La necessità delle nazionalizzazioni anche in Piemonte

di Franco Turigliatto

manifestazione-aziende-in-crisi_9_4_13-51642cad16261Alcuni giorni fa i metalmeccanici torinesi sono tornati numerosi in piazza (in molte migliaia) rispondendo all’appello della Fiom: “Rompere il silenzio, no ai licenziamenti”. La riuscita della manifestazione non era scontata perché la grande maggioranza dei partecipanti non si rivede giornalmente in fabbrica ma sono in cassa integrazione. Infatti lo sciopero non era generale dei metalmeccanici, coinvolgeva solo alcune aziende in difficoltà, dove ancora si lavora parzialmente. La gran parte dei partecipanti era di aziende che in questa fase sono del tutto inattive e i tanti striscioni di fabbrica erano lì a dimostrare il precipitare della crisi.
I dati della provincia di Torino sono drammatici: su 406 aziende in difficoltà prese in esame nel 2008, al momento dell’inizio della grande crisi, il 31,7% ha chiuso con una perdita del 25% degli addetti, cioè circa 12.000 posti di lavoro. E sta per piovere sul bagnato perché tra pochi mesi scadrà la cassa integrazione per altri 3.000 lavoratori che rischiano quindi di essere licenziati.
Non meno impressionanti i dati per l’insieme delle categorie su scala regionale anche se i metalmeccanici sono i più falcidiati: 143 milioni le ore di cassa integrazione nel 2012 sommando ordinaria, straordinaria e in deroga; ma la dinamica dei primi due mesi del 2013 mostra un’ulteriore accelerazione, già oltre 22 milioni.
Alla fine del primo bimestre 2013 erano quasi 550 le aziende che stavano ricorrendo alla CIG straordinaria, con circa 37.000 lavoratori coinvolti; ma il dato più drammatico è che, di queste aziende, 78 erano in CIG per procedura concorsuale (cioè per chiusura definitiva per fallimento), 136 per cessazione parziale o totale di attività e 273 per crisi aziendale o di mercato; quindi, anche  molte di queste altre sono avviate verosimilmente alla chiusura definitiva con il conseguente licenziamento dei lavoratori.

Le liste regionali di mobilità già registrano più di 47.000 lavoratori coinvolti, di cui oltre 25.000 nella sola provincia di Torino.

La realtà è che la crisi comprime quasi tutti i comparti a partire naturalmente dall’auto, dove Mirafiori è ormai da due anni quasi inattiva nel settore carrozzerie e dove dal luglio scorso si lavora solo 3 giorni al mese per produrre un solo modello, la Mito.
Coloro che in anni passati hanno sempre sostenuto che l’indotto Fiat era ormai indipendente dalla vecchia casa madre, di fronte agli effetti devastanti che la situazione della Fiat produce sulle aziende della componentistica, avrebbero di chi fare autocritica. Ha ripreso a funzionare solo la vecchia Bertone, rimasta chiusa per oltre 6 anni, oggi stabilimento Fiat dove si produce la Maserati e che ha per ora ripreso solo la metà dei lavoratori originali. Marchionne parla per Torino di un polo del lusso, quasi uno schiaffo e una provocazione di fronte alle decine di migliaia di lavoratori da mesi in CIG, ridotti alla fame, e di fronte ai vecchi stabilimenti nati per produrre l’auto di massa.
E’ evidente che la produzione del polo di lusso non potrà mai compararsi con la dimensione delle vecchie produzioni e tanto meno degli occupati. Un grande punto interrogativo grava quindi su decine di migliaia di lavoratori al di là di un Elkan che dichiara “non licenziamo nessuno”.
Difficile fare attività sindacale in questa condizione, intrattenere rapporti con i lavoratori a casa, o che lavorano tre giorni al mese. Nonostante tutte queste difficoltà anche gli operai di Mirafiori erano presenti numerosi alla manifestazione che ha attraversato il centro della città. Una città che lentamente sprofonda nelle difficoltà e in cui aumenta la povertà e la disperazione dei tanti senza lavoro e senza reddito, senza che l’amministrazione che è largamente responsabile di aver lasciato che le cose andassero in questo modo (vedi il sostegno di Fassino alle scelte della Fiat) voglia e possa intervenire seriamente. Una città che ha risposto molto poco e in cui ognuno viene lasciato solo nelle sue difficoltà.
Un particolare tra i tanti per segnalare la marea che monta: la CGIL ha richiesto l’intervento di specialisti per sostenere psicologicamente i suoi addetti agli sportelli aperti al pubblico per riuscire a reggere e a gestire la disperazione delle persone che si presentano per chiedere aiuto.
In realtà la manifestazione è arrivata tardi; è da tempo che vanno avanti le crisi aziendali e le chiusure della attività di molte aziende e per mesi si è continuato a mobilitarsi fabbrica per fabbrica, vertenza aziendale per vertenza aziendale, ognuno per conto suo senza una capacità di unificare una lotta che all’evidenza non poteva che essere comune per avere qualche speranza di vittoria. Da un passaggio in prefettura, a un incontro con gli enti locali e a un presidio di piazza per chiedere garanzie sul finanziamento degli ammortizzatori e per pietire, in molti casi, semplicemente che si facesse il massimo sforzo per trovare un nuovo compratore, cioè un nuovo padrone per l’azienda in crisi. Così è andata per la ex Pininfarina (oltre mille lavoratori), “venduta” alla famiglia Rossignolo, diventata quindi De Tomaso, la cui nuova dirigenza semplicemente non ha fatto niente se non appropriarsi di fondi europei e delle regioni Piemonte e Toscana, per non parlare di quanto rubato direttamente ai lavoratori. Oggi la De Tomaso ha chiuso i battenti ed è stata dichiarata fallita e il 4 luglio finisce la cassa integrazione e partiranno le lettere di licenziamento.
Non meno simbolico il caso della vecchia Sandretto, un marchio storico e rinomato, 30.000 presse montate in giro per il mondo, acquistata dalla brasiliana Romi che dopo poco tempo ha deciso di chiudere lo stabilimento e licenziare questi lavoratori di grandi professionalità. A dire il vero in questo caso una nuova cordata di compratori si è presentata, ma la Romi ha detto semplicemente : “ Non mi interessa vendere” aggiungendo nello stesso tempo che chiude la fabbrica. Si acquista il marchio e si chiude lo stabilimento dove la produzione era nata e così si ottimizza l’investimento.
O ancora la Berco, un’azienda del gruppo Thissen Krupp che produce cingolati per le macchine movimento terra con circa 2.600 addetti in Italia e uno stabilimento di poco meno di 100 operai in provincia di Torino, lasciata senza direttore da qualche tempo e che quasi ha funzionato in semi autogestione. La casa madre vuole ridurre di 600 posti la manodopera in Italia e chiudere lo stabilimento piemontese, ancorché risulti uno dei più produttivi.
Il dato politico principale emerso nel corso della manifestazione è la forbice esistente tra il ruolo di questa federazione sindacale e i contenuti rivendicativi e programmatici avanzati.
Dal palco si sono infatti avvicendati tantissimi lavoratori per raccontare la storia della loro azienda e per ringraziare con forza la Fiom, l’unica organizzazione che è stata ed è al loro fianco e che prova a difendere il loro diritto a un reddito e a un futuro; nello stesso tempo le proposte e le richieste della direzione della Fiom (“impedire i licenziamenti e traghettare tutti i lavoratori oltre la crisi”) mostrano la corda per la loro genericità ed anche per il loro carattere utopico rispetto alla gravità e natura della crisi.

In prima battuta c’è la richiesta del tutto legittima, al governo, ma anche agli Enti locali, di garantire il finanziamento degli ammortizzatori sociali, cassa integrazione, contratti di solidarietà e l’estensione della cassa integrazione in deroga. Si pone però un problema: nei prossimi mesi e anni entrerà in funzione il nuovo sistema degli ammortizzatori sociali, l’ASPI, che tutto è meno che una garanzia per chi rischia di perdere il posto di lavoro, anzi è fatta proprio per favorire l’ulteriore contrazione occupazionale e il superamento definitivo del sistema della CIG speciale.
Si entra nella nebbia poi quando si chiede “un governo in grado di sostenere e rilanciare il patrimonio industriale del nostro paese”, come precondizione per un’eventuale ripresa del sistema capitalista.
Con questi partiti tutti ferventi credenti nel liberismo, con questa crisi non transitoria e che svolge la funzione di distruggere una parte del capitale e quindi una parte cospicua della manodopera, questa formula politica non porta lontano.
E poi soprattutto di fronte a casi come quello della Romi, della Berco, della De Tomaso prima ricordati, per non parlare naturalmente della Fiat, come si può pensare che ci siano soluzioni che diano una prospettiva chiara e non una generica “nuova politica industriale”, senza rivendicare e chiedere con forza  la nazionalizzazione di quelle fabbriche con il controllo dei lavoratori? Come non richiedere un nuovo intervento pubblico complessivo per rimettere in funzione queste aziende, anche con forti politiche di riconversione produttiva? Come non far diventare questo un tema di cui tutti discutono? Certo chi occupa i ruoli istituzionali non è disponibile a discorsi di questo tipo, ma si tratta di cambiare l’agenda di discussione nel paese e nella società, costruire un movimento di lotta e di opinione su queste rivendicazioni, mostrare la possibilità di un’altra strada e quindi renderla credibile.

Altrimenti continua l’attuale situazione in cui tutto si riduce a discutere di come dare altri soldi agli imprenditori, sperando che qualche briciola ricada sui lavoratori; neanche qualche posto di lavoro in più, mal pagato, ma semplicemente qualche posto di lavoro perso in meno, con quelli che restano pagati peggio. Al massimo si discute di come trovare qualche altra risorsa (magari tagliando servizi) per qualche disponibilità in più per gli ammortizzatori sociali e la disoccupazione scivolando sempre più nel campo della “carità”.
Non si va da nessuna parte se i termini del dibattito e dello scontro restano a questo livello e non si pone in campo una politica economica radicalmente alternativa.
E’ più che mai dall’Ilva di Taranto alla Fiat di Torino, passando per le tante drammatiche vicende che coinvolgono ormai milioni di lavoratrici e lavoratori, che si misura forza e orientamento delle organizzazioni sindacali e politiche che vogliono difendere i lavoratori, ponendosi al livello che la violenza della crisi e le scelte padronali impongono.

Franco Turigliatto

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