanno depositato nelle casse di risparmio. La soluzione corretta sarebbe cominciare a pagare gli operai che scioperano, ma gli impiegati devono farlo sotto l’autorità della direzione dello sciopero. In quel momento, si entra in periodo rivoluzionario, specie quando si tratta di denaro e quando si comprende la logica della situazione. Gli impiegati della Banca Nazionale diventano in prima persona complici dello “sciopero atttivo” e ricominciano a lavorare sotto la direzione dello sciopero e non più sotto quella del ministro delle Finanze. Quando si è a questo punto, si è entrati nella rivoluzione senza che la gente se ne sia accorta.

Lo sciopero generale dei trasporti è assolutamente indispensabile per il successo dello sciopero. All’inizio, va benissimo per lo sciopero, perché la vita economica è completamente bloccata. Ma dopo un paio di settimane, si ritorce contro gli scioperanti, La conseguenza dello sciopero dei trasporti, infatti, è che la forza collettiva degli scioperanti non si può esprimere (è praticamente impossibile mandare a piedi tutti gli operai parigini a una manifestazione centrale).

È indispensabile che gli operai dei trasporti riprendano il lavoro in precisi momenti, sotto l’autorità della direzione di sciopero. Ciò significa che l’organismo che all’inizio si limitava a organizzare lo sciopero comincia ora a organizzare interi settori della vita pubblica. Il dualismo di potere passa dal livello di fabbrica a livello dello Stato; è quella che normalmente nella storia si chiama soviet o consiglio operaio.

Nel 1917, il consiglio operaio di Pietrogrado (sotto la direzione intelligente del compagno Trotsky) aveva ottenuto che tutti i reggimenti dell’esercito zarista della città non riconoscessero più l’autorità del comandante locale ma solo quella del comitato militare rivoluzionario del Soviet, cosa che ha permesso di fare la rivoluzione d’Ottobre con il minor numero di vittime, perché nessuno era più disposto a battersi dall’altra parte.

Non siamo ancora a questo punto. Ma dobbiamo capire bene la logica che porta alla transcrescenza da un comitato di sciopero a un consiglio operaio, dal dualismo di potere in fabbrica al dualismo di potere nello Stato e da uno sciopero passivo a uno sciopero attivo, dunque dal controllo operaio alla completa socializzazione della produzione.

[Traduzione di Titti Pierini. Da Movimento Operaio]

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