Le proposte per Sinistra Critica dopo le elezioni

Note post-elettorali

di Francesco Locantore, Andrea Martini, Nando Simeone e Franco Turigliatto

OccupyLe elezioni del 24 e 25 febbraio hanno scompaginato i disegni della troika europea, dei suoi supporter in Italia e della borghesia. I mercati, dopo i notevoli risultati raggiunti nel corso dei 13 mesi di governo Monti, pensavano di avere in tasca una soluzione per la prossima legislatura, attraverso un governo Bersani-Monti, che avrebbe consentito di utilizzare il leader del PD come strumento per prevenire l’insorgere di conflittualità estese e diffuse e il senatore a vita come garante della applicazione del fiscal compact e di tutti gli altri impegni comunitari.

Così non è andata. La travolgente crescita dei consensi al Movimento 5 stelle (25,55%, crescita attesa ma che ha superato ogni previsione, collocando il M5S come primo partito) si è intrecciata con il deludente risultato del PD (25,42%) e del suo schieramento di centrosinistra (29,54%) e con l’insufficienza del centro montiano (10,56%), oltre che con il crollo (anche se inferiore alla aspettative) del PdL (21,56%) e di tutto il centrodestra (29,18%). Questi risultati politici, combinati con una legge elettorale scandalosamente antidemocratica, ma anche farragginosa e controproducente per la borghesia, non riescono a garantire la formazione di nessuna maggioranza politica al parlamento che si insedierà il prossimo 15 marzo, mettendo in discussione la governabilità delle istituzioni per un periodo indefinito e facendo prevedere per il paese una fase di grave instabilità e di tendenziale crisi istituzionale.

Non si può perciò escludere che le classi dominanti, messe alle strette dalle difficoltà dell’attuale quadro istituzionale e con il pretesto di drammatizzazioni politiche prodotte dall’andamento dei mercati e dalle manovre sullo spread, possano essere indotte verso operazioni autoritarie e antidemocratiche.

L’elettorato ha punito pesantemente tutti i partiti che hanno sostenuto il governo Monti, che hanno perduto complessivamente 8.206.516 voti (PD – 3.451.119, PdL – 6.296.797, con una piccola compensazione di 1.541.400 voti in più, dovuti all’ “effetto Monti” sulla coalizione centrista).

La disaffezione dai partiti “tradizionali e dalle alchimie dei politicanti si manifesta anche attraverso l’ulteriore aumento dell’astensione (11.633.613 di elettori che non si sono recati alle urne, pari al 24,80% degli/delle elettori/trici, 2.466.368 in più che nel 2008, che con l’aggiunta delle schede bianche e nulle – complessivamente 1.267.826, pari al 3,59% dei/delle votanti – vanno a costituire il “primo partito”, di gran lunga superiore perfino al M5S (8.689.458 voti).

La tracotanza del governo Monti che affermava di avere il sostegno della maggioranza degli italiani poteva in realtà basarsi solo sull’appoggio di tre partiti che fino a due mesi fa egemonizzavano il parlamento ma che ora rappresentano poco più del 40% degli aventi diritto al voto.

Fallisce il disegno del centrosinistra di conquistare da un lato la fiducia dei mercati e della grande finanza e dall’altro di applicare con un volto bonario le politiche monetariste e recessive dettate dall’Unione europea. Nel PD si riapre una profonda crisi di identità che, con tutta certezza, spingerà quel partito verso un’ulteriore involuzione politica e culturale. Precipita il progetto di SEL, stretta tra l’alleanza strategica con Bersani e il rischio di dover dare copertura a ipotesi di governo totalmente contraddittorie con la sua propaganda elettorale.

Fallisce il bipolarismo che ha caratterizzato la vita politica italiana per venti anni, senza che ci sia in campo nessun altra proposta di assetto politico e istituzionale.

Vale la pena di aggiungere che falliscono anche i progetti politico elettorali su cui avevano puntato le proprie carte settori importanti ed egemonici delle burocrazie sindacali, quello della Cgil che mirava ad un “governo amico” (un governo Bersani, il più possibile libero dai condizionamenti di Monti!), quello della Cisl che sperava in un grande successo delle liste centriste, ma anche quello della Fiom che voleva un governo Bersani con una forte SEL ad ancorarlo alle “tematiche del lavoro”. Così come i partiti del centrosinistra, anche tutti gli apparati sindacali sono messi di fronte a una nuova crisi di prospettive e saranno costretti a una profonda e nuova ridefinizione di linea. Ciò non toglie il fatto che l’impasse istituzionale rischia di spingerli, al di là delle loro persistenti differenze, ad una ulteriore moderazione delle iniziative e delle lotte mentre la crisi e l’attacco padronale continueranno a dispiegare i loro devastanti effetti.

Fallisce infine il maldestro tentativo dei partiti della “sinistra radicale” (Pdci, Verdi e Rifondazione) e dell’Idv di prolungare la propria esistenza attraverso un’operazione di assemblaggio organizzativo privo di ogni progetto. La lista “Rivoluzione civile”, stritolata dalle proprie ambiguità e dalla mancanza di ogni spessore progettuale che non fosse puramente e semplicemente quello di far rientrare in parlamento i principali responsabili delle più recenti sconfitte della sinistra, non riesce a polarizzare che la rassegnata adesione di circa la metà dei voti che sarebbero stati necessari per garantire un qualche parlamentare. Questo esito rovinoso mette una seria ipoteca sulla sopravvivenza autonoma dei partiti che avevano puntato su quella lista tutte le loro carte e conferma la correttezza delle valutazioni a suo tempo fatte da Sinistra Critica nello scegliere di non dare nessuna indicazione di voto nella campagna elettorale.

Lo straordinario successo elettorale del M5S raccoglie spinte diverse e disparate (la protesta antiliberista di vasti settori popolari, la mobilitazione sociale di alcuni movimenti, il desiderio di tante e di tanti di potersi “vendicare” per le vessazioni subite in silenzio sul posto di lavoro o nella vita sociale, l’insofferenza diffusa verso la corruzione, il malcontento della piccola borghesia strozzata dalla crisi, il qualunquismo antipolitico…) sintomo dell’amplissimo dissenso nei confronti delle ricette applicate da tutti i precedenti governi e della grande sofferenza popolare per lo stato della società dopo alcuni anni di crisi economica, con una disoccupazione crescente, una secca perdita del potere d’acquisto delle famiglie, una precarietà del lavoro, dell’abitazione, del reddito e della vita per decine di milioni di persone, combinati con un degrado sociale e culturale che stritola diritti, libertà e dignità degli individui.

Il contesto di nuova esplosione di gravi episodi di corruzione nella gestione delle istituzioni, nell’intreccio con la grande finanza, con la speculazione e con il mercato delle tangenti ha rafforzato la capacità attrattiva e suggestiva del movimento di Beppe Grillo che è stato “incaricato” da quasi 9 milioni di elettori di punire sonoramente e di tenere sotto scacco i responsabili dei patimenti popolari.

Nel corso dei 13 mesi del governo Monti (e a fortiori nel corso dei due mesi di campagna elettorale) abbiamo assistito ad una grave stasi dei movimenti sociali, fatte salve le importanti eccezioni della resistenza in Valsusa contro il TAV, dello straordinario movimento degli studenti medi di novembre e del parallelo movimento degli insegnanti e, in parte, anche delle lotte di settori della sanità. Il mondo del lavoro più in generale ha conosciuto una paralisi delle iniziative e delle mobilitazioni e una persistente frammentazione e polverizzazione della resistenza alla crisi.

Il successo del M5S è, dunque, anche figlio di questa stasi delle lotte e delle sconfitte registrate senza combattere, come quelle sulle pensioni, sulla riforma degli ammortizzatori sociali, sull’articolo 18, perché rappresenta una volontà di delega di quella protesta che (soprattutto per responsabilità sindacale) non si è voluta o non si è potuta esprimere nei posti di lavoro e nelle piazze. Esso (e il meccanismo di delega che ha innescato in vasti settori popolari) può anche fungere da ostacolo a una nuova ripresa di mobilitazione che, invece, appare sempre più indispensabile e urgente. In ogni caso il movimento di Grillo ha conquistato una forte popolarità negli ambienti dell’associazionismo di movimento ma la battaglia per l’organizzazione dei movimenti e per la loro convergenza esula completamente dall’orizzonte culturale e politico del M5S.

La fase postelettorale si apre dunque all’insegna della incertezza istituzionale e politica, mentre la gravità della crisi e la determinazione dei potentati europei e del padronato italiano si apprestano a portare nuovi colpi alle condizioni di vita e ai diritti delle classi subalterne.

Un primo segnale in questa direzione è già dato dalla misura con la quale si intende di nuovo bloccare per un altro anno le retribuzioni, i contratti e gli automatismi di tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici. Un governo che ha già concluso il suo mandato e che è stato seccamente bocciato dagli elettori non esita, nonostante l’evidente mancanza di mandato democratico, a prendere un’ulteriore misura iniqua, punitiva verso un’intera grande categoria di lavoratori e lavoratrici. Tutto ciò si inserisce nella operazione della “spending review” che punta ad operare pesanti tagli nell’occupazione pubblica e a portare sul mercato ampia parte dei servizi sociali, a partire dalla sanità. Le gravi affermazioni del M5S sul piano del giudizio sui pubblici dipendenti e sulla spesa statale per la previdenza legittimano politicamente l’operazione governativa. Vanno al contrario appoggiate tutte le mobilitazioni che si battono per la difesa o per il ripristino del carattere pubblico dei servizi (acqua, trasporti, sanità, istruzione, ecc.), per lo sviluppo e l’estensione dei servizi universali e per la difesa del posto e delle condizioni di lavoro dei dipendenti pubblici, per un contratto del pubblico impiego che recuperi la perdita del potere d’acquisto degli ultimi anni e che porti in linea le retribuzioni con quelle europee.

In una fase così complessa, occorre rimettere a punto le nostre proposte di fase cercando di intrecciarle con un quadro politico estremamente complesso e inedito e, soprattutto, evidenziando convergenze e contraddizioni con le posizioni difese dal M5S.

Contro le devastazioni della crisi occorrerà ripartire dai beni comuni per costruire un diverso modello di sviluppo economico, ecologicamente compatibile, basato su un piano di lavori per migliaia di piccole opere, in alternativa alle grandi opere, che vanno definitivamente cancellate. Le principali infrastrutture (acqua, energia, rete informatica, comunicazioni in genere) e i principali beni vanno sottratti al mercato e riportati in mano pubblica. Occorre un piano straordinario di finanziamenti per lo stato sociale, per garantire a tutti i cittadini e a tutte le cittadine casa, sanità, pensione, scuola, in un’ottica di genere che veda anche il potenziamento delle case rifugio e delle case di semiautonomia per le donne vittime di violenza, dei consultori (unici presidi socio sanitari ad accesso gratuito) e l’ampliamento e l’aumento di servizi pubblici come gli asili nido, sottraendoli alle politiche di privatizzazione.

In questo ambito, un terreno di iniziativa importante sarà quello del rilancio della lotta contro il TAV, che troverà un primo momento di espressione nella manifestazione prevista per il 23 marzo nella Valsusa. Anche qui la legittimità della opposizione alla sciagurata “grande opera” si è espressa nella valanga di voti (oltre il 40%) per il M5S nella valle. Ma è chiaro che il grande patrimonio di autonomia, di indipendenza politica, di non delega a nessuno di quel movimento non è messo in discussione dall’affermazione elettorale del M5S.

La crisi ambientale, che sta devastando ampie aree del pianeta e minando la salute e la qualità della vita di milioni di persone e in prospettiva dell’intera umanità, la crisi economica che distrugge posti di lavoro e impoverisce drasticamente interi popoli, la crisi del modello produttivo e le contraddizioni tra lavoro, ambiente, salute e sicurezza, che appaiono esplosive in tante situazioni (vedi ad esempio il caso Ilva, ma non solo) pongono all’ordine del giorno la necessità di una trasformazione complessiva e radicale del modo di produzione, del modello produttivo e dei consumi, degli assetti e degli strumenti di potere. Questo progetto di società nella discussione teorica e politica ha assunto il nome di “ecosocialismo”, proposta che ha raccolto intorno a sé una corrente ideale e di elaborazione che costiuisce un alimento importante per la riflessione e l’elaborazione anche di Sinistra Critica. Proponiamo che il tradizionale seminario autunnale di Sinistra Critica abbia questa tematica come asse centrale.

Una contraddizione emblematica tra la difesa del posto di lavoro e dell’ambiente si è espressa nel caso dell’Ilva di Taranto. Non crediamo che la soluzione debba essere la chiusura definitiva dello stabilimento, responsabile del grave inquinamento che ammorba la città e che uccide in fabbrica e fuori dalla fabbrica, ma una gigantesca opera di riconversione ecologica e produttiva che potrà durare alcuni anni e che richiede ingentissime risorse. Pensiamo che sia utile ancora una produzione dell’acciaio e che sia possibile realizzarla adeguatamente perché oggi esistono tecnologie capaci di ridurre drasticamente gli agenti inquinanti. Inoltre dovrà essere garantito un reddito per migliaia di lavoratori nel periodo in cui la fabbrica dovrà cessare la produzione per la riconversione. Non sarà certo Riva a realizzare una ristrutturazione così radicale degli impianti; non ne ha alcuna volontà e neanche ne avrebbe tutte le risorse necessarie. Per questo il padrone delle ferriere deve essere espropriato, restituendo gli enormi profitti che ha fatto sulla pelle dei lavoratori e della città e l’azienda deve essere rinazionalizzata con il controllo diretto dei lavoratori e delle cittadine e dei cittadini. La riconversione ecologica sarà possibile solo se i lavoratori e le lavoratrici prenderanno nelle loro mani il loro futuro e si mobiliteranno per rendere concreto questo obiettivo.

Occorrerà riprendere la mobilitazione contro le spese militari e contro le missioni di guerra, a partire dalla cancellazione dell’acquisto degli F35 su cui buona parte delle liste si era caratterizzata durante la campagna elettorale (perfino, seppure parzialmente, il PD di Bersani!), ma che rischia di restare lettera morta, mentre l’acquisto rischia di essere realizzato anch’esso come espletamento dell’ “ordinaria amministrazione” dal governo dimissionario.

Occorre rilanciare la lotta per i diritti e le condizioni di vita del mondo del lavoro. Vanno abolite le leggi sul precariato, le misure che consentono la derogabilità dei contratti. Va rivendicato il blocco dei licenziamenti, la nazionalizzazione delle aziende in crisi e di quelle che inquinano e non rispettano le norme in merito alla sicurezza per i dipendenti. Va reintrodotto ed esteso a tutti l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Di fronte al dilagare della disoccupazione e all’intensificazione dello sfruttamento va imposta la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario. Va ricostruito un sistema pensionistico pubblico degno di questo nome dopo le devastanti controriforme messe in atto nel corso degli ultimi venti anni. Va ribadito e rilanciato il diritto all’autodeterminazione delle donne e alla libera scelta in tema di maternità. Su questi argomenti appare largamente inadeguata, ambigua o sbagliata la posizione del M5S, di cui è evidente tutta la impostazione aclassista con cui esso affronta la lotta contro la “casta”. Perciò la lotta contro la crisi e contro le sue conseguenze sul mondo del lavoro rischia di essere derubricata dal suo carattere cruciale. Non vorremmo che sulla scena parlamentare gli unici difensori degli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori apparissero, seppur ipocritamente, i vari Vendola o Fassina. Sta perciò alla sinistra di classe ancora presente nella società battersi perché sia data voce a questi interessi e a tutte le realtà sindacali non concertative lavorare per costruire iniziative di lotta unitarie e forti per dare visibilità alle rivendicazioni del mondo del lavoro. Su tutte queste tematiche crediamo debba essere concretizzata l’idea contenuta nel documento conclusivo del nostro III congresso di riunire entro la primavera la conferenza nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori di Sinistra Critica per discutere il nuovo contesto in cui si collocherà lo scontro sulle condizioni di lavoro e di vita.

Va raccolta la sfida del reddito di cittadinanza lanciata dal M5S nella sua piattaforma, seppure posta in una forma del tutto sganciata dalla lotta per il lavoro. Occorrerà prevedere un rilancio della nostra legge di iniziativa popolare a suo tempo depositata in parlamento con le firme raccolte nelle piazze.

Un terreno più delicato è quello dei migranti, su cui non poche volte Grillo ha espresso posizioni populiste e reazionarie. Ciò non toglie che resta per noi di grande attualità la lotta per la chiusura dei CIE, per l’abrogazione delle leggi Turco-Napolitano e Bossi-Fini, per la parità completa dei diritti per il lavoro migrante, per il diritto alla cittadinanza e per quello di voto.

Contro la corruzione e i privilegi delle varie “caste”, contro le diseguaglianze abissali della società, va rivendicato un drastico taglio ai superstipendi e ai bonus milionari per i manager pubblici e delle aziende private, alle pensioni d’oro, vanno abbattuti drasticamente i costi del sistema politico a partire dagli stipendi dei parlamentari e degli alti burocrati.

Le storture antidemocratiche del modello maggioritario devono essere cancellate attraverso la reintroduzione di un sistema democratico proporzionale senza sbarramenti per l’elezione delle rappresentanze a tutti i livelli istituzionali. Va rivendicata una legge sulla democrazia sindacale, in alternativa al modello prefigurato dai vari accordi interconfederali, che garantisca ai lavoratori e alle lavoratrici il diritto a una libera rappresentanza nei luoghi di lavoro e al voto sui contratti e sugli accordi. Va sviluppata l’autorganizzazione democratica e popolare in ogni ambito della vita pubblica.

Per reperire i fondi per tutte le misure precedenti va condotta una lotta a fondo contro l’evasione fiscale, quella piccola ma anche e soprattutto quella delle grandi multinazionali e va introdotta una vera patrimoniale sulle grandi fortune.

Per non sottostare al ricatto della speculazione e dei mercati, occorrerà decretare il non pagamento del debito. Occorre imporre un audit per conoscere come, a favore di chi e per responsabilità di chi si sia creata una voragine così immensa. Si dice che i cittadini abbiano vissuto al di sopra delle proprie possibilità. In realtà a livello popolare in questi anni si è perso potere d’acquisto e si è straordinariamente allargata la povertà. Le responsabilità, dunque, e i beneficiari del debito sono altrove e vanno individuati.

Occorre farla finita con la speculazione finanziaria e il potere bancario enormemente cresciuti da quando tutte le banche sono state trasformate in banche d’affari. Le banche vanno nazionalizzate, a partire da quelle che chiedono enormi aiuti pubblici per coprire le proprie “sofferenze”. Le leggi a sostegno dei mercati finanziari vanno cancellate, vanno cancellati i patti monetaristici europei a partire dall’accordo di Maastricht fino al fiscal compact, passando per il patto di stabilità. Va cancellata la riforma costituzionale che obbliga al pareggio di bilancio.

Dopo queste elezioni assume ancor più rilevanza la nostra tradizionale proposta della costruzione di un movimento unitario contro la crisi, plurale e democratico, che riunisca in iniziative convergenti e comuni movimenti sociali, associazioni e organizzazioni politiche e culturali, correnti sindacali anticoncertative, collettivi locali. Va dunque sviluppata a fondo l’azione di Sinistra Critica perché tutte le componenti classiste lavorino per una convergenza dei movimenti e delle esperienze di lotta affinché non sia facilitata dalla assenza e dalla frammentarietà dei conflitti sociali la risoluzione borghese della straordinaria debolezza del quadro politico istituzionale prodottosi con le elezioni del 24 e 25 febbraio.

Parallelamente, a livello politico, dopo un decennio di scelte politiche scellerate, dal sostegno a Prodi, alle sue politiche social-liberali, alle missioni militari e alle grandi opere, per arrivare alla lista della Sinistra Arcobaleno e, infine a quella di Rivoluzione civile, la sinistra di classe nel nostro paese è sull’orlo della sparizione. Così, proprio nel momento in cui appare sulla pelle di milioni di persone la insostenibilità del sistema, sembrano legittimate tutte le letture meno che quella che vede nel capitalismo e nella proprietà privata dei mezzi di produzione le radici della crisi e delle sue conseguenze. Sinistra Critica, dunque, deve impegnarsi per stimolare ogni iniziativa che vada nella direzione della costruzione di una nuova sinistra anticapitalista, ecologista e femminista, anch’essa plurale e democratica, non ideologica o identitaria, includente e basata sull’azione dei movimenti, non burocratica né leaderistica, dall’ispirazione di massa, aperta al confronto con qualunque altra aggregazione, a partire da ciò che resta delle migliori esperienze prodottesi durante il percorso di “Cambiare si può”, non per prepararsi a futuribili operazioni elettorali, ma per battersi tutte e tutti insieme affinché le lotte e i movimenti siano capaci di costruire una alternativa di società ai disastrosi progetti politici economici e sociali borghesi.