Da una campagna elettorale orribilis al dopo voto

di Franco Turigliatto

Monti-Bersani-BerlusconiSi chiude una campagna elettorale orribilis dove i principali protagonisti sono andati a gara per nascondere la brutalità della situazione economica e sociale, la violenza dei provvedimenti dei governi che si sono succeduti sconvolgendo la vita di milioni di persone; ma il peggio deve ancora arrivare perché molte leggi che sono state varate prima da Berlusconi e poi da Monti, diffonderano la maggior parte dei loro veleni solo nel prossimo periodo.

Così al centro dello scontro e dei dibattiti non sono emerse le concrete e vere scelte sulla politica economica e sociale (chi paga la crisi del capitalismo e il debito accumulato per salvare i potentati economici, l’attacco senza precedenti alle condizioni del lavoro e ai suoi diritti, l’enorme esercito dei disoccupati e dei precari che trascina verso il basso la nostra società), ma il teatrino dei falsi conflitti, delle menzogne, degli insulti, delle promesse fasulle di Berlusconi, Monti e Bersani. In un contesto per altro in cui ogni giorno emergono le vergogne del capitalismo, dall’MPS, alle delocalizzazioni industriali, dalle chiusure di centinaia di aziende alla corruzione generalizzata che attraversa la società sia quella cosiddetta civile che quella istituzionale (vedi gli scandali della gestione della sanità e delle regioni, in particolare, in Lombardia e nel Lazio) e che, da sempre, è uno dei tratti caratteristici delle fasi più convulse e speculative del capitalismo.

BerlusconiMaroniVa da sé che i partiti che compongono le tre principali coalizioni ed ovviamente i partiti della destra estrema non solo non vanno votati, ma vanno contrastati duramente.

Non può sorprendere che Berlusconi sappia utilizzare ancora una volta tutto il suo armamentario e le sue risorse inesauribili di imbonitore per cercare di compattare il suo popolo fatto di parvenu e di media e piccola borghesia, avvinghiato ai propri interessi e privilegi vacillanti sotto i colpi della crisi ma anche di settori popolari che, dovendo scegliere tra i predicatori dell’austerità e la speranza nelle sue mirabolanti promesse, possono decidere di acquistare questo biglietto della lotteria.

Come non possono sorprendere i colpi sotto la cintura che Monti e Bersani si scambiano nel tentativo di compattare i propri elettori di riferimento e soprattutto per piazzarsi nella migliore posizione per fare quello che è già scritto: una nuova alleanza tra di loro per gestire gli interessi del capitalismo italiano nel quadro delle politiche liberiste europee.
BersaniVendolaSe fossimo in un paese “normale”, un Bersani e un Fassina che parlano di difendere i diritti dei lavoratori, di prendere misure per sostenere il lavoro, dopo che hanno votato senza remore le peggiori norme antioperaie e di distruzione dei diritti previdenziali di coloro che hanno già lavorato una vita, sarebbero stati sbeffeggiati e cacciati ogni giorno per la loro ipocrisia e per il loro cinismo.

Che dire poi di un Vendola che regge loro la coda con discorsi immaginifici e onirici su un’altra politica quando ha firmato col sangue che saranno rispettati i ricatti europei e che in parlamento sarà allineato alla sua coalizione?

Resta un fatto, assai drammatico: esiste una parte di “popolo della sinistra”, che voterà PD e che considera questo partito “la sinistra”, che nutre grandi illusioni, pensando che i mali economici e sociali abbiano un solo responsabile (Berlusconi), che sia inevitabile la politica di austerità e quindi necessario, anche se doloroso, pagare il debito iugulatorio, un popolo che confonde il proprio sentimento europeista con le scelte liberiste della borghesia europea; e che pensa, infine, che il governo del PD, magari anche alleato con Monti, permetterà il ritorno all’Italia “normale”, al buon governo, all’uscita dal tunnel…

A sostegno dell’operazione elettorale e governativa del PD è intervenuta come non mai la CGIL. Mentre la CISL, sindacato complice, sceglie, e non può certo stupire, il candidato Monti, il sindacato di Susanna Camusso scopre la drammaticità delle condizioni dei pensionati, la caduta del 33% del loro potere di acquisto negli ultimi 15 anni, gli effetti ancora più negativi prodotti dalla controriforma Fornero che nell’ultimo biennio ha già rubato mediamente 1.135 euro a 6 milioni di pensionati); e scopre che 9 milioni di lavoratori nel nostro paese, hanno gravissimi problemi di lavoro in varie forme e vedono un futuro sempre più incerto.

Le dichiarazioni dei dirigenti CGIL sembrano una palese confessione di colpevolezza politica e sociale del più grande sindacato italiano, dell’unica forza che oggi ancora organizza milioni di lavoratori e che potenzialmente, forse, avrebbe ancora la forza di mobilitare con una certa efficacia solo se lo volesse e non lasciasse degenerare la situazione sociale e, quindi, diffondersi la demoralizzazione individuale e collettiva.

Forse questi dirigenti dovrebbero ricordarsi che lo Statuto della Confederazione indica come compito principale la promozione della “libera associazione e l’autotutela solidale e collettiva delle lavoratrici e dei lavoratori dipendenti o eterodiretti, di quelli occupati in forme cooperative e autogestite, dei parasubordinati, dei disoccupati, inoccupati, o comunque in cerca di prima occupazione, delle pensionate e dei pensionati, delle anziane e degli anziani”. Dov’erano in questi anni mentre tutti questi soggetti sociali venivano aggrediti da ogni lato?

Alla fine di gennaio la CGIL ha varato un corposo programma per il lavoro, con cui i suoi dirigenti cercano di salvarsi l’anima, ma su cui non hanno alcuna intenzione di promuovere realmente una mobilitazione ampia ed efficace, tanto più se ci sarà il “governo amico”.

GrilloIn questo quadro di profonda crisi economica, sociale e morale e dello schifo maturato in larghi settori della popolazione per il comportamento delle forze politiche ed economiche dominanti, non stupisce che prenda forza il rigetto di queste forme della politica ufficiale e che si cerchi qualche speranza. Grillo ha saputo agire sulla volgarità delle forze maggioritarie per costruire la credibilità del suo vago progetto, per sviluppare la speranza che arrivi un’onda gigantesca che cacci i politici ufficiali, che azzeri la situazione e ripulisca il paese dalla corruzione e dal malgoverno.

Sono in tanti, anche quelli che hanno comprensione sui limiti del personaggio, che pensano sia una carta vincente da giocare per rovesciare il tavolo di gioco e agitare il vento del cambiamento. Ne dà una spiegazione, in un suo articolo,  Antonio Moscato.

Le disillusioni saranno naturalmente grandi, ma per ora questa è la corrente vincente e trascinante; i dirigenti di questa corrente non pongono il problema fondamentale e indispensabile della organizzazione della classe lavoratrice, dei diversi soggetti sociali, dei giovani nei luoghi di lavoro, nella scuola, nei territori, senza i quali nessun progetto reale di radicamento e di cambiamento è possibile; propongono invece, ancora una volta l’affidamento al capo carismatico e la delega. “Cambieremo tutto in due anni” sostiene Grillo, ma al centro dei suoi bersagli c’é solo la casta, l’arricchimento privato, la disonestà e la corruzione e non il sistema capitalista in quanto tale, lo sfruttamento del lavoro, i meccanismi infernali del debito e le politiche di austerità della borghesia italiana ed europea. Al massimo viene recuperato qualche obbiettivo sociale ed ambientale che il fiuto del comico sa raccogliere.

L’alternativa vera, pur nei limiti di una campagna elettorale, sarebbe stata una lista di sinistra che ponesse al centro della sua attività la lotta contro l’austerità, il rigetto di tutte le controriforme degli ultimi anni, una piattaforma di giustizia sociale, di difesa del lavoro e dei salari, l’intervento pubblico per soddisfare i bisogni sociali, difendere l’ambiente e l’occupazione. Ancora meglio e decisivo se questa lista fosse nata e fosse stata supportata da donne e uomini che agiscono già concretamente nella attività sociale e nella costruzione dei movimenti di resistenza. Questa lista avrebbe dovuto caratterizzarsi non solo con l’ovvia richiesta di un sostegno e di un voto, ma anche e soprattutto con una proposta di non delega, di riorganizzazione sociale, di protagonismo diretto, di mobilitazione e di lotta intorno a piattaforme rivendicative. Naturalmente, non poteva esserci in partenza la garanzia del superamento dell’antidemocratico sbarramento del 4%, ma sarebbe stato un progetto di lavoro a medio termine.

Così non è stato e questo costituisce sicuramente una difficoltà ulteriore, perché la lista Ingroia non ha queste caratteristiche; si è posizionata a un livello di maggiore indefinitezza programmatica e di un grande ambiguità nel rapporto con il PD (limiti tutti confermati nell’intervista di Ingroia al Manifesto di oggi, venerdì 22) e non è così riuscita, né poteva, diventare una reale soggetto di una alternativa ai partiti dell’austerità e allo “tsunami” di Grillo.

Di qui l’invitabile scelta della nostra organizzazione, di non fare una scelta collettiva per nessuna delle liste, ma di lasciare che i nostri simpatizzanti ed interlocutori scegliessero autonomamente il loro comportamento elettorale e di voto, mettendo da subito l’accento su cosa succederà dopo le elezioni, quale sarà il programma del nuovo governo e come impegnarsi per costruire le resistenze alle nuove politiche antipopolari che verranno attuate.

La partita decisiva infatti si giocherà dopo le elezioni

Qualunque governo si formerà, sotto la spinta della Confindustria, di Bce e co. userà nuovamente il ricatto dello spread e del debito e metterà in atto nuove durissime manovre contro le classi popolari. Ci diranno ancora una volta che non si può fare diversamente, che “bisogna evitare la catastrofe greca”, mentre in realtà passo dopo passo ci precipitano verso quel modello di disastro economico e sociale.

E i dati che arrivano dall’Europa sono inquietanti e drammatici. Le politiche di austerità non hanno fatto altro che ampliare la recessione e così il famoso Pil crolla in tutto il continente a partire dalla cosiddetta eurozona e la disoccupazione, sia quest’anno che il prossimo, supererà il 12%. Nell’ultimo trimestre del 2012 il Pil è caduto dello 0,6% rispetto al trimestre precedente e dello 0,9% rispetto allo stesso trimestre del 2011; anche l’economia tedesca, fortemente dipendente dalle esportazioni negli altri paesi europei, registra una forte frenata. Cosicché le previsioni di ripresa economica vengono spostate di un altro anno, adesso, si spera nel 2014. Per quanto riguarda l’Italia, il nostro paese è in recessione da ben 18 mesi e nel 2012 la caduta del PIL è stata del 2, 2%. Per il 2013 non si può che “sperare” che la caduta si limiti all’1%. La disoccupazione continuerà a crescere oltre 11% e nel 2014 supererà la soglia del 12%. Per quanto riguarda la riduzione dei consumi si valuta che nel 2012 sia stata del 3,5% dato ben conosciuto da ogni cittadino che in questi anni ha dovuto tirare continuamente la cinghia.

In compenso la borghesia europea pensa di continuare sulla stessa strada… Fantastica la certezza dogmatica del dottor salasso, ovvero del commissario europeo all’economia Olli Rehn “sulla crescita a breve termine continua a pesare il risanamento dei bilanci…, ma dobbiamo restare sulla strada delle riforme o rischiamo che si deteriori di nuovo la fiducia”. Per dare certezza maggiore a questo proponimento e al famigerato fiscal compact che impone a tutti i paesi europei misure economiche sempre più dure per ottenere il cosiddetto pareggio di bilancio e la riduzione del debito, è in corso tra il parlamento europeo e il consiglio europeo dei ministri una trattativa per tradurre anche in termini legislativi più stringenti queste misure con un voto parlamentare sul cosiddetto two pack. Si tratta di norme volte a rafforzare ancor più il potere di controllo della commissione europea sulle leggi finanziarie annuali degli stati, e, per quanto riguarda i paesi che chiederanno aiuti economici, essi dovranno operare sotto la diretta e stretta sorveglianza (regolari ispezioni, come già sta accadendo per la Grecia) degli inviati della Commissione.

Il 14 e 15 marzo si riunirà poi il Consiglio europeo, cioè l’organismo composto dai capi di stato o di governo dei paesi europei per concludere la prima fase del cosiddetto semestre europeo che avrà in primo luogo il compito di verificare se i vari paesi hanno attuato le raccomandazioni (cioè sviluppato le politiche di austerità) ed eventualmente decidere nuove indicazioni per “colmare le eventuali carenze rimaste e orientamenti sui programmi di stabilità e convergenza e i programmi di riforma”. Dietro il linguaggio ufficiale si riconoscono facilmente le nuove minacce avanzate dalla borghesia alle classi popolari europee.

Di fronte a questo scenario è più che mai necessario affermare che solo con la mobilitazione di classe e popolare, con la lotta unitaria di tutte le lavoratrici e lavoratori, precari, studenti, si potrà sconfiggere la nuova aggressione del governo, della Confindustria e delle istituzioni borghesi dell’Europa.

Non è possibile delegare il nostro futuro ai tanti presunti “salvatori” che si agitano dai palchi e dagli schermi televisivi: la salvezza sta nella capacità di ritrovare l’unità con i nostri compagni e compagne di lavoro e di studio, trovare la forza e anche il gusto di scendere in piazza e lottare. Sappiamo quanti sacrifici costi scioperare e anche che le lotte possono essere sconfitte, ma chi non lotta, chi non sciopera, ha già perso in partenza, prima ancora di combattere, consegnandosi mani e piedi ai padroni del vapore. Da martedì prossimo questo è l’imperativo.

Franco Turigliatto

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