FRIULI VENEZIA GIULIA: UN VOTO ALL’INSEGNA DEL BIPOLARISMO

elezioni-regionalidi Marco Nicolai

Il primo dato da sottolineare nelle elezioni regionali del Friuli Venezia Giulia, svoltesi il 21 e 22 aprile, è stato il forte calo dell’affluenza rispetto alle ultime tornate. L’astensione quasi al 50% costituisce un vero e proprio record per un territorio che si era sempre distinto per una più o meno costante partecipazione dei cittadini agli appuntamenti elettorali (basti ricordare il 72,33% di affluenza alle regionali del 2008 e il 77,19 % alle elezioni nazionali di appena due mesi e mezzo fa, per quel che concerne la Camera dei Deputati). Certo, il mancato accorpamento delle elezioni nazionali a quelle amministrative può aver pesato in tal senso, tenendo conto, oltretutto, del quadro di stallo politico-istituzionale in cui si sono svolte queste ultime. Ma il dato ci parla anche di una complessiva sfiducia verso la classe politica regionale (da cui non si sottrae neppure il M5S che passa, per quanto concerne i voti di lista, dal 27% circa delle politiche di febbraio al 13,7% attuale), in una regione dove ormai da tempo le ricette neoliberiste, portate aventi sia dal centrosinistra che dal centrodestra e concretizzatesi in razionalizzazioni e privatizzazioni dei servizi, scelte impopolari e nocive sul versante ambientale, nonché progressive, indisturbate delocalizzazioni delle fabbriche verso il più conveniente e vicino “Est Europa”, non hanno fatto che peggiorare le condizioni di vita della popolazione, acuire l’impoverimento dei lavoratori e accelerare la “proletarizzazione” di quella piccola e media borghesia che aveva costituito nell’immaginario nazionale il “miracolo” del produttivo nord-est.

Il risultato ha portato, al di là delle percentuali, ad un calo dei voti in termini assoluti dei partiti rispetto alle precedenti elezioni regionali ( il PD perde più di 62 mila voti rispetto alle regionali del 2008, più di centomila il PDL). Come spesso accade in questi casi, l’ha avuta vinta il candidato che più ha saputo tenere i propri consensi (soprattutto personali, come si vedrà), o meglio, che ha saputo perderne meno, ed è riuscito ad approfittare della frammentazione altrui. L’”effetto novità” e una indubitabile freschezza comunicativa hanno fatto il resto, così per poco più di duemila voti di preferenza la giovane e nota candidata del centrosinistra Debora Serracchiani è stata eletta Presidente della Regione (con il 39,39% contro il 39% dello sfidante di centrodestra Renzo Tondo). Da non trascurare, oltre la stretta misura della sua vittoria, l’influenza che su di essa ha avuto il 2,4% ottenuto dal candidato Franco Bandelli, a capo della lista autonoma “Un’altra regione”, ma proveniente dalle fila del centrodestra: di sicuro, questa candidatura ha distolto una quantità decisiva di voti dal candidato Tondo, il quale comunque, essendo il Presidente uscente, partiva, almeno ufficialmente, avvantaggiato. Va inoltre ricordata l’assenza totale di una formazione elettorale a sinistra del PD, e da esso autonoma: la lista della Federazione della Sinistra è stata infatti esclusa dalla competizione per una formale inadempienza rilevata al momento della sua presentazione. Sicuramente, la presenza di questo ulteriore contendente avrebbe potuto erodere dei voti decisivi alla candidata del centrosinistra, dato che il PRC e il PDCI intendevano correre con un proprio candidato presidente (il medico Marino Andolina), ma ciò che pesa di più a riguardo è l’insufficienza di una presenza politica sostanziale, più che elettorale, della sinistra alternativa sul territorio, che possa unirsi efficacemente in una opposizione comune alle politiche filocapitaliste nelle sue declinazioni locali, argomento sul quale occorrerà soffermarsi al termine di questo resoconto.

Un’ulteriore analisi su cui vale la pena di soffermarsi riguarda il rapporto, per certi versi singolare, tra i voti di lista e le preferenze personali date ai singoli candidati Presidenti. Nel sistema elettorale regionale, infatti, è possibile esprimere il voto per il solo candidato o per la sola lista o per entrambi, ma anche operare un voto “disgiunto”, esprimendo un voto sul nome di un candidato Presidente e tracciando contestualmente la croce per una lista avversaria. Alla luce di ciò, risulta abbastanza peculiare il fatto che vi sia una coincidenza tra la percentuale di voti date alle liste di centrosinistra e quelli raccolti complessivamente da Serracchiani (rispettivamente 38,95% e 39,39%), e che lo stesso non si possa affermare per Tondo, il quale ha raccolto un numero nettamente inferiore di voti al suo nome rispetto a quelli dati alle liste che lo sostenevano (rispettivamente, 39% e 45,23%, dato, quest’ultimo, superiore a quello delle liste di centrosinistra). Serracchiani, quindi, è riuscita a prevalere sul Presidente uscente grazie al consenso alla sua persona, nonostante la prevalenza degli avversari sul piano dei voti di lista.

Per quel che riguarda il M5S, il suo candidato, Saverio Galluccio, raccoglie il 19,21% dei voti sul proprio nome, contro il 13,75% dei voti totalizzato dalla lista di riferimento. Ciò evidenzia, in primo luogo, un forte calo di questa formazione politica in Friuli Venezia Giulia rispetto al voto delle recenti elezioni nazionali (quasi 14 punti percentuali in meno), dato più volte sottolineato dai media in questi giorni, e abbastanza sorprendente rispetto alle aspettative espresse dagli tessi esponenti del movimento, Grillo in primis. In seconda battuta, balza agli occhi come questa discrasia tra voto al candidato Presidente e voti di lista sia quasi esattamente inversa e speculare rispetto a quella del centrodestra regionale. Alla luce di queste considerazioni, pur non disponendo di dati sui flussi elettorali, non si può escludere che una parte di elettori che hanno espresso il proprio consenso al candidato Presidente del M5S abbiano optato, oltre che per il voto al solo candidato, per il voto disgiunto, orientandosi, in quest’ultimo caso, verso le liste del centrodestra. Se questa ipotesi fosse confermata, sarebbe un ulteriore segnale delle caratteristiche complesse ed eterogenee (comunque, non sempre radicali o “radicalizzate”) che caratterizzano il M5S anche nel suo corpo elettorale, e lascerebbe intendere che una parte del notevole consenso raccolto nella tornata elettorale di febbraio possa provenire proprio da elettori di destra “delusi”, ora in fase di ri-posizionamento.

In ogni caso, da questo capitolo elettorale, per quanto parziale, ci pare si possano trarre due conclusioni.

La prima, è che i dati evidenziati, ossia la disaffezione dell’elettorato, la personalizzazione del voto e la concentrazione degli schieramenti, segnano un ritorno ad un rigido sistema bipolare, con una forte penalizzazione delle liste autonome che desiderino muoversi al di fuori di questi schemi. Da notare, a proposito, come in questo caso fosse assente anche un vero e proprio schieramento di centro, avendo scelto l’UDC di compattarsi con il centrodestra di Tondo.

La seconda, che ci interessa direttamente come forza politica d’alternativa, è l’insufficienza di una campagna che si concentri sul solo attacco alla “politica” generalmente intesa, senza un riferimento alla connotazione classista che la permea nelle singole e concrete misure economiche e sociali verso cui si orienta, e il fallimento di queste stesse misure da chiunque messe in atto. Il successo di misura di Debora Serracchiani (spesso critica, peraltro, con il gruppo dirigente nazionale del suo partito) pur portando un certo sollievo al PD in un momento particolarmente drammatico della sua storia, non vale a dissolvere la crisi che lo attanaglia, che investe in primo luogo la progettualità politica e l’incapacità di sganciarsi dai dogmi neoliberisti.

In questo senso, rimane più che mai attuale il nostro appello, già espresso assieme ad altre forze politiche regionali prima delle elezioni, per ricostruire un fronte di resistenza alle politiche di massacro sociale portate avanti sinora e che si protrarranno in futuro, ripartendo dalle lotte sociali sui territori.

 

Gorizia 28.04.2013

 

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