Crisi climatica: ritorno su Doha

TANURO Daniel*

13 gennaio 2012

 

Questo articolo non ha lo scopo di analizzare politicamente il vertice sul clima che si è tenuto a Doha all’inizio di dicembre. Quest’analisi è stata fatta già dai primi giorni della Conferenza e si è rivelata giusta.[1] Si tratta solo di fare il punto sui «risultati » dell’incontro, affinché ciascuno/a capisca bene dove ci troviamo nella marcia verso la catastrofe.

 

Un mini-Kyoto II

 

Il primo punto in discussione a Doha era il proseguimento del Protocollo di Kyoto. Ricordiamo che la questione è al centro del braccio di ferro tra i paesi capitalisti «sviluppati» e gli altri. In effetti, i primi usano l’argomento delle emissioni crescenti dei secondi per esigere un accordo globale che imponga sforzi a tutti; i secondi usano l’argomento della responsabilità storica dei primi per esigere che questi diano seriamente l’esempio nella lotta conto il riscaldamento.

 

Doha ha effettivamente deciso un secondo periodo di impegno nel quadro del Protocollo. Ma questo è solo l’ombra di sé stesso. Il Giappone, il Canada,la Nuova Zelanda e la Federazione Russa non ne fanno più parte. In tal modo, questi paesi raggiungono gli Stati Uniti, secondo emettitore mondiale (dopo la Cina) e primo emettitore storico. Di conseguenza, le nazioni che restano in gioco rappresentano solo il 15% circa delle emissioni.

 

Gli impegni sottoscritti sono molto al di sotto delle necessità. Secondo il GIEC/IPCC [Gruppo Intergovernativo di Esperti sul Cambiamento Climatico], per avere una probabilità su due di non superare i 2,4°C di aumento, i paesi sviluppati dovrebbero ridurre le loro emissioni dal 25 al 40% da qui al 2020 (e dall’80 al 95% da qui al 2050), in rapporto al 1990. Ora, gli impegni presi dai superstiti di Doha equivalgono al massimo al 18% di riduzione. L’Unione Europea si presenta come il buon alunno della classe, con un obiettivo del 20% a questa scadenza. Ora, a causa della recessione, era già a -17,6% nel 2011. Se in aggiunta si tiene conto dei crediti di emissioni provenienti dai meccanismi flessibili (CDM e MOC)[Meccanismi di Sviluppo Pulito e Messa in Opera Congiunta], l’UE è persino al di là del suo obiettivo … da due anni (-20,7%). È vero che i paesi in questione hanno accettato di considerare uno sforzo supplementare, ma è solo una vaga promessa.

 

«L’aria calda russa»

 

Una questione centrale nel prolungamento di Kyoto era «l’aria calda russa». Con questa espressione si indica il fatto che i paesi dell’ex URSS si sono visti attribuire quote di emissione che non hanno utilizzato. Il motivo è che si è scelto il 1990 come anno di riferimento, e che dopo la caduta del Muro l’economia di questi paesi è crollata. Perciò questi hanno enormi eccedenze di diritti di emissione scambiabili sul mercato del carbonio. Poiché tra il 2008 e il 2012 non è stato venduto tutto – e di molto– si poneva l’interrogativo: i 13 miliardi di diritti rimanenti (un diritto = una tonnellata di CO2) sarebbero trasferibili sul secondo periodo di impegno?

 

La conferenza di Doha ha risposto positivamente … Con alcune restrizioni: i diritti (unità di emissione) potranno essere acquistati solo da paesi che avranno superato la loro quota, e soltanto fino al 2% del loro obiettivo di riduzione nel corso del primo periodo. Inoltre parecchi governi hanno fatto sapere che non saranno acquirenti …. Logico: gli obiettivi di Kyoto II sono talmente miseri che nessun paese avrà bisogno di acquistare «l’aria calda russa». Quel che è importante, qui, è che i diritti di proprietà della Russia, dell’Ucraina, della Belarus e del Kazakstan sono stati salvaguardati. Questi paesi conservano dunque la possibilità di vendere tali diritti sul mercato e faranno di tutto per conservarli al di là del 2020.

 

Crediti MDP

 

Poiché il secondo periodo del Protocollo di Kyoto riguarda solo una piccola parte dei paesi sviluppati, è stata posta la seguente domanda: i paesi non sottoposti a impegno avrebbero il diritto di acquistare e vendere i crediti di emissione generati dai «Meccanismi di Sviluppo Pulito » (MDP in francese)? Ricordiamo che MDP è il sistema, previsto da Kyoto, che permette di compensare le emissioni dei paesi industriali con l’acquisto di crediti di carbonio generati con investimenti «puliti» nel Sud. Gli USA, il Canada, il Giappone, ecc. vogliono conservare la possibilità di acquistare questi crediti (il Giappone è il maggiore acquirente dopo l’Unione Europea) perché il mercato del carbonio è relativamente lucroso. I loro rappresentanti hanno sostenuto che l’insufficienza della domanda di crediti ha già fatto cadere il loro prezzo al di sotto di un Euro, il che non favorisce la transizione energetica. La conferenza ha respinto la domanda … Ma la partita non è chiusa, poiché la giurisprudenza a livello dell’istanza di gestione dell’MDP dà piuttosto ragione ai richiedenti.

 

Adattamento e debito climatico

 

Un secondo punto importante in discussione era il finanziamento dell’adattamento al riscaldamento nei paesi del Sud. A Copenhagen, i paesi sviluppati si erano impegnati a versare somme crescenti al fine di raggiungere un obiettivo annuale di 100 miliardi [di dollari ] all’anno a partire dal 2020. Tale decisione è stata confermata l’anno successivo a Cancún. I meda le hanno dato un risalto considerevole: i paesi capitalisti sviluppati, responsabili di oltre il 70% del riscaldamento, sembravano quindi onorare il loro «debito climatico». Ma lontano dalle telecamere le cose vanno decisamente meno bene. A Doha, al di fuori di qualche paese europeo, la maggior parte degli Stati ha rifiutato di precisare l’ammontare del proprio impegno nel corso dei prossimi anni. I paesi meno sviluppati hanno dovuto accontentarsi di una vaga promessa di versamenti almeno tanto importanti quanto quelli degli anni precedenti (circa 10 miliardi di dollari all’anno)….

 

Accordo globale?

 

Un terzo punto, infine, era di definire i contorni della trattativa per un futuro accordo globale che, adottato nel 2015 dovrebbe entrare in applicazione a partire dal 2020. La Conferenza di Bali (2009) aveva deciso di agire in conformità alle proiezioni del GIEC/ICCP, quella di Cancún aveva adottato l’obiettivo di un aumento della temperatura limitato a 2°C, o persino a 1,5°C, e quella di Durban aveva proseguito istituendo un nuovo gruppo di lavoro ad hoc in vista di un’azione più importante contro il riscaldamento (ADP). Ricordiamo che secondo il GIEC, il non superare troppo i 2°C di aumento implica di ridurre le emissioni dal 50 all’85% su scala mondiale da qui al 2050, e di ridurle dall’80 al 95% nei paesi sviluppati, e di cominciare a ridurle al più tardi nel 2015.

 

Molti paesi in via di sviluppo, in particolare i piccoli Stati insulari (AOSIS), chiedono da anni che queste cifre siano ratificate dai vertici delle NU e trasformate in obiettivi. Invano, e Doha non ha derogato a questa tradizione: la Conferenza ha deciso soltanto di «lavorare con urgenza (!) in vista della necessaria riduzione profonda (?) delle emissioni e di raggiungere un picco nelle emissioni globali al più presto possibile». La questione qui è chiaramente di sapere se la politica climatica deve essere o meno determinata a partire dalla valutazione scientifica del clima. L’AOSIS ha fatto proposte precise in tal senso in occasione del COP 17 [Durban 2011], ma sono state respinte, in nome dei «vincoli economici»…

 

Responsabilità differenziate

 

La trattativa per un accordo globale, applicabile a tutti i paesi, solleva un altro punto delicato: in quale misura si rispetterà il principio delle «responsabilità comuni ma differenziate»? Questo importantissimo principio è iscritto nella Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC). Gli Stati Uniti e i loro alleati (Canada e Australia in particolare) manovrano da anni affinché non sia più tenuto in conto. A Durban si erano già opposti con successo a che i testi adottati vi facessero riferimento in modo esplicito. Lo stesso scenario si è ripetuto a Doha. Gli Stati Uniti sono persino arrivati al punto di ritirare il riferimento alle conclusioni di Rio+20 per la semplice ragione che i principi di equità e di responsabilità differenziate vi sono menzionati …

 

Tale questione costituisce davvero la pietra di paragone dei negoziati. Di fronte agli Stati Uniti e ai loro partigiani, il principio di responsabilità comuni ma differenziate è difeso da un’alleanza eterogenea che raggruppa la Cina, l’India, la Bolivia, Cuba, il Venezuela e parecchi paesi arabi produttori di petrolio. Difficile vedere come tra questi due campi sia possibile un compromesso… Salvo che? Salvo che la valutazione scientifica non serva più da quadro del negoziato, e che ciascun paese comunichi semplicemente agli altri le misure che intende prendere per contribuire al salvataggio del clima. Questa impostazione «bottom up »[dal basso] è quella che gli Stai Uniti, la Cina, gli altri paesi emergenti e l’UE hanno imposto a Copenhagen, dopo averla contrattata in parallelo alla Conferenza. Su questa base un accordo è certo prevedibile … ma un accordo che non permetterà di rimanere al di sotto dei 2°C di aumento.

 

Pessimismo di rigore

 

In seguito a Copenhagen, oltre 80 governi hanno comunicato dei «piani per il clima». La loro analisi permette di proiettare un aumento di temperatura che oscilla da 3,5 a 4°C da qui alla fine del secolo. Queste proiezioni sono da prendere con le pinze, poiché i principali emettitori di gas serra si ingegnano a confondere le piste. Primo, le misure che comunicano mancano spesso di chiarezza, e coprono un ambito molto vasto di settori. Secondo, gli sforzi di riduzione dei diversi paesi sono difficili da misurare e confrontare. Il piano di azione di Bali prevedeva di armonizzare la contabilizzazione e il metodo dei rapporti delle emissioni. Ne siamo lontani, in particolare perché gli Stati Uniti, – ancora loro–! rifiutano di armonizzare le differenti regole incluse nella Convenzione quadro della Nazioni Unite e nel Protocollo di Kyoto. La Cina, dal canto suo, probabilmente sottostima le proprie emissioni per un totale di circa 1,3Gt di CO2 [2]

 

In un articolo scritto poco tempo prima di Doha, Walden Bello e Richard Heydarian volevano credere che i due principali emettitori mondiali di gas serra sarebbero costretti ad arrivare nei prossimi anni ad un accordo bilaterale sul clima, che implichi riduzioni obbligatorie delle emissioni per le due parti, accordo che servirebbe in seguito da base per un impegno di tutte le nazioni.[3] Questa analisi ci sembra eccessivamente ottimista. Tiene poco conto degli enormi interessi materiali in gioco. E punta sul fatto che i decisori prenderanno razionalmente le misure indispensabili per evitare una enorme catastrofe umana. Niente nella storia del capitalismo permette di giustificare una simile speranza.

 

Daniel Tanuro.

 

 

 

* Da [Europe Solidaire Sans Frontières] –

http://www.europe-solidaire.org/spip.php?article27548

[1] Vedere su ESSf (articolo 27063) Doha : le plus grand pollueur du monde préside le sommet sur le climat : http://www.europe-solidaire.org/spi…

[Traduzione italiana. Nel sito nazionale di Sinistra Critica e nel sito di Antonio Moscato “Movimento Operaio”].

 

[2] http://www.lemonde.fr/planete/artic…

 

[3] Vedere su ESSf (articolo 27178), Doha : Towards a grand compromise in climate negotiations, http://www.europe-solidaire.org/spi…