Per un sindacato unitario, includente, democratico – Contributo al dibattito congressuale di USB

 

democrazia-e-partecipazionePubblichiamo (riprendendolo dal sito di USB di Brescia) il documento presentato da diverse/i compagne/i interne/i a questo sindacato di base  come contributo congressuale e che non è stato ammesso alla discussione nazionale in base al regolamento vigente.
Condividiamo quanto scrivono gli estensori nella presentazione a questo testo: “… a fronte della crisi economica e della grave situazione sociale in cui versa il lavoro dipendente, nessuno può ragionevolmente pensare di avere in tasca la soluzione “esclusiva” per uscire dalla grave impasse che incontra l’azione sindacale – anche dei sindacati di base – nei luoghi di lavoro..”
Alleghiamo per conoscenza anche il documento congressuale della maggioranza di USB.

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“PER UN SINDACATO UNITARIO, INCLUDENTE E DEMOCRATICO”

 Dopo quasi tre anni dalla costituzione di USB, e in occasione di una discussione così importante come quella congressuale, crediamo sia necessario ragionare su come la nostra organizzazione sindacale abbia lavorato in questo periodo, su come il gruppo dirigente abbia organizzato il nostro sindacato e su come, nei documenti ufficiali e nelle sedute degli organismi nazionali, venga analizzata la fase sociale ed economica che stiamo affrontando. Questo per essere più attrezzati ad affrontare il vero tema del primo Congresso di USB: come un’organizzazione sindacale di base e conflittuale possa contribuire a far ripartire il conflitto sociale nel nostro paese.

Il ruolo del sindacalismo di base nell’attuale fase politica, economica e sociale

Non è necessario ripercorrere tutte le fasi che hanno caratterizzato, negli ultimi anni, l’attacco furibondo alle condizioni di vita di lavoratrici e lavoratori, attacco portato avanti in modo “bipartisan” dalle destre e dalle sinistre che si sono succedute al governo, le quali, seppur con differenze di metodo e di riferimenti sociali all’interno della classe capitalistica “nostrana”, hanno cancellato in larga parte ciò che era stato faticosamente conquistato in anni di lotte dal movimento operaio. Con l’esperienza del Governo Monti, poi, le contrapposte “ali” del sistema politico italiano hanno addirittura abdicato a un ruolo diretto di gestione della crisi economica e sociale cedendo il campo ai “tecnici”, e rendendo finalmente palese la sottomissione di qualsiasi gestione politica della “crisi” ai meccanismi economici e finanziari dettati da FMI, BCE e Commissione Europea. Si tratta delle politiche di “austerità”, spacciate come inevitabili e “naturali”, ma che rappresentano gli strumenti che il capitale utilizza per cercare di riavviare un positivo ciclo di accumulazione e di ripresa dei saggi di profitto, principalmente attraverso il peggioramento dei livelli salariali (diretti e indiretti) di lavoratrici e lavoratori. Ed appare scontato che anche un’eventuale vittoria elettorale del centro-sinistra non possa cambiare questa tendenza, ma viceversa assecondarla.

Se questo è il quadro, le difficoltà per tutte le organizzazioni sindacali del nostro paese sono enormi. Sia per i sindacati “collaborativi” come CISL, UIL e autonomi (la cui collaborazione non è di fatto più richiesta dal mondo politico), sia per chi è in mezzo al guado (o meglio, riesce a “vendersi” in tale posizione) come la CGIL, sia per chi cerca, almeno mediaticamente, di agire il conflitto come la FIOM (non disdegnando, per necessità, incursioni nel mondo politico). Ma lo sono ancor di più per il variegato arcipelago dei sindacati di base, che il conflitto sociale lo vorrebbero praticare come proprio oggetto statutario, ma non ne hanno la forza e la possibilità, sia dal punto di vista della capacità di analisi e di direzione, sia dal punto di vista del seguito di massa. Contribuiscono in maniera decisiva a questa difficoltà la patologica frammentazione organizzativa delle diverse sigle, la cronica mancanza di ricambio dei gruppi dirigenti, l’incapacità di un ragionamento e di una pratica che superi le supposte autosufficienze. Spiace constatare come ciò abbia avuto plastica dimostrazione nella giornata del 14 novembre 2012, quando un formalistico giudizio sulla piattaforma della CES non ha fatto comprendere a molti (USB, purtroppo, inclusa, nonostante il Comitato No Debito avesse invitato al sostegno esplicito della giornata di lotta) come questo appuntamento avesse ben altro significato concreto e materiale per molti dei soggetti sociali che sono scesi in piazza, con una forza e una convinzione che meritavano ben altro appoggio e spinta da parte di chi si proclama sindacato alternativo e conflittuale.

L’Unione Sindacale di Base opera in un momento difficilissimo per il nostro settore sociale di riferimento: non mancano episodi di lotte anche aspre e di un certo rilievo, non mancano momenti alti di conflitto, non manca a volte una visibilità seppur faticosamente conquistata. La manifestazione del NO MONTI DAY del 27 ottobre 2012 e la stessa giornata del successivo 14 novembre dimostrano anche che non manca del tutto la disponibilità a una risposta di livello più generale. Quello che manca è una vera saldatura tra i diversi conflitti e soprattutto la capacità e la credibilità per fare breccia nella diffusa e profonda disillusione rispetto alle reali possibilità di cambiamento e svolta della fase. Molte delle lotte e dei momenti di conflitto vedono coinvolta direttamente l’USB, e si deve prendere atto che la nostra appare come una delle organizzazioni che meglio sta difendendo il proprio ruolo e una propria autonoma pratica sindacale. Ma, ancora una volta, è altrettanto evidente che questo, pur frutto di generosissimi sforzi e sacrifici anche personali, è drammaticamente insufficiente non solo per rendere credibile una svolta, ma anche per poterla solo immaginare come possibilità da parte di chi dovrebbe “seguirci”.

Di fronte a tutto ciò il gruppo dirigente di USB sostiene, ne’ più ne’ meno, che lo strumento della possibile svolta è un sindacato meglio organizzato nelle sue strutture centrali, periferiche e di settore, con un apparato che tutto coordina e tutto controlla (soprattutto economicamente), e con una lettura unica e “di organizzazione” della crisi e dell’analisi del conflitto di classe. Un “sindacato dall’alto” (così è stato letteralmente definito in un coordinamento nazionale) che fornisca a una “classe” disorientata la lettura univoca di quello che sta succedendo e la ricetta indiscutibile di ciò che bisogna fare per rialzarsi. E naturalmente, a corollario, ne discende un giudizio totalmente liquidatorio (per usare un eufemismo) rispetto a tutte le altre organizzazioni del sindacalismo alternativo e un irrigidimento anche disciplinare verso chi, dall’interno, “disturba” il sindacato sotto assedio con letture divergenti, che puntano sull’autonomia dei territori e sulla sperimentazione di pratiche sindacali che non si fanno confinare all’interno del recinto dell’organizzazione di appartenenza.

Noi pensiamo che questo modo di pensare e di agire sia del tutto sbagliato e da questo atteggiamento eminentemente politico nascono le nostre forti divergenze sul modello organizzativo e economico del sindacato finora portato avanti.

Non pensiamo che l’Unione Sindacale di Base sia inadeguata perché non sufficientemente organizzata e coesa, o perché non è ancora riuscita a conquistare gli iscritti degli altri sindacati di base, o perché i lavoratori e le lavoratrici non capiscono la crisi e la funzione determinante di una organizzazione centralizzata e nazionale per rispondere agli attacchi subiti. Pensiamo invece che la questione sia drammaticamente e storicamente più seria. Le difficoltà in cui si dibatte il c.d. “movimento” nascono da una sconfitta epocale del mondo del lavoro a livello continentale (e non solo), e si deve prendere atto che la fase delle “conquiste” degli anni ’60 e ‘70 è stata definitivamente sconfitta dall’offensiva neoliberista. Contrariamente ai nostri massimi dirigenti nazionali, pensiamo che la “classe” nel suo complesso sia maggiormente in grado rispetto a 40 anni fa di leggere la situazione, non fosse altro che per una scolarizzazione di massa che ormai si è generalmente affermata e per una composizione sociale delle classi subalterne ben più complessa e articolata di qualche decennio fa. Noi pensiamo che la “classe” abbia talmente compreso la sconfitta storica da non credere di poter, nel breve periodo, ribaltare la situazione. Vorremmo davvero sbagliarci, ma le tante lotte e i diffusi conflitti oggi presenti (seppur necessari e inevitabili per la difesa dei posti di lavoro e di una minima dignità sociale) ci sembrano più il residuo di una fase passata e già segnata, piuttosto che l’alba della ripresa del movimento dei lavoratori. E proprio per questo non opera quella “connessione” tanto invocata tra le diverse situazioni di conflitto, non certo per la mancanza di organizzazione o per le dissidenze interne a ogni sigla sindacale di base. Questa sconfitta ci consegna il compito storico di un nuovo inizio, di far ripartire sostanzialmente da zero e con strumenti nuovi un conflitto all’altezza dei tempi, senza ripercorrere strade già battute da organizzazioni autoreferenziali, interessate alla propria sopravvivenza piuttosto che a una lotta più unitaria e collettiva possibile. Ci si muove in un campo aperto, senza mappe predeterminate o dettate da uffici studi d’apparato. E’ evidente che se la “classe” è in questa situazione nessuno ha le ricette giuste, nessuno può ergersi a giudice degli altri, nessuno può far valere la propria “forza” numerica e organizzativa, per il semplice fatto che, per grande che sia (e di solito è sovrastimata…), rimane del tutto residuale e marginale all’interno di un processo storico e transnazionale di ribaltamento dei rapporti di forza a favore del capitale.

Siamo però profondamente convinti che proprio in una situazione così drammatica e difficile, che forse non lascia spazio a molte speranze nel breve periodo, un sindacato che si proclama “di base” e “alternativo” abbia un suo ruolo obbligato: cercare incessantemente e senza pregiudizi le strade di una ripresa, stare vicino ai lavoratori, aiutarli e supportarli in ogni momento (che sia di lotta o di sconfitta), mettere a disposizione saperi e risorse all’unico scopo di unire chi lavora al di là delle appartenenze sindacali e dei settori lavorativi, senza primogeniture ne’ borie di organizzazione. E non serve girarci attorno: la vicinanza ai lavoratori è anche vicinanza ai luoghi di lavoro degli organismi decisionali e delle risorse per potersi organizzare (e quindi anche massima trasparenza e precisa individuazione delle responsabilità di spesa), è internità ai luoghi di lavoro di chi fa sindacato e si confronta con le aziende (e quindi limitazione allo stretto necessario di funzionari e distaccati), è cessione di sovranità dell’organizzazione verso gli organismi collettivi eletti direttamente da lavoratrici e lavoratori, iscritti o non iscritti. Tutto questo per sperimentare strade nuove e pratiche originali che evidentemente sono l’unica e inevitabile risorsa, anche se per ora non sufficiente, per risalire la china.

USB è solo una parte (e purtroppo neanche troppo grossa) della “classe” che vuole organizzare. Per quanto efficiente e oliata sarà la sua macchina organizzativa non riuscirà a raccogliere la massa critica per immaginare una svolta dei rapporti di forza, non potrà azzerare e liquidare pratiche sindacali basate su principi e approcci diversi da quelli portate avanti dal nostro gruppo dirigente. Verrebbe da dire, “meglio meno, ma meglio”: fatta salva l’irrinunciabile tensione alla tenuta e al miglioramento, qui e ora, delle condizioni di vita e di lavoro della “classe”, occorre lasciare aperte e in dialogo tra loro le diverse appartenenze, le diverse letture e le diverse pratiche. E farlo, sperabilmente, in un’organizzazione sindacale più grande ma più democratica, più aperta, più includente e guidata da nuovi gruppi dirigenti che sostituiscano quelli attualmente (e da decenni) alla guida di tutte le sigle del sindacalismo di base.

Ci sono state spesso rivolte, per questo modo di vedere le cose, accuse di aziendalismo e corporativismo, liquidando questi concetti come autoreferenzialità di gruppi dirigenti locali che vogliono mantenere rendite di “posizione” e di “portafoglio”. Noi pensiamo che sia invece la sola strada per riuscire a riprendere il cammino, o almeno per creare le condizioni per cui il cammino, un giorno, lo riprenda chi ne avrà la forza e la capacità. Una strada che, sulla base di quanto scritto finora, preveda un’organizzazione democratica, strutturata in modo trasparente, basata sull’autonomia dei territori e sulla sperimentazione di pratiche originali e moderne.

Un’organizzazione snella, democratica e includente

Crediamo che il compito del Congresso Nazionale di USB sia quello di mettere in campo un’organizzazione sindacale strutturata con modalità adeguate alle caratteristiche della fase politico-sindacale in cui operiamo e ai compiti che in essa sono secondo noi affidati al sindacalismo alternativo e di base. Queste modalità devono secondo noi essere le seguenti:

  • un sindacato che con la pratica democratica e la legittimità del dissenso coinvolga sempre più lavoratori, i quali possano aderirvi anche collettivamente e anche se portatori di differenti pratiche sindacali e teorie sulla fase, sulla crisi e sul conflitto sociale;
  • un sindacato in cui le linee e le scelte vengano discusse e adottate dagli organismi collettivi di coordinamento, e in cui gli esecutivi siano chiamati ad applicarle, e non viceversa (come spesso è accaduto);
  • un sindacato intercategoriale, in cui i livelli decisionali siano pochi e chiari, basati sul territorio e non sulle categorie, e che non debbano incartarsi (come è accaduto finora) in un ginepraio di organi sovrapposti, di fatto mal funzionanti e nei quali il confronto e la discussione sono inevitabilmente asfittici e nelle mani degli esecutivi;
  • un sindacato in cui gli incarichi dirigenziali siano in maggioranza a rotazione e che utilizzi distacchi, aspettative e funzionari solo se strettamente necessari e con modalità trasparenti, periodicamente controllabili e condivise dal corpo dell’organizzazione;
  • un sindacato che si strutturi a livello nazionale con un apparato il più leggero possibile, che sia “a servizio” delle istanze locali e che renda conto periodicamente dei propri costi e dell’uso di risorse rese comunque disponibili dal livello periferico sulla base di programmi di lavoro discussi e condivisi;
  • un sindacato la cui organizzazione abbia al centro le realtà lavorative e territoriali, con ampia autonomia economica e di azione, nell’ambito di poche discriminanti discusse e condivise collettivamente;
  • un sindacato che, dove è presente, faccia sempre votare tutti i lavoratori e le lavoratrici (iscritti/e e non) su piattaforme, vertenze e ipotesi di accordi, e che dia risorse, strumenti ed agibilità, in via prioritaria, a chi viene eletto da tutti i lavoratori (iscritti/e e non);
  • un sindacato che non segua la pratica della firma in cambio del riconoscimento della controparte: una pratica che se facilita l’accesso ai luoghi di lavoro, finisce inevitabilmente con il legare le mani nel conflitto, con il creare disillusione tra i lavoratori e, il più delle volte, con il perdere per esaurimento d’entusiasmo gli spazi conquistati;
  • un sindacato aperto alle figure sociali diverse dal lavoro dipendente e che sia impegnato nella socialità dei territori sulle lotte di cittadinanza;
  • un sindacato che a livello internazionale ricerchi accordi e alleanze con altre organizzazioni sulla base delle lotte e dei contenuti concreti, e non sulla base di appartenenze ideologico-politiche non certo al passo con i tempi (tanto per capirci, tipo FSM);
  • un sindacato che ricerchi nei territori e nei luoghi di lavoro un rapporto unitario con tutte le altre organizzazioni di base e conflittuali per attivare tutte le forme di conflitto possibili ed unitarie;
  • un sindacato che anche a livello centrale ricerchi prioritariamente l’unità di azione tra le organizzazioni di base e conflittuali anche al fine di riaprire un processo unitario tra le varie esperienze sindacali.

Un regolamento economico trasparente e basato sull’autonomia dei territori

La questione del regolamento economico è dirimente per delineare la fisionomia del sindacato che intendiamo costruire. L’attuale regolamento economico, approvato dal Coordinamento Nazionale per la fase transitoria di costituzione di USB, è del tutto funzionale ad un modello sindacale fortemente centralizzato, con un centro direzionale molto forte che richiede coesione totale alla sua impostazione e interpreta ogni forma di dissenso come un indebolimento dell’organizzazione. E’ insomma il principale strumento per il controllo verticistico del nostro sindacato, sia sotto il profilo della quantità di risorse riservate alle strutture centrali (una enormità anche rispetto alle esperienze del sindacalismo concertativo centralistico), sia, soprattutto, sotto il profilo delle modalità applicative. E’ infatti evidente che, se le quote-tessera vengono versate al “centro” (nazionale o regionale) ed è poi il “centro” che “ridistribuisce” la parte spettante ai territori (comprese anche le quote per le sedi), si determina un potere politico fortissimo a discapito dei territori stessi. La questione della solidarietà, che viene invocata per sostenere territori in difficoltà e/o di neo-costituzione (e che tale modello favorirebbe), è solo un paravento un po’ ipocrita per determinare un controllo totale sulle istanze locali; in questo modo, chi fosse in dissenso con le politiche nazionali verrebbe facilmente privato delle risorse e si troverebbe in estreme difficoltà operative.

Invece, secondo noi, il primo elemento fondamentale per il modello di sindacato che riteniamo si debba costruire è la trasparenza più totale, ed a tutti i livelli, della modalità di gestione delle risorse dell’organizzazione: per questo riteniamo che i congressi territoriali e nazionali debbano prevedere l’elezione di una commissione economica di controllo delle risorse ad ogni livello. Tali commissioni devono rispondere direttamente ai congressi e quindi agli iscritti, devono essere esterne ai gruppi dirigenti, devono avere funzioni di controllo delle risorse, di verifica sul loro utilizzo e di certificazione dei bilanci. In questo modo qualsiasi iscritto all’organizzazione potrà chiedere alle commissioni un rendiconto preciso sullo stato delle risorse a disposizione e su come vengono utilizzate. In sostanza, tali commissioni diverrebbero lo strumento della “base” per controllare, in qualsiasi momento e nel modo più chiaro, l’operato dei gruppi dirigenti dell’organizzazione a tutti i livelli.

Il secondo elemento fondamentale è costruire un regolamento economico che, nel privato e negli enti pubblici orizzontali, assegni la titolarità della quota-tessera ai territori, disponendo che siano poi questi a versare una percentuale adeguata, rispetto alle spese da sostenere, alle strutture centrali (regionali o nazionali): tale quota potrà essere incrementata, anche per periodi transitori e limitati, per la realizzazione di obiettivi condivisi o per azioni di solidarietà verso realtà in via di costituzione. Anche per gli enti pubblici “verticali” devono essere garantiti gli stessi principi, pur con l’iniziale e necessaria centralizzazione delle quote-tessera, procedendo poi alla ripartizione di gran parte delle quote ai territori, in modo tale da lasciare al “centro”, anche in questo caso, solo una parte adeguata alle spese da sostenere. Ogni territorio dovrà comunque garantire la percentuale prevista per le strutture centrali attraverso un meccanismo di certificazione degli iscritti la cui attendibilità verrà accertata dalle commissioni economiche e di controllo di cui sopra.

18 gennaio 2013

I componenti del Coordinamento Nazionale Confederale:
Mario Carleschi – Riccardo Dobrilla – Marco Galli – Michele Salvi – Giuseppe Tampanella – Tonino Vetrano

CONGRESSO USB – ROVESCIARE IL TAVOLO

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