Cinque di marzo del ‘43

marzo-43Cinque di marzo del ‘43
nel fango le armate del Duce e del Re
gli alpini che muoiono traditi lungo il Don.
Cento operai in ogni officina
aspettano il suono della sirena,
rimbomba la fabbrica di macchine e di motori,
più forte è il silenzio di mille lavoratori.
E poi quando è l’ora depongono gli arnesi,
comincia il primo sciopero nelle fabbriche torinesi

(Stormy Six, La fabbrica)

di Diego Giachetti

In piena Seconda Guerra mondiale, l’anno 1943 era iniziato con la resa della IV armata tedesca accerchiata a Stalingrado. Quello che pareva essere un esercito inarrestabile subiva la prima secca sconfitta che rappresentò una svolta decisiva nel corso della guerra. La disfatta in Russia, preceduta dalle sconfitte subite in Africa, preparava la crisi del regime fascista anticipata, prima ancora dello sbarco Alleato in Sicilia, dagli scioperi degli operai torinesi. L’affermazione del regime fascista li aveva costretti al silenzio. Per anni era rimasto solo un sordo brontolio di fondo, un’opposizione tenace che si manifestavano nel non consenso, con apprezzamenti ironici, battute fra operai, modi di dire e di intendersi.
Da quando era iniziata la guerra alla Fiat Mirafiori abitualmente alle ore 10 del mattino, suonava la sirena. Si trattava di una prova per verificarne l’efficienza perché era utilizzata per segnalare l’arrivo dei bombardieri anglo-americani. Il giorno 5 marzo del 1943 la sirena non suonò. La direzione aziendale, venuta a conoscenza che quel giorno la protesta operaia intendeva manifestarsi mediante uno sciopero, che doveva iniziare dopo il suono della sirena, tentò di impedirlo non azionandola per disorientare i lavoratori. Dopo aver atteso per alcuni minuti il fischio che non veniva, gli operai nelle officine iniziarono a sospendere il lavoro. All’ora di pranzo nel refettorio si svolgeva un’assemblea, mentre la notizia dello sciopero si diffondeva nella città coinvolgendo altre fabbriche torinesi: la Microtecnica, la Fiat Lingotto e Grandi Motori, la Savigliano, la Westinghouse.
Gli scioperi e le agitazioni riprendevano il lunedì successivo e dilagavano a macchia d’olio in quasi tutte le fabbriche della città. Proseguivano nei giorni seguenti dilagando in provincia, coinvolgendo migliaia di lavoratori. Secondo le fonti riservate del regime fascista gli scioperanti furono quarantamila, una valutazione per difetto che sottostimava una partecipazione oscillante attorno alle centomila persone. Pesante e immediata fu la repressione: il 12 marzo furono arrestati 117 operai torinesi e 47 in provincia. Anche per l’impulso informativo e propagandistico dato dalla ricostituenda organizzazione comunista, gli scioperi si estendevano nel biellese, a Milano, Venezia e Porto Marghera.
La protesta operaia era la reazione immediata e in larga parte spontanea al precipitare delle condizioni materiali di vita e di lavoro, indotte dalle restrizioni e dai disagi provocati dalla guerra: disfunzione nei servizi di trasporto pubblico, sfollamento, precarietà della vita a causa dei bombardamenti, mancanza di generi alimentari di prima necessità, orari di lavoro sempre più pesanti (fino a 12 ore al giorno), cottimi esasperati. Facile fu collegare il peggioramento delle condizioni di vita con la guerra voluta dal regime il quale, dopo i rovesci militari, cominciava a essere criticato anche da chi lo aveva appoggiato o non aveva manifestato avversioni esplicite. Ciò che determinò la decisione di scioperare fu il ritardo nell’applicazione di un provvedimento del Ministero delle corporazioni il quale stabiliva per i dipendenti capi famiglia delle aziende situate nei centri colpiti dai bombardamenti un’indennità pari a 192 ore di salario. Non solo la Fiat non aveva applicato il provvedimento, ma aveva deciso di detrarre gli anticipi dati in attesa di pagare quanto stabilito. Nel corso degli scioperi un manifesto firmato dal Comitato operaio e diffuso tra i lavoratori e la popolazione chiedeva il pagamento delle 192 ore, l’introduzione del caroviveri, l’aumento della razione di pane, grassi e carne, la liberazione dei compagni arrestati, il diritto a eleggere propri rappresentati sul luogo di lavoro.
Gli scioperi del marzo 1943 furono, sul piano politico e sociale, la prima espressione costitutiva della Resistenza al regime fascista, quella che dopo l’8 settembre di quell’anno scelse la via della montagna e della guerriglia per bande partigiane. In quelle agitazioni avvenne anche l’incontro tra l’antifascismo politico, sopravvissuto alla lunga repressione fascista, e il nuovo antifascismo di chi sulla base della propria esperienza scopriva la necessità di opporsi al regime. In questo senso negli scioperi del 1943 era possibile rintracciare l’intervento degli attivisti comunisti, ma gli stessi storici del partito comunista hanno dovuto ammettere che la sostanza era di classe, era uno sciopero nato direttamente dalla classe, uno sciopero che nel biennio 1968-69 si sarebbe definito spontaneo. Lo stesso Mussolini aveva intuito la valenza politica della protesta che rievocava i precedenti scioperi avvenuti in piena Prima Guerra Mondiale; infatti aveva dichiarato astioso: «Torino dà anche in questa guerra l’esempio che diede nella guerra scorsa, nel 1917».

Diego Giachetti

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