Cgil e PD, un abbraccio

image

La “Conferenza di programma” che la Cgil ha celebrato a Roma nello scorso week-end del 25 e 26 gennaio era un appuntamento da tempo programmato e con intenzioni piuttosto ambiziose, quelle cioè di affrontare le enormi e crescenti difficoltà della propria azione di fronte all’attacco del padronato e del governo ai lavoratori e, per quello che più conta per l’apparato Cgil, al ruolo di mediazione delle organizzazioni sindacali. A meno di non cedere definitivamente alla tentazione ben presente nelle file della burocrazia, di diventare, al pari di Cisl e Uil, un’appendice del comando padronale nell’azienda e nella società.
Per fare questo era stato perfino preso a modello il Piano del lavoro con cui la Cgil di Di Vittorio nel 1950 provò a rispondere al tentativo borghese di porre fine al compromesso politico-sociale postbellico e all’esclusione dei partiti di sinistra dal governo. Ma le contingenze dell’oggi e l’incombere della campagna elettorale hanno completamente e platealmente travolto le intenzioni dichiarate e ridotto l’appuntamento a un’iniziativa dalle finalità molto più modeste e tutte legate al sostegno all’ipotesi di un prossimo governo Bersani.
La vera natura dell’assemblea dei giorni scorsi viene infatti rivelata dalle modalità del suo svolgimento ancora di più che dal contenuto di quanto lì detto. Per affermare il proprio collateralismo nei confronti del centrosinistra e quindi la propria netta indicazione di voto per le prossime consultazioni elettorali di fine febbraio basta guardare all’elenco degli interventi: Susanna Camusso, ovviamente, in apertura e in chiusura del dibattito, una ventina di delegate e di delegati di posto di lavoro, qualche segretario generale di importanti strutture e, soprattutto, Giuliano Amato, il capostipite dei politici neoliberisti italiani, ma rigorosamente “democratico” (che ha fatto una lezione su quanto l’estremismo rigorista rischi di distruggere le “riforme” fin qui fatte), il ministo uscente per la “Coesione Territoriale”, Fabrizio Barca, bocconiano “democratico” per meriti famigliari (essendo figlio del defunto dirigente PD Luciano), ma evidentemente totalmente corresponsabile delle misure antioperaie del governo Monti, l’economista “democratico”, Antonio Silvano Andriani, ex dirigente Cgil e oggi presidente del fondo pensionistico privato del gruppo Monte dei Paschi di Siena (sic!), i “democratici di complemento” Bruno Tabacci e Nichi Vendola, il presidente social “democratico” del parlamento europeo, Martin Schulz (in video) e, come vedette dell’iniziativa, il “democratico” per antonomasia Pierluigi Bersani. Ovviamente l’obiettivo del gruppo dirigente attorno a Susanna Camusso non è di pura subalternità al PD, che pure è il suo partito di riferimento (ormai di tutta la segreteria, dopo la rottura anche formale tra Nicola Nicolosi e il PRC), ma riflette anche interessi propri di quell’apparato. L’obiettivo e la speranza vertono attorno al disperato bisogno per un sindacato come quello diretto da Susanna Camusso che il possibile governo Bersani riapra in qualche modo un clima di concertazione; un clima cioè nel quale l’organizzazione di Corso d’Italia possa ritrovare la propria ispirazione unitaria (ormai non più tri, ma quadriconfederale, con Cisl, Uil e Ugl…) e, soprattutto, riaffermare un proprio ruolo centrale, uscendo dalla marginalità nella quale la protervia di Berlusconi e Sacconi prima e il decisionismo tecnocratico di Monti e Fornero l’hanno da tempo relegata. Si tratta di una scelta che platealmente ha escluso ogni altro interlocutore dal confronto e che, ad aggravante, ha escluso dalla possibilità di intervento anche i leader delle due correnti interne di sinistra, Cremaschi e Rinaldini, i quali, infatti hanno rilasciato dichiarazioni molto dure sulla caduta di democrazia e di autonomia della confederazione. La crucialità dell’obiettivo e l’urgenza di raggiungerlo tolgono al gruppo dirigente ogni esitazione perfino di fronte a quella che si configura come una violazione brutale (nella lettera e nella sostanza) delle regole dello statuto che definisce l’autonomia dai partiti un “valore primario” e il pluralismo interno una “ricchezza fondamentale” per la Cgil.
Antonio Ingroia, il più noto tra gli esclusi dall’interlocuzione con la Cgil, ha affrontato con misura la questione e, anzi, preoccupato di non apparire di ostacolo, ha preciSATO che l’obiettivo della sua lista è convergente con le idee della Cgil, perché vuole battersi per un’ “alternativa di governo di centrosinistra”, purché sia senza convergere con Monti.
Sì, perché lo scontro sembra essere tutto lì, attorno alla necessità di battere il tentativo centrista e montiano di costringere il PD a “silenziare” la sua ala “laburista” interna (Fassina, Damiano) e esterna (SEL e, soprattutto, la Cgil). La relazione della segretaria Camusso e buona parte degli interventi della “base” sono stati improntati alla richiesta ai partiti che possono costruire un “governo di alternativa” (dunque PD e SEL in primis) di farsi carico delle problematiche del mondo del lavoro, obiettivo evocato anche dal logo della conferenza che si richiama all’articolo 1 della costituzione (“Fondata sul lavoro”).
Naturalmente tutti gli ospiti politici hanno avuto buon gioco nell’ingraziarsi la platea promettendo attenzione alle tematiche poste dalla Cgil, altrettanto ovviamente senza impegnarsi in nulla. Neanche sulla “patrimoniale”, che nessuno degli illustri interlocutori ha nominato, anche se costituisce un tassello importante del Piano del lavoro camussiano. Ma l’ipotesi di un Piano del lavoro, avanzata dalla confederazione nel corso della conferenza con l’obiettivo di creare un ingente numero di nuovi posti di lavoro (oltre che di salvaguardarne il massimo possibile dagli effetti distruttivi della crisi) ha trovato nel corso della discussione il riscontro del suo carattere illusorio e propagandistico. Infatti nessuno dei politici del centrosinistra intervenuti, né soprattutto Bersani, si è sbilanciato nell’assumere vincoli programmatici concreti e circostanziati. Gli obiettivi dichiarati del piano Cgil sono apparentemente importanti: da qui al 2015 il PIL dovrebbe crescere del 3,1%, l’occupazione del 2,9, gli investimenti del 10,3 e la disoccupazione (oggi superiore all’11%) ritornare sotto il 7. Tutto ciò attraverso un significativo intervento pubblico per la creazione di posti di lavoro, l’elevamento dell’obbligo scolastico, massicci interventi di bonifica del territorio, di ristrutturazione delle scuole fuori norma, la prevenzione antisismica, la sistemazione dei siti archeologici, il potenziamento dei trasporti pubblici e delle reti infrastrutturali, l’introduzione di un reddito di continuità. I costi molto ingenti per questi interventi, pari a 50-60 miliardi, dovrebbero essere reperiti con una “riforma fiscale radicale che sposti l’asse del prelievo” dai redditi da salario o pensione alla lotta all’evasione e all’elusione (da ridurre del 30%), l’abolizione dell’IMU e l’introduzione di un’imposta “strutturale” sulle grandi ricchezze (IGR, appunto la patrimoniale), la Tobin tax, la crescita dell’imposta sulle rendite finanziarie, la creazione di misure penalizzanti e premianti contro l’inquinamento. Il macigno del debito, che con tutta evidenza rende del tutto incredibile che partiti ossequiosi dei diktat della Troika possano assumere come programma di governo le proposte della Cgil, secondo Susanna Camusso andrebbe reso meno cogente attraverso “il graduale acquisto e annullamanto da parte della BCE di titoli di stato” pari al 20% del PIL di ogni paese (la somma darebbe 1,900 miliardi), previa modifica dello statuto della banca centrale e dei trattati ESM (European Stability Mechanism) e EFSF (European Financial Stability Facility). La manovra porterebbe il debito di tutti i paesi europei (esclusa la Grecia) sotto il 100% rispetto al PIL e allevierebbe la morsa del debito sulla spesa pubblica e sullo spread.
Ma il nodo è proprio sul carattere totalmente illusorio e deviante di un’iniziativa di tale genere. Come potrebbe un movimento sindacale che ha subito, senza colpo ferire, nell’ultimo anno tutta l’offensiva che conosciamo, pensare di poter imporre una svolta nella politica economica nazionale e continentale.
L’iniziativa infatti si basa tutta su una delega totale e in bianco alla “politica”, rimuovendo e occultando l’ossequio formale e sostanziale di tutta la politica al liberismo monetarista. L’operazione allo stato attuale non prevede, né potrebbe prevedere nessuna iniziativa di lotta, perché ogni iniziativa di lotta, anche la più timida, si scontrerebbe con la voglia di governo e di governabilità dei partiti di riferimento.
Non a caso il lancio del piano del lavoro si accompagna con la diffusione di un progetto di riapertura della trattativa sul “modello” contrattuale attraverso una proposta Cgil (su cui torneremo) che fa propri gli assi degli accordi del gennaio 2009 e del novembre 2012 sui quali, peraltro, la Cgil non aveva posto la firma.
Ma, appunto, quegli accordi separati sono stati sottoscritti dalle altre confederazioni sotto l’egida dei governi “non amici” di Berlusconi e di Monti. Ma dopo il 25 febbraio il quadro sarà diverso e anche la discussione nella Cgil si appronta a rendere più facile la vita all’agognato “governo amico”. Con buona pace dei residui diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.
Perciò, anche sul Piano del lavoro, nessun conflitto, ma una generica aspirazione a una improbabile diffusione continentale di un’ondata di moderato keynesismo e un tentativo malcelato di allargare le interlocuzioni e i “collateralismi”, magari oltre il “compagno” Bersani verso il vertice della BCE (Mario Draghi).
Ma l’effetto di tutto ciò sarà il seminare nuove e ulteriori illusioni e deprimere ancora di più la possibilità di lotte e di conflitto, lasciando nuovi spazi alla aggressività padronale.

Per ulteriori elementi, vedi ilmegafonoquotidiano.it

Andrea Martini

Annunci