La strada comune e discorde di Landini e Camusso verso il patto sociale

No_al_patto_sociale-Sciopero_generaledi Sergio Bellavita (da rete28aprile.it)

La fase di incertezza e paralisi che sembrava prevalere dopo lo choc elettorale si è in realtà rapidamente risolta con un’accelerazione verso un nuovo patto sociale. Non era scontato che fosse questa la direzione. Lo tsunami politico di febbraio rendeva oggettivamente più complicata l’operazione in corso da mesi per l’adesione formale della Cgil al modello neocorporativo voluto da Cisl, PD e padronato. Un’operazione che faceva fulcro attorno all’ipotesi Bersani presidente del consiglio, un rinnovato collateralismo con un Governo a guida PD e quella legislazione di sostegno indispensabile per sopravvivere ad un sindacato che abbandona il modello democratico e vertenziale affermatosi negli anni settanta. (…) Eppure, nonostante proprio il voto abbia dimostrato l’esistenza di uno spazio vasto di malessere, di rabbia che ha punito e umiliato con il voto chi ha praticato e sostenuto l’austerità e il rigore, uno spazio su cui e con cui agire per riaprire la partita sociale dopo la cocente sconfitta subita con la legislazione del governo Monti che ha cancellato l’art.18 e le pensioni da lavoro, la Cgil ha deciso di proseguire, anche senza (per adesso…) il governo collaterale, sulla strada del patto sociale. La Cgil poteva in sostanza rompere con il palazzo o condividerne la sua crisi. Ha scelto di stare con il palazzo, dimostrando, una volta di più, il pesante grado di subordinazione al PD. La ragione di questa scelta non va ricercata tuttavia nell’esito del voto, né nella drammatica congiuntura economica che falcidia ogni giorno salari,occupazione, aziende. Essa è semplicemente la conseguenza di un’adesione sostanziale a tutte le scelte di Governi e padronato che pure a parole si sono contrastate. Da almeno vent’anni a questa parte si sono assunte cioè tutte le compatibilità e le subordinazioni alla propria autonoma iniziativa a difesa di lavoratori e pensionati: quelle del sistema paese, dell’impresa, del mercato, dell’Europa. Persino le violente scelte del governo Monti su diritti e pensioni non hanno indotto la maggioranza dei gruppi dirigenti a dichiarare battaglia per tentare di impedire che il nostro sistema sociale diventasse, come è purtroppo accaduto, uno dei più brutali di quell’Unione Europea per la cui salvezza ci viene chiesto di sacrificare tutto.

La drammatica crisi di progettualità e rappresentanza è ciò che davvero unisce i gruppi dirigenti del centrosinistra politico e quelli della Cgil, il centrosinistra sociale. Il centrosinistra politico ha bisogno di un centrosinistra sociale che accompagni le dure politiche d’austerità ed il centrosinistra sociale ha bisogno di riconquistare quella legittimazione formale d’organizzazione nel sistema corporativo di relazioni, sia con Confindustria che con Cisl e Uil, persa con la scomparsa della concertazione.

La sconfitta delle elezioni politiche del PD è in fondo l’altra faccia della sconfitta sociale della Cgil.

La Confindustria è anch’essa parte di questa crisi. I pesanti colpi di Marchionne e il depauperamento progressivo del sistema industriale hanno costretto i dirigenti della Confindustria ad accettare un sistema che ridimensiona fortemente il ruolo politico e istituzionale della rappresentanza di un padronato che sempre più pensa, anche per l’inconsistenza dell’iniziativa sindacale, che si possa fare a meno di un’organizzazione onerosa e inefficiente. E’ così urgente per Confindustria produrre risultati concrete per le imprese associate.

La stessa Fiom dopo aver abbracciato l’accordo del 28 giugno e abbandonata ogni ipotesi conflittuale contro il modello neocorporativo è estremamente interessata a quanto accade sul terreno interconfederale nei rapporti con Confindustria, Cisl e Uil. E’ evidente che a quel livello si definisce quali saranno i termini del rientro della categoria nel sistema nascente, non dimentichiamolo, frutto degli accordi separati. Lo scontro Landini Camusso è quindi legato al prezzo che la Fiom dovrà pagare per rientrare. Non a caso la segreteria nazionale Fiom cerca di trovare un accordo di categoria con Fim e Uilm prima che si chiuda il cappio di un’intesa confederale che potrebbe essere pesantissima. Per questo obbiettivo ha reso disponibile la reintroduzione del patto di solidarietà nelle elezioni Rsu che regala rappresentanza in via pattizia a Fim e Uilm a prescindere dal voto dei lavoratori, patto disdettato nel 2009 a fronte della rottura sulle politiche contrattuali. Sta lavorando a chiudere i contratti nazionali oggi aperti, accettando in sostanza il modello contrattuale separato del 2009. Così come nel rapporto con Federmeccanica lavora a ridurre giorno dopo giorno le distanze, sia attraverso la contrattazione nei grandi gruppi, sia con una contrattazione tesa a migliorare il contratto separato del 2012 senza metterne in discussione l’applicazione e la legittimità. Così tutta l’agenda sindacale, persino negli appuntamenti calendarizzati, è divenuta variabile dipendente delle diverse trattative in corso.

Tanti interessi divergenti e convergenti spingono tutti i soggetti verso il patto sociale della miseria, come giustamente è stato battezzato da Cremaschi.

Ma su cosa si gioca davvero l’ipotesi di patto sociale? Non certo sulla democrazia nei luoghi di lavoro. Non certo sulla difesa del Contratto nazionale dalle deroghe accolte con l’accordo del 28 giugno 2011. Non nella crescita dei salari, umiliati dalla contrattazione di restituzione in corso e da un modello contrattuale separato, ormai condiviso nella pratica, che impedisce qualsivoglia recupero del potere d’acquisto dei salari. Non certo contro la precarietà, ormai accettata come condizione generale. Non certo nel blocco dei licenziamenti, nemmeno chiesto dalla Cgil, davanti al perdurare di una crisi economica senza precedenti.

Il continuo scambiarsi messaggi in bottiglia dei diversi attori, attraverso gli interventi sulla stampa, le interviste, i convegni, quando non i ripetuti incontri formali ed informali e le ripetute trattative non trattative testimoniano proprio lo stato di estrema agitazione, confusione e fretta che circonda la discussione sul patto. Come sempre tutto è ammorbato dall’utilizzo della “terminologia dell’ovvietà e delle buone intenzioni”: meglio l’unità che il conflitto; chiudere i contenziosi e le rotture; solidarietà; affrontare la crisi;partecipazione; salvare fabbriche e occupazione ecc ecc.

L’obbiettivo dei padroni, del centrosinistra ma anche di parti rilevanti del centrodestra è in realtà uno solo: ricomprendere la Cgil e la Fiom nel nuovo modello neocorporativo.

Farlo in maniera organica in modo da impedire tentennamenti o ambiguità dei gruppi dirigenti sindacali nell’applicazione sociale e contrattuale delle politiche d’austerità. Il patto oggi metterebbe la parola fine su tutto il contenzioso che ha diviso la Cgil da Cisl e Uil e, parimenti, la Fiom da Fim e Uilm nell’ultimo decennio, comprese l’accettazione di tutta la legislazione contro il lavoro. Non è un caso che più nessuno parli di art.18 e pensioni. Con buona pace di chi, sull’art.18, negava la sconfitta e si affidava ad un referendum scomparso nel nulla.

C’è tuttavia, nelle pieghe di una discussione talvolta incomprensibile, il punto vero, l’obbiettivo strategico per il padronato Italiano. Tutto ruota intorno alla cosiddetta esigibilità degli accordi aziendali,un meccanismo per cui sindacati e lavoratori che sottoscrivono un’intesa non possono più scioperare per tutta la durata della stessa. Un meccanismo del tutto simile a quello imposto da Marchionne prima alla Chrysler negli Usa, poi in Fiat in Italia. Sarebbe la cancellazione cioè di ogni potere contrattuale dei lavoratori a favore di quello corporativo di organizzazione e quindi d’azienda, un altro passo del progressivo autoritarismo che sta riducendo giorno dopo giorno i livelli di democrazia sostanziale in questo paese, riscrivendo così la Costituzione e il diritto di sciopero. Non è accettabile lo scambio democrazia per esigibilità. Il voto dei lavoratori, importantissimo, non può essere la foglia di fico o peggio il viatico per la cancellazione del potere sindacale.

Un’ipotesi inquietante.

Su questo punto non v’è alcuna differenza tra i diversi soggetti, alcuna contrarietà emerge. Eppure tutti sanno che questo è un punto imprescindibile in un’ipotesi di patto sociale. Forse è proprio questa la ragione per cui non si solleva alcuna opposizione, in un modo o nell’altro a tutti serve il patto.

Non sappiamo quale potrà essere l’evoluzione della situazione sul terreno politico, aspetto non indifferente in questa vicenda. Il quadro è fortemente instabile e ogni scenario, compreso quello di un nuovo ricorso alle elezioni politiche non è da escludere. Tuttavia saranno solo i tempi a poter variare, non certo l’esito nefasto senza una mobilitazione sociale straordinaria che dica in maniera netta e inequivocabile No al patto sociale. A partire dalla costruzione di una piattaforma generale del mondo del lavoro e del non lavoro, unificante, capace di parlare davvero alla condizione concreta degli uomini e delle donne, non quella ipocrita rappresentata nei convegni che rimuove quanto è accaduto negli ultimi anni, che parte esattamente dai bisogni. I bisogni, quelli negati e quelli da ri-conquistare, devono tornare al centro dell’iniziativa. Questo è il compito a cui siamo chiamati, senza indugio alcuno.