Giuramento di sangue

Enrico Letta

Enrico Letta

di Francesco Locantore

Questa mattina si sono sovrapposti due fatti che segneranno il clima politico della prossima fase. Il giuramento del nuovo governo, presieduto da Enrico Letta e una sparatoria davanti a palazzo Chigi, nel pieno centro di Roma, proprio davanti al palazzo del governo.

I primi commenti su quello che viene chiamato “attentato” (ma a chi?) colpevolizzano chi in questi giorni si è opposto all’inciucio politico istituzionale tra centrodestra e centrosinistra. La destra fascista di Alemanno, La Russa e Gasparri non ha tardato ad ascrivere l’episodio al clima di intolleranza contro il ceto politico che è stato montato in questo ultimo periodo in particolare dal Movimento 5 Stelle. Il presidente del Senato Pietro Grasso è stato chiaro sulle implicazioni politiche: occorre “mantenere la calma e avviare un periodo di coesione sociale”.

Mentre i giornalisti si buttano sulla vicenda ansiosi di capire se si tratta del gesto di un disperato o di un folle (o di un folle disperato?), ci sembra invece utile capire a chi giova un gesto del genere e quali funesti sviluppi annuncia?

Per capirlo basta spostare l’attenzione all’altro fatto del giorno, avvenuto a pochi metri dalla sparatoria: il giuramento del governo Letta. Quello che nasce oggi è un governo antipopolare, nel segno dell’accordo politico non più mascherato dai “tecnici” tra centrodestra berlusconiano e il centrosinistra egemonizzato dal Partito Democratico (SEL promette una “opposizione responsabile”, cioè complice della macelleria sociale che questo governo è chiamato a fare). Con buona pace degli elettori chiamati a votare per mandare a casa il Caimano Berlusconi una volta per tutte, ancora una volta illusi dalla retorica pre-elettorale dei dirigenti e candidati del PD.

E’ un governo antipopolare anche perché risponde alle domande confuse di rinnovamento politico che si sono espresse in questa stagione, con l’asserragliamento dei partiti politici che hanno già sostenuto il governo Monti e che sono usciti sconfitti dalle elezioni, in una nuova alleanza esattamente degli stessi soggetti.

Questo governo sa insomma di non godere del favore della pubblica opinione (altra cosa è l’opinione pubblica ufficiale delle grandi testate giornalistiche, controllate direttamente o indirettamente dai partiti di governo e dagli imprenditori a loro vicini) sin dalla nascita, e tanto meno di poterselo conquistare allargando i cordoni della borsa e distribuendo prebende in modo da ammorbidire la caduta inesorabile dell’economia italiana. La politica economia e sociale di questo governo, come abbiamo avuto modo di sottolineare in diverse occasioni, è già scritta nelle norme internazionali del fiscal compact, nel Six Pack e nel Two Pack (leggi anche l’articolo di Turigliatto del 22 febbraio), nella riforma costituzionale dell’articolo 81 che prevede l’obbligo del pareggio di bilancio.

Il governo Letta è l’espressione di un tentativo della borghesia italiana di fare quadrato per far fronte alla crisi, scaricandone ancora di più i costi sulle lavoratrici e i lavoratori, ed in generale sui settori sociali più deboli. A nulla valgono le operazioni di maquillage tentate con l’inserimento in alcuni ministeri poco significativi di giovani donne non legate agli interessi forti (pensiamo alla ministra per l’integrazione e a quella per lo sport). Il neoministro dell’economia Saccomanni, già direttore generale della Banca d’Italia, si è espresso chiaramente per ulteriori tagli alla spesa pubblica, in modo da non dover aumentare la pressione fiscale (sui più ricchi), e magari alleggerirla come ha promesso Berlusconi in campagna elettorale. Gli altri esponenti nei posti chiave del governo segnalano la continuità di indirizzo politico con l’esecutivo uscente: Alfano all’Interno (e vicepremier), la guerrafondaia Emma Bonino agli Esteri, la ministra dell’Interno uscente Cancellieri, riconfermata ma alla Giustizia, Lupi alle infrastrutture, il “saggio” scelto da Napolitano, Enrico Giovannini, già presidente dell’Istat, al Lavoro, Maria Chiara Carrozza, rettrice di una università di eccellenza (come già lo era Profumo), all’Istruzione, Lorenzin (PDL) alla Salute, Moavero Milanesi riconfermato agli Affari Europei.

Questo governo avrà bisogno di comprimere gli spazi di democrazia e le manifestazioni di dissenso, a cominciare dai mal di pancia interni della “responsabile” opposizione di SEL e della timida nuova sinistra PD di Barca (in realtà ben più decise sono state le operazioni politiche da destra di D’Alema & co. durante l’elezione del Capo dello Stato,  leggi l’articolo di Andrea Martini). Ma soprattutto occorre prevenire l’insorgenza di un movimento di massa contro le politiche dell’austerità imposte dall’Unione Europea.

Qui arriviamo alla risposta al quesito posto sopra: a chi giova l’episodio di piazza Colonna? Viene alla mente un episodio parallelo della storia italiana recente, quando il 16 marzo del 1978 fu rapito Aldo Moro nel centro di Roma, e poche ore dopo veniva votata la fiducia ad un esecutivo “di unità nazionale”, con il voto favorevole del PCI, in un clima in cui chiunque osava criticare l’operato del manovratore era accusato di fare il gioco delle Brigate Rosse. Oggi non è esattamente la stessa cosa, ma quello che è sicuro è che la borghesia che conta in Italia si prepara a far passare ulteriori misure antipopolari nonostante la sua classe politica non rappresenti che una minoranza esigua dell’elettorato. Il richiamo alla pace sociale e alla coesione di Grasso è significativo in questo senso.

Per parte nostra non ci faremo intimorire dalle parole di Grasso e andremo avanti nella costruzione di un movimento di massa anticapitalista e libertario, oggi più che mai necessario per rispondere in modo adeguato all’attacco della borghesia europea ai salari e ai diritti sociali e democratici.

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