Elezione del presidente, un’occasione sprecata

di Antonio Moscato

bersani_napolitanoNon ho commentato lo squallido spettacolo del voto per il presidente della repubblica, un po’ perché non riesco ad appassionarmi alla questione: con questa repubblica, nessuno, neanche il migliore dei candidati potrebbe cambiare davvero le cose. D’altra parte ci si è appassionati per un nome o per l’altro, senza che si sia mai discusso dei compiti, dei programmi. Quando i 160 deputati e senatori del M5S hanno scoperto finalmente la possibilità di far politica e di incidere sulle contraddizioni del PD, lo hanno fatto proponendo al PD dei candidati accettabili: hanno scelto (sia pure in modo non limpidissimo, dato che hanno evitato di comunicare i voti raccolti da ciascuno) quasi tutte persone per bene, ma senza la minima caratterizzazione di classe.

Rodotà ad esempio è un buon democratico, infastidito dalle trattative suicide di Bersani, ma non in nome di un’altra linea, e non a caso ha potuto essere presidente del PDS, che era un partito un po’ meno caotico, ma non più decente del PD. Prima di lui erano emerse nella lista due persone degne, l’una come giornalista davvero indipendente e capace di non farsi intimidire dalle querele, l’altro come chirurgo di guerra che agli occhi di una destra troglodita ha la “colpa” di non domandare al ferito prima di operarlo da che parte combatteva. Ma sia Milena Gabanelli, sia Gino Strada hanno coerentemente declinato sapendo bene di non avere le forze per fare qualcosa di utile anche in quel mondo politico istituzionale italiano che appare simile a una gabbia piena di serpenti, jene e sciacalli e altre belve.

Meno comprensibile che nella rosa di nomi del M5S ci fossero anche due persone tutt’altro che rispettabili come la Bonino e Prodi, ma è una prova in più che questo nuovo movimento è assai vicino a quel “popolo della sinistra” che finora ha continuato a ripetere sciocchezze sui “grillini complici della destra”. La Bonino è esponente di una destra cinica e filoimperialista, ma come rimproverare a dei dilettanti della politica di aver creduto ai miti sparsi sulla sua figura dai leader del centrosinistra che l’hanno più volte candidata? Per Prodi, il discorso è più o meno analogo. Oltre ad apparire “al di sopra delle parti” solo perché un paio di volte è stato defenestrato da una congiura di palazzo partita dall’interno del suo stesso schieramento, e si è per un po’ defilato, è soprattutto l’uomo che ha smantellato l’industria di Stato, regalandone i pezzi migliori a prezzi di svendita ai privati, come nel caso clamoroso dell’Alfa Romeo. E il suo governo ha continuato gli impegni nelle guerre imperialiste in Medio Oriente, continuato con la corsa agli armamenti, introdotto forme di lavoro precarie.

Naturalmente la scelta di questi candidati presidenti, insieme ad altri, in genere magistrati, alcuni rispettabili come Imposimato, e altri come Caselli, che sono invece assai sensibili alle lusinghe del potere, quando si tratta di grandi affari come la TAV, conferma l’assurdità di catalogare il M5S come di destra. I suoi candidati sono tutti più o meno di sinistra o almeno considerati tali, ma la questione è che nessuno di loro è davvero alternativo al sistema politico e sociale esistente. In questo l’operazione di Grillo di puntare sulle contraddizioni del PD, non è solo tardiva ma ha il difetto di mettere al centro solo questioni “sovrastrutturali”: il conflitto di interessi o l’ineleggibilità di Berlusconi, come se si trattasse di una contestazione “girotondina” più grande, ma della stessa natura, mentre non ci sono proposte che affrontino i problemi tragici della distruzione di milioni di posti di lavoro, e tantomeno una proposta per rilanciare un sindacalismo di classe. È di sinistra, ma inadeguato come il PD…

Ho già commentato a suo tempo l’uscita infelice di Grillo a Brindisi sulla soppressione dei sindacati perché “vecchi come i partiti” (sbagliata perché, come i partiti, anche i sindacati sono degenerati e sono diventati un’altra cosa “nuova”, ma che non serve a niente), che era aggravata dalla toppa peggiore del buco: si faceva eccezione per la FIOM e un imprecisato “Cobas” :Quale? Ce ne sono diversi, alcuni molti settari e quindi poco utili alla ricostruzione di un vero sindacato di classe; quanto alla FIOM, sono fondati i dubbi sulla sua capacità di reggere alle pressioni della direzione della CGIL e alle difficoltà dei compiti… Ne abbiamo parlato più volte, e anche oggi lo ha fatto Sergio Bellavita: Landini e Camusso verso il patto sociale

Credo che questa situazione fa sentire la necessità di costruire uno strumento che serva a contrastare la totale frammentazione delle forze, e a dare vita a una iniziativa unitaria capace di nuova efficacia sociale, di cui abbiamo dato notizia con speranza. Uno strumento che possa porsi anche il problema di una tattica nei confronti degli elettori (e degli stessi eletti) del M5S. Non è possibile che una grande forza che ha un quarto della rappresentanza parlamentare continui a stuzzicare il PD con polemiche marginali che riguardano solo i rimborsi e gli inciuci, senza attaccarne l’inadeguatezza totale rispetto ai problemi dell’occupazione e della difesa dei salari. Non aiuta liquidare in modo preconcetto l’idea stessa di partito, in quanto tale, tanto più se in pratica, a parte alcune trovate propagandistiche e terminologiche, si funziona più o meno nello stesso modo. I frammenti della vecchia sinistra raggruppatisi confusamente intorno alla debolissima candidatura di Ingroia (ancora una volta un magistrato…) non sono stati capaci di assolvere a questo compito, e hanno considerato il fenomeno Grillo solo come un concorrente fastidioso, oltre a dare un pessimo esempio di democrazia nei criteri di formazione delle liste e di rimaneggiamento continuo dei programmi…

È uno dei compiti urgenti che invece si porranno di fronte ai compagni raccolti intorno alla proposta: Costruire un movimento politico anticapitalista e libertario che a differenza di “Rivoluzione civile” e altri tentativi analoghi ha il vantaggio di non essere una proposta elettorale…

Antonio Moscato

Postilla

Avevo finito questo articoletto da ieri, ma avevo aspettato a pubblicarlo per la possibilità di qualche sorpresa nella quarta votazione. Una vera sorpresa non c’è stata, anche se la rapidità del processo di decomposizione del PD e dell’intero ceto politico si è accelerata. La crisi che ha bruciato due candidati “forti” (almeno sulla carta), un Franco Marini che aveva il solo merito di essere stato scelto da Berlusconi, e un Romano Prodi accettato all’unanimità da un assemblea mattutina e non votato in aula da almeno cento grandi elettori del PD, non si spiega solo con l’incapacità del segretario, ma con un inconfessabile timore di una linea che potesse portare a un conflitto con il centro destra con il rischio di elezioni ravvicinate. C’entra poco la questione delle origini democristiane o “comuniste”: quelli che non hanno votato disciplinatamente sono tanti e provenienti da ogni parte. In comune hanno solo il timore di non essere rieletti, e l’abitudine a mentire sempre. Neppure per un momento hanno pensato di votare insieme ai grillini una persona perbene come Rodotà, sanno che provocando il caos, riusciranno a far passare una linea oggi indigeribile a buona parte del loro elettorato, quella di un “governo di tutti”, cioè con Berlusconi e la Santanché. Che naturalmente gongolano, hanno attirato il PD in una trappola, e ora riprendono l’iniziativa, facilitati dal fatto che di personaggi infami da riproporre al PD, anche pescati al suo interno come Giuliano Amato, ne hanno molti, moltissimi. E hanno dalla loro la moral suasion di Napolitano (che la userà anche quando sarà sostituito al Quirinale), e quella della cosiddetta Europa, cioè dei banchieri e finanzieri, a partire da Draghi, che ripetono ogni istante che “i mercati” esigono un governo stabile ( e amico…). Per non parlare degli editorialisti dei grandi quotidiani, che vedono come unica salvezza per il PD il suicidio definitivo…

La maggior parte dei deputati vivono alla giornata, quindi si accontenterebbero di finire la legislatura, magari tra i fischi e le monetine o i bulloni tirati dalla loro base. Pensare a qualcosa di diverso sembra impossibile a un partito che ha praticato da sempre gli accordi più o meno segreti con l’avversario. Ma non solo dal 1994, come ha sostenuto Marco Travaglio in una efficace panoramica su “il Fatto quotidiano”: la storia del PCI è tutta intessuta, dal 1944 in poi, di frasi roboanti che coprivano accordi che calpestavano le aspirazioni e gli interessi della sua base sociale. Per anni aveva funzionato come collante il mito dell’URSS, che era riuscito a far ingoiare rospi giganteschi alla parte meno politicizzata della classe operaia, i guai sono cominciati quando è apparso evidente che non funzionava più, e si è cominciato a cercare a tentoni, sotto la guida di Berlinguer, e la supervisione di Napolitano, altri riferimenti, magari “l’ombrello protettivo della NATO”…

Ne ho parlato a lungo, in scritti che ora sono sul sito  Movimento operaio (ne cito uno solo: Il PCI al bivio, anche se ce ne sono parecchi altri che possono essere utili, come Il PCI al governo. 1944-1977), ma ricominciamo a discuterne nella sinistra, o prevarranno spiegazioni inconsistenti, che attribuiranno tutti i guai del PD solo alla stupidità del suo ultimo segretario, o viceversa a un inspiegabile “tradimento” di un quarto dei deputati, come fa Pierluigi Bersani, o magari al “destino cinico e baro”. Tutto meno che una spiegazione materialistica del penoso naufragio di una zattera costruita con i resti di altri naufragi.

(a.m. 20/4/13)

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