La Tunisia non vuole tornare indietro

di Fabio Ruggiero – http://www.rivoltaildebito.org

L’anima della rivoluzione è viva e vegeta e prima o poi i nodi irrisolti sarebbero venuti al pettine. La rivoluzione Tunisina, come le altre della zona araba,  affonda le radici in cause sociali e politiche ancora tutte da risolvere: disoccupazione, povertà, libertà di espressione, economia dipendente dagli investimenti stranieri e cappio del debito. Sembra avere ragione Gilbert Achcar quando più di un anno fa avvertiva i detrattori del processo rivoluzionario: “la rivoluzione è un processo lungo, non dormirete sogni tranquilli”. 

Così la pensava anche Chokri Belaid, tanto da costruire insieme alle forze della sinistra tunisina il Fronte Popolare, il cui primo obbiettivo è proprio quello del raggiungimento degli obbiettivi della rivoluzione. La reazione di queste ore per le strade, la folla ai suoi funerali, gli scontri con la polizia dimostrano che il sostegno alle idee del Fronte è ampio, ed ad animarlo sono le aspirazioni di giustizia sociale alla base del processo rivoluzionario. L’UGTT, il sindacato maggioritario, ha addirittura proclamato lo sciopero generale per oggi, giorno dei funerali del dirigente del Fronte. Ma quello che emerge con chiarezza è che la popolazione non è disposta ad accettare un gesto, come l’omicidio politico, che li riporta indietro all’epoca dello stato di polizia dell’RCD.  La consapevolezza che inizia a farsi strada è che se non si va avanti con il processo rivoluzionario, le forze della reazione non staranno a guardare. La pista che sta emergendo in queste ore su un probabile coinvolgimento della polizia, organo di governo per eccellenza del vecchio regime, va in questa direzione.

Che le rivoluzioni della zona araba siano un processo lungo è stato facile verificarlo per l’Egitto, in cui durante questi 7 mesi di dittatura militare esposta a una grande copertura mediatica, si è reso subito chiaro che la cacciata del dittatore non era che l’inizio di un processo di smantellamento dei vecchi apparati. In Tunisia dopo le elezioni c’era un’aria di attesa, le persone cercavano un po’ di normalità, sperando in quella che nel Mediterraneo del Nord chiamano “democrazia”, ossia le elezioni, in un paese fortemente provato dalla disoccupazione di massa, ma con una società ed una classe lavoratrice in effervescenza.La riuscita dello sciopero generale del 6 dicembre e di quelli precedenti ne erano un segnale. Così come lo erano le lotte per la libertà di stampa e la lotta per i diritti delle donne che con la rivoluzione sono riemerse con rinnovata vitalità.

Poi L’UGTT ha firmato il 14 gennaio il “patto sociale” con il sindacato padronale, l’Utica, ed il governo. Una mossa concertativa per dare tregua al governo lacerato da divisioni interne, e rassicurare gli investitori stranieri (il giorno della morte di Belaid, il presidente Marzouki era al Parlamento Europero a rassicurarli che la rivoluzione non avrebbe leso gli interessi degli investitori) mostrando la faccia del sindacato responsabile. Una mossa per mantenere in piedi gli equilibri post elettorali, per non interrompere la transizione, nonostante i problemi del paese si si stessero aggravando.

Ma la Tunisia dei martiri e delle zone dimenticate, delle periferie e delle industrie tessili, quella industriale di Sfax e quella delle miniere di Gafsa, non ha mai conosciuto normalizzazione. Sebbene agli osservatori emergesse solo la dicotomia laico/religioso e il confronto tra chi vuole “islamizzare” la società e chi invece vuole “europeizzarla”, il Fondo Monetario Internazionale intraprendeva colloqui con tutte le forze politiche, in primis i “religiosi”, per continuare la politica di indebitamento e di investimenti esteri di cui la dittatura di Ben Ali era stata garante.

In questo contesto è stato ucciso Chokri Belaid, portavoce del neonato Fronte Popolare, organizzazione anticapitalista che lotta per il raggiungimento degli obbiettivi della rivoluzione e riunisce gran parte della sinistra tunisina. Organizzazione che appena pochi giorni fa aveva respinto al mittente l’invito del FMI ad un incontro a porte  chiuse, denunciandone la connivenza con la dittatura, le politiche antipopolari di cui è artefice. Il Fronte ha poi invitato il FMI ad un confronto pubblico in piazza sulla natura del debito contratto durante la dittatura. Ma per i nostri media la cosa fondamentale è continuare a portare la lettura degli avvenimenti come uno scontro tra ideologie, tra laici e religiosi. La loro ipocrisia è tale da continuare a nascondere il ruolo di Belaid nel Fronte e la politica antiliberista di cui era portavoce: continuano a parlare di “partito laico di opposizione” e nel migliore dei casi del partito Democratico Patriottico, che ben nasconde nel nome la sue estrazione di sinistra.

Ora le contraddizioni del governo emergono in tutta la loro profondità. Ennahda è stato eletto dalla maggioranza dei tunisini per una transizione democratica che cozza con gli obbiettivi sociali della rivoluzione, nel continuare una politica economica tutta a svantaggio delle classi popolari tunisine, le stesse che hanno abbattuto la dittatura e poi li hanno votati. A peggiorare la sua posizione ha contribuito la connivenza con i gruppi salafiti e le frange più violente del partito, anima delle “Milizie della rivoluzione” che vogliono imporre il controllo sociale con violenza, attaccando donne, artisti, blogger, attivisti, sindacalisti, ed inculcare la paura e la rassegnazione. Qualsiasi mezzo per attaccare chi disturba il governo (Ennahda e gli altri 2 partiti liberisti – laici, ma poco importa) nella sua opera di normalizzazione tesa a restituire alla Tunisia il suo ruolo sulbalterno agli investimenti stranieri ed al debito, con buona pace dei diritti dei lavoratori e dei loro salari.

Proprio questo era uno dei timori di Belaid. In una intervista di Andrea Ranelletti  raccolta nel luglio 2011, quindi a pochi mesi dalla cacciata di Ben Ali, affermava: « Il mio timore viene dall’esperienza ed è legato alle solide relazioni intessute da Ben Ali con i nostri vicini del nord attraverso le politiche migratorie. Per difendere i loro interessi hanno trasformato la Tunisia in uno stato di polizia e poi hanno approfittato della benevolenza del regime per rapinare le nostre risorse, con la scusa dello sviluppo in loco. Esenzioni fiscali, sfruttamento della manodopera e costi di produzione bassissimi. Non credo che l’Italia o la Francia siano disposti a rinunciare facilmente a tutto questo.»

Annunci