A proposito del «Manifesto ecosocialista» del Parti de Gauche

di Daniel Tanuro (Da Europe Solidaire Sans Frontières N.28123 e Contretemps; trad. di Gigi Viglino)

Global-Climate-Change3Il Manifesto ecosocialista del Parti de Gauche è un documento importante. Per la prima volta in Francia, una forza politica rappresentata nelle aule parlamentari si richiama all’ecosocialismo, per tentare di coniugare rivendicazioni sociali ed esigenze ecologiche in una prospettiva di rottura con il capitalismo. La condanna del produttivismo è senza appello. Il fatto che il testo scarta come socialmente ingiusta ed ecologicamente criminale la strategia socialdemocratica di rilancio del sistema (Tesi 6: «Noi non aspettiamo dunque né la ripresa della crescita, né gli effetti benefici dell’austerità:non crediamo né all’una né agli altri») testimonia di una presa di coscienza tanto della gravità della situazione quanto dell’urgenza delle misure da prendere per farvi fronte. Vale a dire che il Manifesto contribuisce ad aprire un dibattito politico fondamentale: quale alternativa alla cogestione del capitalismo da parte dei Verdi e del social-liberalismo? Quale programma, quale progetto di società, quale strategia per un socialismo antiproduttivista?

Questo dibattito è solo all’inizio. La sinistra, per approfondirlo, ci guadagnerebbe ad immergersi ancor più nei problemi ambientali dei quali fatica a misurare la dimensione. Su questo punto, il cammino in salita percorso dal Parti de Gauche dopo che i suoi fondatori hanno lasciato il Partito socialista è notevole Tuttavia, secondo noi non è stato ancora raggiunto il punto dal quale le/i militanti potrebbero abbracciare con lo sguardo tutta l’immensità della sfida. Il cammino che rimane da percorrere si può misurare in particolare dal fatto che il Manifesto ecosocialista del PG considera le tecnologie socialmente neutre (Tesi 13: «Il problema non è la tecnica in sé, ma l’assenza di scelta e di controllo cittadino»…come se fosse concepibile l’ipotesi di un «nucleare socialista»!) e non dice niente degli agrocarburanti, del gas di scisto o della cattura e sequestro del carbonio. Ma la nostra critica principale è che il PG non si pronuncia per l’abbandono dei combustibili fossili e non affronta francamente certi importanti vincoli costrittivi della transizione verso un sistema basato al 100% sulle rinnovabili. In effetti, malgrado tutte le cose eccellenti che contiene, il Manifesto del PG non sembra cogliere l’ampiezza formidabile della sfida energetica e climatica da affrontare nei prossimi quarant’anni e che costituisce a nostro parere la ragione essenziale per la quale l’ecosocialismo è una necessità bruciante.

I dati di base del problema

Non si ripeteranno mai abbastanza i dati di base del problema: al di là di 1,5°C di aumento rispetto all’era preindustriale, il riscaldamento della bassa atmosfera comporterà più che probabilmente catastrofi sociali ed ecologiche irreversibili. La macchina dei disastri è già in azione: lo si vede dalla moltiplicazione dei fenomeni meteorologici estremi. Ma il peggio – in particolare un aumento da uno a tre metri del livello degli oceani che implicherebbe lo spostamento a un termine relativamente breve di centinaia di milioni di persone – può ancora essere evitato. Ora, le condizioni da soddisfare per avere una possibilità su due che l’aumento di temperatura rimanga al di sotto di 2,4°C, sono draconiane. Occorre che i paesi sviluppati abbandonino quasi totalmente i combustibili fossili da ora al 2050, e che le emissioni mondiali di gas serra diminuiscano dal 50 all’85% a quella scadenza, per essere riportate a zero prima del 210 (in realtà, a quel punto dovrebbero piuttosto cominciare a essere negative, il che significa che l’ecosistema Terra dovrebbe assorbire più biossido di carbonio di quanto ne emetta). Le energie rinnovabili possono dare il cambio. Il loro potenziale tecnico è ampiamente sufficiente. Ma la transizione è estremamente complicata poiché si tratta di sostituire in un tempo molto breve, il sistema energetico esistente con un altro, completamente diverso e molto più caro.

Cambiare il sistema energetico

Gli elementi da prendere in considerazione sono i seguenti:

  • Se si rifiuta la tecnologia nucleare – bisogna rifiutarla per una quantità di ragioni che non si sviluppano qui – e se si rispetta il principio di responsabilità comuni ma differenziate dei paesi – bisogna rispettarlo per evidenti ragioni di giustizia Nord/Sud – ne deriva che il successo della transizione verso le rinnovabili necessita la riduzione della domanda finale di energia di circa la metà nell’Unione Europea e di tre quarti negli Stati Uniti;
  • Una riduzione di tale ampiezza non è realizzabile unicamente con misure di economia di energia. Una diminuzione della produzione materiale e dei trasporti è altrettanto indispensabile. Non basta dunque equilibrare la soppressione delle produzioni inutili o nocive da un lato, e la crescita delle produzioni ecologiche dall’altro: il bilancio complessivo deve essere negativo.
  • Gli obiettivi in termini di emissioni significano che circa l’80% delle riserve conosciute di carbone, di petrolio e di gas naturale devono rimanere sottoterra. Ora, queste riserve sono di proprietà di compagnie capitaliste, o di compagnie di Stati capitalisti, e compaiono all’attivo nei loro bilanci. Il loro mancato sfruttamento equivarrebbe a una distruzione di capitale. Inaccettabile per gli azionisti, va da sé;
  • Salvo eccezioni, le energie rinnovabili restano più care di quelle fossili e resteranno tali grosso modo per i due prossimi decenni. In pratica, l’aumento del prezzo del petrolio ha per effetto principale di rendere profittevole lo sfruttamento delle sabbie bituminose, del gas di scisto, degli oli pesanti e dell’offshore in profondità, tutte attività proficue dal punto di vista capitalista ma eminentemente distruttive dal punto di vista ambientale e la cui efficienza energetica (il rapporto tra il consumo e la resa energetica) è spesso molto scarsa;
  • Globalmente, la transizione verso le energie rinnovabili non è avviata. Le Nazioni Unite lo constatano: «Il cambiamento di tecnologia energetica si è notevolmente rallentato a livello del mix energetico dagli anni 1970, e non ci sono prove a sostegno dell’idea popolare che tale cambiamento di tecnologia si accelera. (…) Malgrado tassi di crescita impressionanti della diffusione di tecnologie energetiche rinnovabili dopo il 2000, è chiaro che la traiettoria attuale non si avvicina da nessuna parte a un percorso realistico verso una decarbonizzazione totale del sistema energetico nel 2050» (UN, World Economic and Social Outlook 2011, pp 49-50).

Una delle ragioni di questa situazione – che contrasta con l’immagine diffusa dai media – è che l’utilizzo pienamente razionale delle rinnovabili necessita la costruzione di un sistema energetico alternativo, completamente nuovo, decentralizzato, economo e munito di dispositivi di stoccaggio. Nel quadro del sistema centralizzato e sprecone attuale, 1GW di capacità eolica intermittente necessità del backup di 0,9GW fossile: le rinnovabili non fanno altro che aggiungersi alle energie tradizionali. Evitare questo doppione implica la costruzione in dieci anni di una rete « intelligente ». Un’impresa «gigantesca che necessita un progresso tecnologico, una cooperazione internazionale e trasferimenti senza precedenti» (Ibid. p.52)

L’ostacolo del Capitale

Le implicazioni economiche, quindi politiche e sociali, del cambiamento di sistema energetico sono ben riassunte dallo stesso rapporto delle Nazioni Unite: «Globalmente, il costo della sostituzione dell’infrastruttura fossile e nucleare esistente è da 15 a 20.000 miliardi di dollari almeno. (da un quarto a un terzo del PIL mondiale – DT). La Cina da sola ha aumentato la sua capacità elettrica dal carbone di più di 300 GW tra il 2000 e il 2008, un investimento di oltre 300 miliardi di dollari che comincerà a essere redditizio a partire dal 2030-2040 e funzionerà forse fino al 2050-2060. In effetti, le infrastrutture energetiche sono state installate di recente per la maggior parte nelle economie emergenti e sono completamente nuove, con delle durate di vita di almeno 40-60 anni . Chiaramente, è improbabile che il mondo (sic) decida da un giorno all’altro di cancellare da 15 a 20.000miliardi di dollari di infrastrutture e di sostituirle con un sistema energetico rinnovabile il cui prezzo è più elevato».(UN, World Economic and Social Outlook 2011, p.53).

Se fosse consultato e correttamente informato di quale è il rischio«il mondo» deciderebbe senza alcun dubbio di sostituire il sistema fossile con un sistema rinnovabile. Ma il capitalismo non prenderà questa decisione pur essendo informato. In generale, è assolutamente incapace di trovare in quarant’anni una soluzione umanamente accettabile al groviglio di difficoltà esposte sopra. Lo impedisce la legge del profitto. Nessuna tassa sul carbonio, nessun mercato dei diritti di emissione daranno la soluzione. Per avere una possibilità di essere efficaci, la tassa o il diritto dovrebbero andare fino a 600 o 700 dollari la tonnellata di CO2 in certi settori come i trasporti, ciò che è evidentemente inconcepibile. Tutti i settori decisivi dell’economia (auto, aeronautica, costruzioni navali, chimica e petrolchimica, produzione elettrica, siderurgia, cemento, agroalimentare, ecc.) sarebbero pesantemente penalizzati. Credere che i padroni delle imprese interessate accetterebbero che si colpiscano i loro margini, credere che gli Stati rivali che rappresentano i suddetti padroni si metteranno d’accordo per colpire simultaneamente i margini di tutti i padroni di tutti i paesi , è credere a Babbo Natale. Il fallimento da 20 anni (venti anni!) dei vertici internazionali sul clima ne è una dimostrazione sufficiente. E la situazione non cambierà nel contesto di guerra di concorrenza che infuria dal 2008!

Una triplice catastrofe

Non è permesso alcun dubbio: nel quadro del sistema si va a tutta velocità verso una triplice catastrofe: ecologica, sociale e tecnologica. L’ultimo aspetto risulta chiaramente dagli scenari escogitati dall’Agenzia Internazionale dell’Energia e adottati, con qualche variante, dall’OCSE, dalla Banca Mondiale dall’UNEP e da altre istituzioni internazionali. Per tentare di conciliare la crescita capitalista con gli obiettivi climatici, senza cambiare il sistema energetico, tutti questi organismi avanzano in effetti le stesse combinazioni di proposte (lo stesso «mix energetico»: triplicare il parco di centrali nucleari; aumentare l’utilizzo del carbone, delle sabbie bituminose e del gas di scisto; aumentare considerevolmente la produzione di agrocarburanti; aumentare in generale lo sfruttamento delle biomasse; in particolare con il ricorso alle piante – in particolare agli alberi – geneticamente modificate. Da notare che tali scenari, se fossero concretizzati, permetterebbero nel migliore dei casi di limitare la concentrazione di CO2 a 550 ppm, ciò che corrisponderebbe a un aumento della temperatura tra i 2,8 e 3,2 °C … Inaccettabile!

In tutti questi casi, la cattura-sequestro del carbonio è presentata come l’uovo di Colombo che permette di continuare la combustione dei fossili senza che le quantità di gas carbonico prodotte siano inviate nell’atmosfera. In realtà, ci sono buone ragioni per temere che l’impiego massiccio e a lungo termine di questa tecnologia sia una nuova soluzione da apprendisti stregoni, un modo di nascondere la polvere sotto il tappeto. In generale gli ecosocialisti vi si dovrebbero opporre … salvo eventualmente nel quadro molto limitato di piani di riconversione dei lavoratori occupati in certe imprese inquinanti destinate alla chiusura. Da notare che è precisamente di questa tecnologia che si trattava con il progetto ULCOS di Florange.[1] Questo caso mostra bene la difficoltà dell’articolazione concreta del sociale e dell’ambientale nel contesto ultradifensivo di oggi…

Crescita, non crescita, decrescita

Dal punto di vista ecologico, la principale debolezza del Manifesto del PG è, secondo noi, di non prendere di petto la formidabile questione della transizione energetica e della politica capitalista in materia. Non è sufficiente contestare il «rilancio della crescita del PIL» (Tesi 6) o di abbinare « la necessaria riduzione di certi consumi materiali e il necessario rilancio di certe attività» (Tesi 10). Bisogna andare oltre e ammettere che, almeno nei paesi capitalisti sviluppati, una decrescita netta della produzione materiale e dei trasporti è indispensabile per realizzare la transizione ed evitare una trasformazione irreversibile dell’ambiente, dalle conseguenze sociali catastrofiche.

Quale «regola verde»?

È vero che il Manifesto combina il «il rilancio di certe attività» con «la messa in conto sistematica dell’impronta ecologica generata». Riprendendo un tema centrale della campagna presidenziale di JL Mélenchon, il testo propone di instaurare «la regola verde» come «indicatore centrale di pilotaggio dell’economia». La spiegazione data è la seguente (Tesi 10): «Oltre ai guasti già compiuti da recuperare in materia di emissione di gas serra e di perdita di biodiversità, noi adottiamo come mezzo di valutazione delle politiche pubbliche, di ritardare ogni anno il giorno del ‘superamento globale’. Si tratta della data nella quale abbiamo prelevato su scala mondiale il volume di risorse rinnovabili uguale a quello che il pianeta è in grado di rigenerare e nella quale abbiamo prodotto i rifiuti che è capace di digerire. Il nostro obiettivo è di respingerla al 31 dicembre, vale a dire di neutralizzare la nostra impronta ecologica. Ciò implica la drastica riduzione delle emissioni di gas serra e l’arresto del nucleare che produce scorie che nessuno sa gestire».

La drastica riduzione delle emissioni di gas serra e l’arresto del nucleare non erano menzionati nella prima versione del testo, sottoposto in dicembre alle Assise per l’ecosocialismo. L’integrazione di questi emendamenti è molto positiva, ma nondimeno insoddisfacente. In primo luogo perché il testo non va al di là dell’obiettivo non quantificato e piuttosto vago di «ridurre la nostra dipendenza dalle risorse esauribili» (Tesi 9). In seguito perché «l’impronta ecologica globale» è un indicatore contestabile e senza una reale portata pratica:

  • Contestabile perché, amalgamando tutti i prelievi di risorse rinnovabili e non rinnovabili per metterle in rapporto alla popolazione, l’impronta dà un’immagine falsata dell’insostenibilità. Diminuisce la responsabilità predominante dei combustibili fossili (l’80% circa del’impronta risulta dalla loro combustione) e in tal modo distoglie l’attenzione dalle lobby del carbone, del petrolio e del gas. Al contrario, attira l’attenzione sulla questione della popolazione, cavallo di battaglia dei neomalthusiani;
  • Senza portata pratica perché la sostenibilità dell’impronta ecologica «su scala mondiale» impegna il governo di un paese particolare solo se è declinata in obiettivi nazionali concreti, misurabili e verificabili in funzione della responsabilità storica del paese considerato nella «crisi ecologica globale». Ora, tale declinazione nazionale non è così facile da realizzare.

Affrontare l’urgenza adottando una «regola verde» è certo un’idea da mantenere, ma l’indicatore scelto deve essere pertinente, chiaro, misurabile e verificabile. L’impronta ecologica colpisce l’immaginazione («ci vorrebbero tre pianeti!», ma crea anche molta confusione. Si tratterebbe piuttosto di adottare una legge che stabilisca che oltre a uscire dal nucleare e senza ricorrere ai «crediti di carbonio», la Francia diminuirà ogni anno le sue emissioni di CO2 fossile in una proporzione tale che il paese raggiunga al minimo dall’80 al 95% di riduzione da ora al 2050, passando per una tappa intermedia dal 25 al 40% nel 2020 (in rapporto al 1990) … e puntando a più del 100% (vale a dire emissioni negative) tra il 2050 e il 2100.

Internazionalismo: ancora uno sforzo!

L’adozione di una tale legge è uno dei mezzi per eccellenza con il quale la Francia – o qualsiasi altro paese capitalista sviluppato – può «assicurare la propria responsabilità di fronte all’umanità sopprimendo il debito ecologico». Ma non è il solo. Su questo punto, molte cose importanti e giuste sono dette nella Tesi 17, sulla dimensione internazionale dell’ecosocialismo («Lanciare una lotta internazionalista e universalista»). Tuttavia, il testo non affronta il problema principale: come conciliare la stabilizzazione del clima con il diritto allo sviluppo dei popoli del Sud? La sfida, ripetiamo, è semplicemente gigantesca. Da un lato, tre miliardi di esseri umani soffrono per il fatto che i loro bisogni essenziali non sono soddisfatti o sono soddisfatti male: bisognerebbe dunque produrre di più. Dall’altro, i vincoli climatici da rispettare entro il 2050 proibiscono di rilanciare massicciamente la produzione materiale su scala mondiale, e impongono piuttosto di ridurla nei paesi sviluppati.

 

Qual è la soluzione? Nessuno può decentemente pretendere di avere la risposta a portata di mano. Però è insufficiente scrivere che si «contribuisce ai dibattiti per legare politiche di sviluppo e di progresso sociale e salvaguardia dell’ambiente» e che si sostiene l’impostazione de «l’iniziativa Yasuni ITT ».[2] Il PG riconosce «la responsabilità dei paesi cosiddetti del Nord, dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale nei confronti dei popoli del Sud». Dovrebbe trarne qualche conclusione programmatica: oltre all’adozione unilaterale da parte della Francia di un piano di riduzione delle emissioni di gas serra, si tratterebbe ad esempio di annullare il debito, di non importare agrocarburanti, di riconoscere il diritto alla sovranità alimentare, di denunciare REDD+, di trasferire gratuitamente tecnologie verdi e di versare – sotto forma di doni, non di prestiti! – delle somme per l’adattamento ai cambiamenti climatici. Queste poche misure ci sembrano indispensabili a un internazionalismo ecosocialista coerente.

Strategia transitoria

I rapporti scientifici sul «cambiamento globale» lo confermano: la sfida energetica/climatica è il maggior problema ambientale e sociale che il genere umano deve affrontare. È a partire da questa questione centrale che gli ecosocialisti devono elaborare insieme una strategia, un programma, delle tattiche, delle forme di lotta. Non si tratta di assumere posizioni ideologiche, di rilanciare rispetto al PG per purismo, o di essere più radicali di lui in virtù di sacri dogmi. Si tratta di valutare l’estrema gravità della situazione oggettiva e di trarne sobriamente le conclusioni politiche che si impongono. Queste possono solo essere radicalmente anticapitaliste e internazionaliste. È il fondamento stesso del modo di produzione capitalista che è in discussione. Anche il Manifesto del PG lo dice, ed è in questo quadro comune che si può svolgere il dibattito.

Come fare? Tutta la difficoltà strategica sta nell’abisso spalancato tra la necessità imperiosa di un’alternativa (eco)socialista e il livello attuale di coscienza delle popolazioni, in particolare de/lle/gli sfruttat/e/i e oppress/e/i. Per colmare questo vuoto, per gettare un ponte su questo abisso, è importante rispondere insieme alle domande sociali e alle urgenze ecologiche tramite un programma di rivendicazioni che permetta di avviare la rottura. Sembra evidente che tale programma deve mettere in prospettiva la formazione di un governo capace di applicarlo – su scala nazionale, europea e mondiale. Ma la formazione di un governo non dovrebbe giustificare l’abbassamento del programma al di sotto del livello che permette effettivamente la rottura. Si può dubitare che ci sia accordo su questo punto quando ci si ricorda che JL Mélenchon, a qualche giorno dalle Assise per l’ecosocialismo, si dichiarava candidato al posto di Primo Ministro di un governo di sinistra con il PS e i Verdi…

Espropriazione dell’energia e della finanza

Nella sua prima versione, il Manifesto del PG rivendicava la nazionalizzazione dell’energia, non quella della finanza. Questa lacuna è stata colmata. C’è da rallegrarsi di questo poiché l’espropriazione delle lobby di questi due settori intrecciati tra loro è veramente una conditio sine qua non della rottura. Questa traccia il quadro all’interno del quale può essere declinata tutta una serie di rivendicazioni ecosocialiste grandi e piccole, che vanno dalla creazione di aziende pubbliche comunali per l’isolamento e il rinnovamento delle abitazioni, fino alla gratuità dei trasporti in comune, passando per l’incoraggiamento all’agricoltura organica di prossimità, la proibizione dell’obsolescenza programmata, la gratuità dei servizi, (acqua, elettricità, mobilità, riscaldamento) fino a un livello corrispondente ai bisogni di base (con un sistema di tariffe rapidamente progressive al di là), la riconversione de/i/lle salariat/i/e delle imprese inquinanti, con il mantenimento delle loro conquiste, la riduzione generalizzata del tempo di lavoro a 30 ore senza perdita di salario, ecc. Al di fuori di questo quadro, il programma perde la sua coerenza e si disperde in misure sparse alcune delle quali sono digeribili dal sistema, altre no.

Un governo che si impegnasse ad applicare un programma di rottura degno di questo nome si troverebbe immediatamente confrontato alla risposta della borghesia internazionale, in particolare attraverso l’Unione Europea e dovrebbe proteggere la propria politica contro questa. Non in nome della nazione, ma in nome di un’altra Europa da costruire, un’Europa della quale la sua politica darebbe un’anticipazione agli altri popoli. Il Manifesto è stato migliorato su questo punto (Tesi 16 «Se il livello europeo può essere pertinente per grandi politiche ambientalistiche e sociali, la loro realizzazione sarà possibile solo con la costruzione di un’altra Europa, sotto il controllo democratico dei popoli») ma si dovrebbe avere un’impostazione ancor più offensiva , indicando la necessità di un’assemblea costituente dei popoli d’Europa. Poiché solo a livello del subcontinente si può sviluppare un programma ecosocialista degno di questo nome. Tramite l’istituzione di servizi pubblici europei dell’energia, dell’acqua, dei trasporti, delle abitazioni. Tramite una gestione comune delle risorse naturali.

Autogestione o statalismo?

Il Manifesto del PG ha ragione di concludere (Tesi 18) che «Tenuto conto dell’ampiezza del suo obiettivo, la rimessa in discussione del modello produttivo capitalistico non può derivare da una semplice alternanza elettorale e da decisioni venute dall’alto». In effetti, tale rimessa in discussione è possibile solo con una mobilitazione sociale in profondità. Una mobilitazione di tutte e tutti, quali che siano le loro convinzioni filosofiche e religiose. Questo punto merita certamente una discussione. Per noi, ad esempio, non c’è alcun motivo per cui la partecipazione alla lotta ecosocialista sia subordinata all’accettazione della laicità, come la concepisce il PG. Questa concezione va contro l’unità necessaria e urgente contro la catastrofe imminente. La gestione dell’ecosistema Terra «da buon padre di famiglia» è compatibile con i fondamenti umanistici di tutte le religioni, di tutte le cosmologie. Per poco che lottino per rivendicazioni che emancipano gli uomini e le donne in pratica – in Terra, non in cielo – poco importa che gli attori credano in Dio o no…

Il punto decisivo è che questa mobilitazione sia combinata ad un’autorganizzazione democratica. Imporre il controllo de/i/lle salariat/i/e nelle imprese, eleggere comitati di sciopero, occupare le imprese in caso di sciopero, formare comitati di residenti che esigano di determinare ess/e/i stess/e/i i criteri e le priorità delle municipalità, incoraggiare le lotte di massa contro i progetti tecnologici deliranti (come Notre Dame des Landes), favorire ovunque i legami diretti tra produttori e consumatori per fare a meno della mediazione del capitale e del mercato, appoggiare le lotte autonome delle donne e di tutt/e/i le/gli oppress/e/i: questa è la via da seguire.

Il Manifesto del PG compie passi avanti importanti in questa direzione, evocando «l’intervento continuo dei salariati nelle imprese» e «conferenze di partecipazione popolare per ridefinire i criteri di utilità sociale ed ambientale e l’articolazione tra i diversi livelli» della «pianificazione ecologica». (Tesi 13). Ma queste proposte guadagnerebbero a essere precisate perché, in generale, la prospettiva del Manifesto è più statalista e centralizzatrice che autogestionaria e decentralizzata. Non tiene in conto la natura di classe dello Stato, adorna la Repubblica francese di virtù che non ha, e presenta per così dire una concezione «top down»[dall’alto in basso] dell’emancipazione socialista (Tesi 4: «l’emancipazione della persona umana passa per la ripartizione della ricchezza, la democratizzazione del potere e l’istruzione globale»).

La via da seguire è lunga e difficile, disseminata di insidie. È quella della lotta per un’alternativa anticapitalista. «Da molto tempo il mondo ha il sogno di una cosa della quale gli basterebbe prendere coscienza per possederla realmente» diceva Marx. Questa cosa è oggi l’ecosocialismo, sogno di un’umanità che avrà cura collettivamente del giardino della Terra con gioia, prudenza e responsabilità. Non c’è una scorciatoia né un salvatore supremo. La coscienza della possibilità concreta di questa cosa si può costruire solo nell’azione solidale, nella lotta senza frontiere contro questo sistema assurdo, che porta in sé la catastrofe ecologica e sociale come la nuvola la tempesta.

Note del traduttore.

[1] Progetto molto incerto, lanciato nel 2004, che dovrebbe ridurre di metà le emissioni di CO2 delle acciaierie, ma che non sembra procedere. (Ndt)

[2] Parco nazionale in Ecuador e giacimento petrolifero. Il governo propone di rinunciare all’estrazione in cambio di metà dei profitti che ricaverebbe.

Da

Europe Solidaire Sans Frontières N.28123 e Contretemps –

11/03/2013

A proposito del «Manifesto ecosocialista» del Parti de Gauche

Daniel Tanuro

Il Manifesto ecosocialista del Parti de Gauche è un documento importante. Per la prima volta in Francia, una forza politica rappresentata nelle aule parlamentari si richiama all’ecosocialismo, per tentare di coniugare rivendicazioni sociali ed esigenze ecologiche in una prospettiva di rottura con il capitalismo. La condanna del produttivismo è senza appello. Il fatto che il testo scarta come socialmente ingiusta ed ecologicamente criminale la strategia socialdemocratica di rilancio del sistema (Tesi 6: «Noi non aspettiamo dunque né la ripresa della crescita, né gli effetti benefici dell’austerità:non crediamo né all’una né agli altri») testimonia di una presa di coscienza tanto della gravità della situazione quanto dell’urgenza delle misure da prendere per farvi fronte. Vale a dire che il Manifesto contribuisce ad aprire un dibattito politico fondamentale: quale alternativa alla cogestione del capitalismo da parte dei Verdi e del social-liberalismo? Quale programma, quale progetto di società, quale strategia per un socialismo antiproduttivista?

Questo dibattito è solo all’inizio. La sinistra, per approfondirlo, ci guadagnerebbe ad immergersi ancor più nei problemi ambientali dei quali fatica a misurare la dimensione. Su questo punto, il cammino in salita percorso dal Parti de Gauche dopo che i suoi fondatori hanno lasciato il Partito socialista è notevole Tuttavia, secondo noi non è stato ancora raggiunto il punto dal quale le/i militanti potrebbero abbracciare con lo sguardo tutta l’immensità della sfida. Il cammino che rimane da percorrere si può misurare in particolare dal fatto che il Manifesto ecosocialista del PG considera le tecnologie socialmente neutre (Tesi 13: «Il problema non è la tecnica in sé, ma l’assenza di scelta e di controllo cittadino»…come se fosse concepibile l’ipotesi di un «nucleare socialista»!) e non dice niente degli agrocarburanti, del gas di scisto o della cattura e sequestro del carbonio. Ma la nostra critica principale è che il PG non si pronuncia per l’abbandono dei combustibili fossili e non affronta francamente certi importanti vincoli costrittivi della transizione verso un sistema basato al 100% sulle rinnovabili. In effetti, malgrado tutte le cose eccellenti che contiene, il Manifesto del PG non sembra cogliere l’ampiezza formidabile della sfida energetica e climatica da affrontare nei prossimi quarant’anni e che costituisce a nostro parere la ragione essenziale per la quale l’ecosocialismo è una necessità bruciante.

I dati di base del problema

Non si ripeteranno mai abbastanza i dati di base del problema: al di là di 1,5°C di aumento rispetto all’era preindustriale, il riscaldamento della bassa atmosfera comporterà più che probabilmente catastrofi sociali ed ecologiche irreversibili. La macchina dei disastri è già in azione: lo si vede dalla moltiplicazione dei fenomeni meteorologici estremi. Ma il peggio – in particolare un aumento da uno a tre metri del livello degli oceani che implicherebbe lo spostamento a un termine relativamente breve di centinaia di milioni di persone – può ancora essere evitato. Ora, le condizioni da soddisfare per avere una possibilità su due che l’aumento di temperatura rimanga al di sotto di 2,4°C, sono draconiane. Occorre che i paesi sviluppati abbandonino quasi totalmente i combustibili fossili da ora al 2050, e che le emissioni mondiali di gas serra diminuiscano dal 50 all’85% a quella scadenza, per essere riportate a zero prima del 210 (in realtà, a quel punto dovrebbero piuttosto cominciare a essere negative, il che significa che l’ecosistema Terra dovrebbe assorbire più biossido di carbonio di quanto ne emetta). Le energie rinnovabili possono dare il cambio. Il loro potenziale tecnico è ampiamente sufficiente. Ma la transizione è estremamente complicata poiché si tratta di sostituire in un tempo molto breve, il sistema energetico esistente con un altro, completamente diverso e molto più caro.

Cambiare il sistema energetico

Gli elementi da prendere in considerazione sono i seguenti:

– Se si rifiuta la tecnologia nucleare – bisogna rifiutarla per una quantità di ragioni che non si sviluppano qui – e se si rispetta il principio di responsabilità comuni ma differenziate dei paesi – bisogna rispettarlo per evidenti ragioni di giustizia Nord/Sud – ne deriva che il successo della transizione verso le rinnovabili necessita la riduzione della domanda finale di energia di circa la metà nell’Unione Europea e di tre quarti negli Stati Uniti;

– Una riduzione di tale ampiezza non è realizzabile unicamente con misure di economia di energia. Una diminuzione della produzione materiale e dei trasporti è altrettanto indispensabile. Non basta dunque equilibrare la soppressione delle produzioni inutili o nocive da un lato, e la crescita delle produzioni ecologiche dall’altro: il bilancio complessivo deve essere negativo.

– Gli obiettivi in termini di emissioni significano che circa l’80% delle riserve conosciute di carbone, di petrolio e di gas naturale devono rimanere sottoterra. Ora, queste riserve sono di proprietà di compagnie capitaliste, o di compagnie di Stati capitalisti, e compaiono all’attivo nei loro bilanci. Il loro mancato sfruttamento equivarrebbe a una distruzione di capitale. Inaccettabile per gli azionisti, va da sé;

– Salvo eccezioni, le energie rinnovabili restano più care di quelle fossili e resteranno tali grosso modo per i due prossimi decenni. In pratica, l’aumento del prezzo del petrolio ha per effetto principale di rendere profittevole lo sfruttamento delle sabbie bituminose, del gas di scisto, degli oli pesanti e dell’offshore in profondità, tutte attività proficue dal punto di vista capitalista ma eminentemente distruttive dal punto di vista ambientale e la cui efficienza energetica (il rapporto tra il consumo e la resa energetica) è spesso molto scarsa;

– Globalmente, la transizione verso le energie rinnovabili non è avviata. Le Nazioni Unite lo constatano: «Il cambiamento di tecnologia energetica si è notevolmente rallentato a livello del mix energetico dagli anni 1970, e non ci sono prove a sostegno dell’idea popolare che tale cambiamento di tecnologia si accelera. (…) Malgrado tassi di crescita impressionanti della diffusione di tecnologie energetiche rinnovabili dopo il 2000, è chiaro che la traiettoria attuale non si avvicina da nessuna parte a un percorso realistico verso una decarbonizzazione totale del sistema energetico nel 2050» (UN, World Economic and Social Outlook 2011, pp 49-50).

Una delle ragioni di questa situazione – che contrasta con l’immagine diffusa dai media – è che l’utilizzo pienamente razionale delle rinnovabili necessita la costruzione di un sistema energetico alternativo, completamente nuovo, decentralizzato, economo e munito di dispositivi di stoccaggio. Nel quadro del sistema centralizzato e sprecone attuale, 1GW di capacità eolica intermittente necessità del backup di 0,9GW fossile: le rinnovabili non fanno altro che aggiungersi alle energie tradizionali. Evitare questo doppione implica la costruzione in dieci anni di una rete « intelligente ». Un’impresa «gigantesca che necessita un progresso tecnologico, una cooperazione internazionale e trasferimenti senza precedenti» (Ibid. p.52

L’ostacolo del Capitale

Le implicazioni economiche, quindi politiche e sociali, del cambiamento di sistema energetico sono ben riassunte dallo stesso rapporto delle Nazioni Unite: «Globalmente, il costo della sostituzione dell’infrastruttura fossile e nucleare esistente è da 15 a 20.000 miliardi di dollari almeno. (da un quarto a un terzo del PIL mondiale – DT). La Cina da sola ha aumentato la sua capacità elettrica dal carbone di più di 300 GW tra il 2000 e il 2008, un investimento di oltre 300 miliardi di dollari che comincerà a essere redditizio a partire dal 2030-2040 e funzionerà forse fino al 2050-2060. In effetti, le infrastrutture energetiche sono state installate di recente per la maggior parte nelle economie emergenti e sono completamente nuove, con delle durate di vita di almeno 40-60 anni . Chiaramente, è improbabile che il mondo (sic) decida da un giorno all’altro di cancellare da 15 a 20.000miliardi di dollari di infrastrutture e di sostituirle con un sistema energetico rinnovabile il cui prezzo è più elevato».(UN, World Economic and Social Outlook 2011, p.53).

Se fosse consultato e correttamente informato di quale è il rischio«il mondo» deciderebbe senza alcun dubbio di sostituire il sistema fossile con un sistema rinnovabile. Ma il capitalismo non prenderà questa decisione pur essendo informato. In generale, è assolutamente incapace di trovare in quarant’anni una soluzione umanamente accettabile al groviglio di difficoltà esposte sopra. Lo impedisce la legge del profitto. Nessuna tassa sul carbonio, nessun mercato dei diritti di emissione daranno la soluzione. Per avere una possibilità di essere efficaci, la tassa o il diritto dovrebbero andare fino a 600 o 700 dollari la tonnellata di CO2 in certi settori come i trasporti, ciò che è evidentemente inconcepibile. Tutti i settori decisivi dell’economia (auto, aeronautica, costruzioni navali, chimica e petrolchimica, produzione elettrica, siderurgia, cemento, agroalimentare, ecc.) sarebbero pesantemente penalizzati. Credere che i padroni delle imprese interessate accetterebbero che si colpiscano i loro margini, credere che gli Stati rivali che rappresentano i suddetti padroni si metteranno d’accordo per colpire simultaneamente i margini di tutti i padroni di tutti i paesi , è credere a Babbo Natale. Il fallimento da 20 anni (venti anni!) dei vertici internazionali sul clima ne è una dimostrazione sufficiente. E la situazione non cambierà nel contesto di guerra di concorrenza che infuria dal 2008!

Una triplice catastrofe

Non è permesso alcun dubbio: nel quadro del sistema si va a tutta velocità verso una triplice catastrofe: ecologica, sociale e tecnologica. L’ultimo aspetto risulta chiaramente dagli scenari escogitati dall’Agenzia Internazionale dell’Energia e adottati, con qualche variante, dall’OCSE, dalla Banca Mondiale dall’UNEP e da altre istituzioni internazionali. Per tentare di conciliare la crescita capitalista con gli obiettivi climatici, senza cambiare il sistema energetico, tutti questi organismi avanzano in effetti le stesse combinazioni di proposte (lo stesso «mix energetico»: triplicare il parco di centrali nucleari; aumentare l’utilizzo del carbone, delle sabbie bituminose e del gas di scisto; aumentare considerevolmente la produzione di agrocarburanti; aumentare in generale lo sfruttamento delle biomasse; in particolare con il ricorso alle piante – in particolare agli alberi – geneticamente modificate. Da notare che tali scenari, se fossero concretizzati, permetterebbero nel migliore dei casi di limitare la concentrazione di CO2 a 550 ppm, ciò che corrisponderebbe a un aumento della temperatura tra i 2,8 e 3,2 °C … Inaccettabile!

In tutti questi casi, la cattura-sequestro del carbonio è presentata come l’uovo di Colombo che permette di continuare la combustione dei fossili senza che le quantità di gas carbonico prodotte siano inviate nell’atmosfera. In realtà, ci sono buone ragioni per temere che l’impiego massiccio e a lungo termine di questa tecnologia sia una nuova soluzione da apprendisti stregoni, un modo di nascondere la polvere sotto il tappeto. In generale gli ecosocialisti vi si dovrebbero opporre … salvo eventualmente nel quadro molto limitato di piani di riconversione dei lavoratori occupati in certe imprese inquinanti destinate alla chiusura. Da notare che è precisamente di questa tecnologia che si trattava con il progetto ULCOS di Florange.[1] Questo caso mostra bene la difficoltà dell’articolazione concreta del sociale e dell’ambientale nel contesto ultradifensivo di oggi…

Crescita, non crescita, decrescita

Dal punto di vista ecologico, la principale debolezza del Manifesto del PG è, secondo noi, di non prendere di petto la formidabile questione della transizione energetica e della politica capitalista in materia. Non è sufficiente contestare il «rilancio della crescita del PIL» (Tesi 6) o di abbinare « la necessaria riduzione di certi consumi materiali e il necessario rilancio di certe attività» (Tesi 10). Bisogna andare oltre e ammettere che, almeno nei paesi capitalisti sviluppati, una decrescita netta della produzione materiale e dei trasporti è indispensabile per realizzare la transizione ed evitare una trasformazione irreversibile dell’ambiente, dalle conseguenze sociali catastrofiche.

Quale «regola verde»?

È vero che il Manifesto combina il «il rilancio di certe attività» con «la messa in conto sistematica dell’impronta ecologica generata». Riprendendo un tema centrale della campagna presidenziale di JL Mélenchon, il testo propone di instaurare «la regola verde» come «indicatore centrale di pilotaggio dell’economia». La spiegazione data è la seguente (Tesi 10): «Oltre ai guasti già compiuti da recuperare in materia di emissione di gas serra e di perdita di biodiversità, noi adottiamo come mezzo di valutazione delle politiche pubbliche, di ritardare ogni anno il giorno del ‘superamento globale’. Si tratta della data nella quale abbiamo prelevato su scala mondiale il volume di risorse rinnovabili uguale a quello che il pianeta è in grado di rigenerare e nella quale abbiamo prodotto i rifiuti che è capace di digerire. Il nostro obiettivo è di respingerla al 31 dicembre, vale a dire di neutralizzare la nostra impronta ecologica. Ciò implica la drastica riduzione delle emissioni di gas serra e l’arresto del nucleare che produce scorie che nessuno sa gestire».

La drastica riduzione delle emissioni di gas serra e l’arresto del nucleare non erano menzionati nella prima versione del testo, sottoposto in dicembre alle Assise per l’ecosocialismo. L’integrazione di questi emendamenti è molto positiva, ma nondimeno insoddisfacente. In primo luogo perché il testo non va al di là dell’obiettivo non quantificato e piuttosto vago di «ridurre la nostra dipendenza dalle risorse esauribili» (Tesi 9). In seguito perché «l’impronta ecologica globale» è un indicatore contestabile e senza una reale portata pratica:

– Contestabile perché, amalgamando tutti i prelievi di risorse rinnovabili e non rinnovabili per metterle in rapporto alla popolazione, l’impronta dà un’immagine falsata dell’insostenibilità. Diminuisce la responsabilità predominante dei combustibili fossili (l’80% circa del’impronta risulta dalla loro combustione) e in tal modo distoglie l’attenzione dalle lobby del carbone, del petrolio e del gas. Al contrario, attira l’attenzione sulla questione della popolazione, cavallo di battaglia dei neomalthusiani;

– Senza portata pratica perché la sostenibilità dell’impronta ecologica «su scala mondiale» impegna il governo di un paese particolare solo se è declinata in obiettivi nazionali concreti, misurabili e verificabili in funzione della responsabilità storica del paese considerato nella «crisi ecologica globale». Ora, tale declinazione nazionale non è così facile da realizzare.

Affrontare l’urgenza adottando una «regola verde» è certo un’idea da mantenere, ma l’indicatore scelto deve essere pertinente, chiaro, misurabile e verificabile. L’impronta ecologica colpisce l’immaginazione («ci vorrebbero tre pianeti!», ma crea anche molta confusione. Si tratterebbe piuttosto di adottare una legge che stabilisca che oltre a uscire dal nucleare e senza ricorrere ai «crediti di carbonio», la Francia diminuirà ogni anno le sue emissioni di CO2 fossile in una proporzione tale che il paese raggiunga al minimo dall’80 al 95% di riduzione da ora al 2050, passando per una tappa intermedia dal 25 al 40% nel 2020 (in rapporto al 1990) … e puntando a più del 100% (vale a dire emissioni negative) tra il 2050 e il 2100.

Internazionalismo: ancora uno sforzo!

L’adozione di una tale legge è uno dei mezzi per eccellenza con il quale la Francia – o qualsiasi altro paese capitalista sviluppato – può «assicurare la propria responsabilità di fronte all’umanità sopprimendo il debito ecologico». Ma non è il solo. Su questo punto, molte cose importanti e giuste sono dette nella Tesi 17, sulla dimensione internazionale dell’ecosocialismo («Lanciare una lotta internazionalista e universalista»). Tuttavia, il testo non affronta il problema principale: come conciliare la stabilizzazione del clima con il diritto allo sviluppo dei popoli del Sud? La sfida, ripetiamo, è semplicemente gigantesca. Da un lato, tre miliardi di esseri umani soffrono per il fatto che i loro bisogni essenziali non sono soddisfatti o sono soddisfatti male: bisognerebbe dunque produrre di più. Dall’altro, i vincoli climatici da rispettare entro il 2050 proibiscono di rilanciare massicciamente la produzione materiale su scala mondiale, e impongono piuttosto di ridurla nei paesi sviluppati.

Qual è la soluzione? Nessuno può decentemente pretendere di avere la risposta a portata di mano. Però è insufficiente scrivere che si «contribuisce ai dibattiti per legare politiche di sviluppo e di progresso sociale e salvaguardia dell’ambiente» e che si sostiene l’impostazione de «l’iniziativa Yasuni ITT ».[2] Il PG riconosce «la responsabilità dei paesi cosiddetti del Nord, dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale nei confronti dei popoli del Sud». Dovrebbe trarne qualche conclusione programmatica: oltre all’adozione unilaterale da parte della Francia di un piano di riduzione delle emissioni di gas serra, si tratterebbe ad esempio di annullare il debito, di non importare agrocarburanti, di riconoscere il diritto alla sovranità alimentare, di denunciare REDD+, di trasferire gratuitamente tecnologie verdi e di versare – sotto forma di doni, non di prestiti! – delle somme per l’adattamento ai cambiamenti climatici. Queste poche misure ci sembrano indispensabili a un internazionalismo ecosocialista coerente.

Strategia transitoria

I rapporti scientifici sul «cambiamento globale» lo confermano: la sfida energetica/climatica è il maggior problema ambientale e sociale che il genere umano deve affrontare. È a partire da questa questione centrale che gli ecosocialisti devono elaborare insieme una strategia, un programma, delle tattiche, delle forme di lotta. Non si tratta di assumere posizioni ideologiche, di rilanciare rispetto al PG per purismo, o di essere più radicali di lui in virtù di sacri dogmi. Si tratta di valutare l’estrema gravità della situazione oggettiva e di trarne sobriamente le conclusioni politiche che si impongono. Queste possono solo essere radicalmente anticapitaliste e internazionaliste. È il fondamento stesso del modo di produzione capitalista che è in discussione. Anche il Manifesto del PG lo dice, ed è in questo quadro comune che si può svolgere il dibattito.

Come fare? Tutta la difficoltà strategica sta nell’abisso spalancato tra la necessità imperiosa di un’alternativa (eco)socialista e il livello attuale di coscienza delle popolazioni, in particolare de/lle/gli sfruttat/e/i e oppress/e/i. Per colmare questo vuoto, per gettare un ponte su questo abisso, è importante rispondere insieme alle domande sociali e alle urgenze ecologiche tramite un programma di rivendicazioni che permetta di avviare la rottura. Sembra evidente che tale programma deve mettere in prospettiva la formazione di un governo capace di applicarlo – su scala nazionale, europea e mondiale. Ma la formazione di un governo non dovrebbe giustificare l’abbassamento del programma al di sotto del livello che permette effettivamente la rottura. Si può dubitare che ci sia accordo su questo punto quando ci si ricorda che JL Mélenchon, a qualche giorno dalle Assise per l’ecosocialismo, si dichiarava candidato al posto di Primo Ministro di un governo di sinistra con il PS e i Verdi…

Espropriazione dell’energia e della finanza

Nella sua prima versione, il Manifesto del PG rivendicava la nazionalizzazione dell’energia, non quella della finanza. Questa lacuna è stata colmata. C’è da rallegrarsi di questo poiché l’espropriazione delle lobby di questi due settori intrecciati tra loro è veramente una conditio sine qua non della rottura. Questa traccia il quadro all’interno del quale può essere declinata tutta una serie di rivendicazioni ecosocialiste grandi e piccole, che vanno dalla creazione di aziende pubbliche comunali per l’isolamento e il rinnovamento delle abitazioni, fino alla gratuità dei trasporti in comune, passando per l’incoraggiamento all’agricoltura organica di prossimità, la proibizione dell’obsolescenza programmata, la gratuità dei servizi, (acqua, elettricità, mobilità, riscaldamento) fino a un livello corrispondente ai bisogni di base (con un sistema di tariffe rapidamente progressive al di là), la riconversione de/i/lle salariat/i/e delle imprese inquinanti, con il mantenimento delle loro conquiste, la riduzione generalizzata del tempo di lavoro a 30 ore senza perdita di salario, ecc. Al di fuori di questo quadro, il programma perde la sua coerenza e si disperde in misure sparse alcune delle quali sono digeribili dal sistema, altre no.

Un governo che si impegnasse ad applicare un programma di rottura degno di questo nome si troverebbe immediatamente confrontato alla risposta della borghesia internazionale, in particolare attraverso l’Unione Europea e dovrebbe proteggere la propria politica contro questa. Non in nome della nazione, ma in nome di un’altra Europa da costruire, un’Europa della quale la sua politica darebbe un’anticipazione agli altri popoli. Il Manifesto è stato migliorato su questo punto (Tesi 16 «Se il livello europeo può essere pertinente per grandi politiche ambientalistiche e sociali, la loro realizzazione sarà possibile solo con la costruzione di un’altra Europa, sotto il controllo democratico dei popoli») ma si dovrebbe avere un’impostazione ancor più offensiva , indicando la necessità di un’assemblea costituente dei popoli d’Europa. Poiché solo a livello del subcontinente si può sviluppare un programma ecosocialista degno di questo nome. Tramite l’istituzione di servizi pubblici europei dell’energia, dell’acqua, dei trasporti, delle abitazioni. Tramite una gestione comune delle risorse naturali.

Autogestione o statalismo?

Il Manifesto del PG ha ragione di concludere (Tesi 18) che «Tenuto conto dell’ampiezza del suo obiettivo, la rimessa in discussione del modello produttivo capitalistico non può derivare da una semplice alternanza elettorale e da decisioni venute dall’alto». In effetti, tale rimessa in discussione è possibile solo con una mobilitazione sociale in profondità. Una mobilitazione di tutte e tutti, quali che siano le loro convinzioni filosofiche e religiose. Questo punto merita certamente una discussione. Per noi, ad esempio, non c’è alcun motivo per cui la partecipazione alla lotta ecosocialista sia subordinata all’accettazione della laicità, come la concepisce il PG. Questa concezione va contro l’unità necessaria e urgente contro la catastrofe imminente. La gestione dell’ecosistema Terra «da buon padre di famiglia» è compatibile con i fondamenti umanistici di tutte le religioni, di tutte le cosmologie. Per poco che lottino per rivendicazioni che emancipano gli uomini e le donne in pratica – in Terra, non in cielo – poco importa che gli attori credano in Dio o no…

Il punto decisivo è che questa mobilitazione sia combinata ad un’autorganizzazione democratica. Imporre il controllo de/i/lle salariat/i/e nelle imprese, eleggere comitati di sciopero, occupare le imprese in caso di sciopero, formare comitati di residenti che esigano di determinare ess/e/i stess/e/i i criteri e le priorità delle municipalità, incoraggiare le lotte di massa contro i progetti tecnologici deliranti (come Notre Dame des Landes), favorire ovunque i legami diretti tra produttori e consumatori per fare a meno della mediazione del capitale e del mercato, appoggiare le lotte autonome delle donne e di tutt/e/i le/gli oppress/e/i: questa è la via da seguire.

Il Manifesto del PG compie passi avanti importanti in questa direzione, evocando «l’intervento continuo dei salariati nelle imprese» e «conferenze di partecipazione popolare per ridefinire i criteri di utilità sociale ed ambientale e l’articolazione tra i diversi livelli» della «pianificazione ecologica». (Tesi 13). Ma queste proposte guadagnerebbero a essere precisate perché, in generale, la prospettiva del Manifesto è più statalista e centralizzatrice che autogestionaria e decentralizzata. Non tiene in conto la natura di classe dello Stato, adorna la Repubblica francese di virtù che non ha, e presenta per così dire una concezione «top down»[dall’alto in basso] dell’emancipazione socialista (Tesi 4: «l’emancipazione della persona umana passa per la ripartizione della ricchezza, la democratizzazione del potere e l’istruzione globale»).

La via da seguire è lunga e difficile, disseminata di insidie. È quella della lotta per un’alternativa anticapitalista. «Da molto tempo il mondo ha il sogno di una cosa della quale gli basterebbe prendere coscienza per possederla realmente» diceva Marx. Questa cosa è oggi l’ecosocialismo, sogno di un’umanità che avrà cura collettivamente del giardino della Terra con gioia, prudenza e responsabilità. Non c’è una scorciatoia né un salvatore supremo. La coscienza della possibilità concreta di questa cosa si può costruire solo nell’azione solidale, nella lotta senza frontiere contro questo sistema assurdo, che porta in sé la catastrofe ecologica e sociale come la nuvola la tempesta.

Note del traduttore.

[1] Progetto molto incerto, lanciato nel 2004, che dovrebbe ridurre di metà le emissioni di CO2 delle acciaierie, ma che non sembra procedere. (Ndt)

[2] Parco nazionale in Ecuador e giacimento petrolifero. Il governo propone di rinunciare all’estrazione in cambio di metà dei profitti che ricaverebbe.

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