I salari non devono essere una variante di aggiustamento

di Michel Husson*

Le politiche di “svalutazione interna”, cioè di austerità salariale vengono proposte oggi come strumento per ridurre gli squilibri inter-europei e per uscire dalla crisi, di cui i salari sono implicitamente ritenuti responsabili. Nel libro “Salaire et compétitivité: pour un vrai debat” ho proposto di adottare un punto di vista radicalmente opposto che consiste nel sottolineare due concetti: che la diminuzione generalizzata della parte salariale nel valore aggiunto sta alla base della crisi attuale e che gli aggiustamenti salariali portano in un vicolo cieco.

 Disoccupazione e ripartizione dei redditi

Sul primo punto, le considerazioni sono unanimi, dall’OCSE alla Commissione europea, passando per l’FMI: tutti questi organismi hanno recentemente pubblicato studi nei quali non si sono chiesti se la parte salariale fosse diminuita, ma perché. Questa constatazione è logicamente in contraddizione con l’analisi secondo cui la causa degli squilibri economici dei paesi al Sud dell’Europa sarebbe la perdita di competitività, derivata anch’essa da una eccessiva crescita dei salari.

L’OCSE spiega che questo calo del lavoro prima della crisi ha evidentemente avuto come controparte un aumento dei margini di profitto delle imprese. Ma queste non ne hanno approfittato per aumentare gli investimenti, hanno preferito aumentare la distribuzione dei dividendi. Questo enorme trasferimento dai salariati verso gli azionisti è stato favorito dall’aumento della disoccupazione. Sono le due facce della stessa realtà: da un lato, la non ridistribuzione ai salariati dei guadagni di produttività, in particolare sotto forma di riduzione del tempo di lavoro, ingenera un aumento della disoccupazione; dall’altro, alimenta il trasferimento verso gli azionisti. L’esperienza delle 35 ore in Francia, nonostante le imperfezioni, mostra invece che la riduzione del tempo di lavoro è un potente mezzo per creare posti di lavoro: in Francia, tra il 1978 e il 1997, nel settore privato i posti di lavoro non erano aumentati. Tra il 1997 e il 2002, dopo il passaggio alle 35 ore, sono stati creati quasi 2 milioni di posti di lavoro. Sono leggermente aumentati anche in seguito, prima che la crisi li facesse ricadere al punto di partenza.

Un’assurdità evidente

Le istituzioni e i governi europei si orientano su tre elementi: austerità di bilancio, austerità salariale, riforme strutturali (mercato del lavoro e protezione sociale). Ma questo insieme non funziona e l’Europa si impantana nella recessione, di cui si conoscono le cause, sulle quali assistiamo ad un consenso piuttosto ampio.

Il meccanismo perverso dell’austerità è semplice da capire. Si tagliano le spese e si aumentano le tasse, IVA in particolare, che pesano direttamente sui consumi. L’effetto immediato è sicuramente una diminuzione del deficit. Ma l’economia è un circuito, l’austerità di bilancio frena l’attività e riduce di conseguenza le entrate fiscali. Risultato: il peso del debito pubblico in % del PIL (Prodotto Interno Lordo) continua ad aumentare.

Si presenta quindi una prima correlazione molto chiara: è nei paesi dove l’austerità di bilancio è stata più severa che la relazione debito/PIL si è degradata maggiormente. Olivier Blanchard, capo economista dell’FMI, ha recentemente fatto autocritica, riconoscendo di aver sottovalutato il “moltiplicatore di bilancio” (o all’occorrenza il “divisore di bilancio”) come strumento utile per prevenire l’effetto di una riduzione del deficit sull’attività. Esiste un’ulteriore correlazione, altrettanto netta: è anche nei paesi dove l’austerità di bilancio è stata più severa che il tasso di disoccupazione è il più alto (o con la minore diminuzione).

In prima analisi, si potrebbe concludere che queste politiche sono assurde o opera di ignoranti (illetterati come dice un commentatore anglosassone). Ma, in seconda battuta, bisogna constatare che si tratta di politiche che permettono, per quanto assurdo possa sembrare, un raggiustamento dei margini di profitto delle imprese proprio correlato all’aumento della disoccupazione. Alla fine dei conti, abbiamo un ciclo di austerità di bilancio/disoccupazione/profitto che suggerisce un’altra interpretazione di queste politiche: si tratta di una terapia shock che approfitta della crisi per far passare “riforme” che portano ad una regressione sociale profonda.

 Crescita e capitalismo

Eppure questa terapia shock non è forzatamente valida, nemmeno dal punto di vista degli interessi capitalisti. E siamo al terzo aspetto della nostra analisi: la crescita dei profitti avviene a scapito della crescita. Eppure, come sappiamo, il capitalismo ha bisogno di crescita per garantire la possibilità stessa della creazione di profitto. Ed è proprio questo l’aspetto che nell’attuale congiuntura inquieta maggiormente: il capitalismo europeo appare come il più fragile, potendo contare solamente sui mercati esteri e sulla corsa alla competitività che non fa altro che alimentare la recessione, con la conseguente ulteriore soppressione di posti di lavoro. L’Europa si trova dunque in una crisi a tre livelli: una crisi dei debiti sovrani, una crisi specifica della zona euro e, infine, una crisi occulta di redditività del capitale: sotto i debiti, vi è la questione del profitto.

Una strategia di rottura

Una crisi dunque molto profonda e che richiede risposte e soluzioni radicali, che devono investire due questioni fondamentali: la ripartizione dei redditi e la costruzione europea.

La ripartizione dei redditi deve essere modificata con l’annullamento del debito illegittimo, la riduzione della parte dei redditi finanziari, l’aumento dei salari e la riforma fiscale. E’ l’occasione per creare posti di lavoro attraverso la riduzione dei tempi di lavoro e investimenti pubblici, in particolare nei settori che contribuiscono a scelte ecologiche.

La costruzione europea deve contribuire all’armonizzazione tra paesi con strutture economiche molto differenti, in particolare attraverso l’adozione di bilanci europei che permettano di finanziare fondi di armonizzazione e di garantire una convergenza delle legislazioni fiscali (ad esempio, un’imposta unificata sul capitale) e sociali (ad esempio, un sistema europeo di salari minimi). Un progetto che si scontra frontalmente con gli interessi sociali dominanti che invece alimentano e strutturano una recessione sociale violenta.

È necessario in questo modo fornire prospettive alle lotte di resistenza e delineare strategie di rottura unilaterale con l’Europa neoliberale: il primo scoglio da superare è senza dubbio il divieto imposto attualmente alle banche centrali di finanziare il deficit di bilancio.

*Michel Husson è economista presso l’IRES (Istituto di Ricerca Economica e Sociale). Ha appena pubblicato “Le capitalisme en 10 leçons” (La Decouverte) e “Salaire et competitivité”, in collaborazione con Reginald Savage (Couleur Livres). Questo articolo è apparso sul sito tbf.be il 12 marzo 2013. La traduzione in italiano è stata curata dalla redazione di Solidarietà-Ticino.

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