Le piazze del I maggio e il governo dell’austerità

20130501_caos-napolidi Franco Turigliatto

Le piazze e le manifestazioni del primo maggio sono state una fotografia crudele delle grandi difficoltà e dei tentativi parziali di resistenza del movimento dei lavoratori all’aggressione violenta della borghesia italiana ed europea. Le immagini di Torino, Taranto, Napoli, Milano, Perugia e infine Roma sono simboli plastici di questa giornata.

Infatti dopo anni di politiche di austerità condotte dai diversi governi sotto l’impulso delle troika europea e della banche, oggi le condizioni di lavoro, di salario, di diritti, della classe lavoratrice sono tornati indietro di 60 anni. Solo che negli anni cinquanta si era dentro la fase espansiva del capitalismo che stava creando condizioni obbiettive favorevoli per una ripresa del movimento sindacale; oggi ci troviamo di fronte a una crisi devastante del sistema capitalista in cui la borghesia in Europa ha come primo obbiettivo quello di costruire una vasto esercito industriale di riserva per garantire adeguate condizioni di sfruttamento per il capitale e per la sua valorizzazione.

I dati italiani sono impressionanti: 3 milioni di disoccupati, il 38,5% dei giovani senza lavoro, centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici in cassa integrazione, centinaia di aziende che hanno già chiuso e altre centinaia che lo faranno quest’anno, nove milioni di poveri, 2 milioni che rinunciano alle cure sanitarie e dato sottostante, di una crudeltà mostruosa, la richiesta di cure dentistiche per i bambini è crollata del 40%. L’impianto pubblico della sanità, dell’assistenza, della scuola, del sistema previdenziale viene progressivamente rimesso in discussione nel quadro della generale privatizzazione dei servizi.

Di fronte allo tsunami che monta e alla corsa verso il precipizio greco, dai palchi dei comizi del I maggio i dirigenti delle grandi organizzazioni sindacali avrebbero dovuto avanzare un programma di obbiettivi concreti e radicali e una vera e propria strategia di lotta e mobilitazione a medio termine per imporli e per modificare i rapporti di forza e soprattutto anche dare una speranza di cambiamento che fosse elemento mobilitante e riunificante le classi subalterne.

Naturalmente questa nuova strategia di difesa e di riconquista non poteva venire da quei dirigenti che sono tra i principali responsabili dello stato del movimento dei lavoratori avendo rinunciato a costruire la resistenza contro il massacro sociale, totalmente subordinati da anni a governi e padroni e che quindi si sono limitati a una insopportabile retorica sul dramma della disoccupazione e di generiche e inutili appelli al nuovo governo. Ma hanno fatto anche di peggio, proprio alla vigilia del I maggio, hanno ritrovato una profonda unità intorno al progetto di un nuovo accordo con la Confindustria che introduce il famigerato metodo Marchionne in tutti i luoghi di lavoro, che distrugge definitivamente i contratti nazionali di lavoro, che garantisce maggior sfruttamento dei lavoratori, che riduce il diritto di sciopero, che nega rappresentanza e diritti di lotta per quei settori sindacali di classe e di lavoratrici e lavoratori che non vogliono rassegnarsi alla brutalità padronale.

In cambio di che cosa? Del loro monopolio della rappresentanza e della preservazione del loro ruolo e privilegi di apparato burocratico e parassitario. E perché non ci fossero dubbi nel ristretto consesso del loro direttivo l’unico sindacalista che vi si opponeva è stato ”gentilmente” messo a tacere ed allontanato dalla riunione. Per questa via si realizza dunque il governissimo sindacale e, di fronte ai timori che infine nasca e si sviluppi una nuova ribellione dei lavoratori, la messa in opera di strumenti normativi e repressivi, volta a impedirla e contrastarla.

Difficilissima, in questo contesto l’azione, certo generosa, ma inevitabilmente limitata, dei sindacati di base, dei settori della Cgil che vogliono mantenere una posizione di classe, e naturalmente dei settori di lavoratori in lotta; proprio per questo devono però ricevere la massima solidarietà e sostegno.

Nel frattempo è nato il governissimo politico (vedi l’articolo Giuramento di sangue) in totale continuità con quello “tecnico” precedente perché sostenuto dagli stessi partiti, il Pd, il Pdl, i montiani e che si regge sugli stessi assi programmatici.

Le differenze sono sostanzialmente quattro:

  • un tentativo di maquillage con qualche ministro più giovane e una composizione femminile meno indecente del solito, che non può nascondere che i posti decisivi sono nelle mani di persone che rappresentano i poteri forti;
  • l’uso a piene mani della vecchia ipocrisia democristiana, del linguaggio generico, indefinito e delle vaghe promesse, invece della crudele concretezza verbale capitalista del duo Monti-Fornero;
  • la totale “scopertura” del PD “obbligato” ad allearsi apertamente col PDL e costretto a una difficile operazione di convincimento di militanti ed elettori che avevano sperato in una alternativa, che non c’è altra soluzione se non baciare il rospo e ingoiare i rospi;
  • infine il quarto elemento, fondamentale, che tutti i giornali hanno sottolineato; non solo Berlusconi è rimesso in sella, ma dispone della golden share di questo governo ed è in condizione di dettare legge ed anche i tempi delle prossime elezioni, per non parlare delle evidenti assicurazioni che ha portato a casa per le sue note vicende processuali.

La presentazione del programma di governo del neopresidente Letta passerà alla storia come un monumento di retorica vuota ed ipocrita che ha raggiunto il suo apice nella parte dedicata ai giovani e al lavoro conclusa con tre vergognose proposte filopadronali: la liberalizzazione delle assunzioni a termine, la riduzione della fiscalità per i padroni che fanno assunzioni a tempo indeterminato, la riduzione del costo del lavoro. Oltre ad essere misure per i capitalisti e non per i giovani lavoratori, queste tre misure erano già state avviate sotto varia forma dai precedenti governi, ma non hanno dato e non daranno nessun risultato per il semplice motivo che nessun capitalista, se non ha prospettive di mercato, assume in qualsiasi forma; questa è la realtà odierna.

Letta si è ben guardato dal dire che questa situazione di disoccupazione e precarietà è il frutto della crisi capitalistica e delle leggi di liberalizzazione del mercato del lavoro e che per dare speranza di lavoro e di futuro a giovani e meno giovani esse andrebbero abrogate.

Letta si è poi tenuto lontano del parlare dei vincoli europei, del fiscal compact, cioè di tutto il sistema politico, economico normativo ed istituzionale che presiede e che impone le politiche di austerità. Costoro le danno per scontate. In realtà appena finita la discussione parlamentare Letta è volato in Europa dai suoi omologhi per confermare che l’Italia proseguirà nella strada del rigore, cioè nel rispetto di questi vincoli giocando falsamente con frasi del tipo “risanamento dei conti, ma anche sviluppo”, frase che non significa niente se non produrre nebbia.

In realtà quello che stanno discutendo è solo e soltanto di un eventuale allentamento dei tempi attraverso cui gli obbiettivi finanziari del fiscal compact devono essere raggiunti.

Le politiche di austerità non vengono di certo abbandonate e neppure ridotte; la discussione è solo se concedere a qualche paese verrebbe solo spalmata su due anni in più nel tentativo di evitare shock troppo forti e possibili ribellioni delle classi popolari.

Per cui l’unica “proposta nuova” del governo Letta è di trovare qualche soldo in più non per un risarcimento sociale per le classi subalterne, ma solo per distribuire ai più diseredati, che il sistema continuerà a produrre, qualche elemosina e di contenere un poco il disagio, al fine sempre di evitare movimenti sociali ampi, e, come sottolineano, “violenti”.

Per altro Letta non ha spiegato dove dovrebbe trovare i soldi per l’abolizione o riduzione dell’IMU e per sostenere le famiglie disagiate. Non poteva dire che queste misure, non volendo prendere alle classi possidenti, dovrebbero passare ancora una volta attraverso il taglio della spesa pubblica, cioè dei servizi e la riduzione delle agevolazioni fiscali ancora esistenti per i lavoratori.

I governanti europei hanno ricordato a Letta che i “conti vanno risanati” e l’Ocse è intervenuto a piedi giunti a ribadire che l’Italia deve ridurre il deficit, cioè garantire le rendite finanziarie e che la crisi nel nostro paese proseguirà nel 12013 in forme ancora più acute con una ulteriore caduta del PIL dell’1,5%.

Infine nel suo programma Letta si è esposto anche su due altre questioni che vanno in un senso fortemente antidemocratico: una riforma istituzionale in senso semipresidenzialista, di ulteriore rafforzamento nell’esecutivo e l’istituzione di una mostruosità, la cosiddetta Convenzione (ricorda molto la costituente di Dalema) che dovrebbe presiedere al varo delle proposte di controriforma della costituzione. Si vuole far corrispondere la lettera dello statuto alle pratiche concrete che già ne hanno stravolto lo spirito.

Le vicende della formazione del governo mi portano a una conclusione del tutto logica a facilmente leggibile nelle dinamiche dello scontro politico e sociale a cui avevo già fatto riferimento in un mio precedente articolo. Il risultato elettorale ha complicato un poco i disegni e la formazione del governo che la borghesia voleva, ma solo un poco; questa ha preso atto del voto, del risultato dei grillini, del fatto che Berlusconi manteneva forza elettorale e sociale ed ha agito di conseguenza attraverso diversi strumenti compreso quello della Presidenza della Repubblica. I tentativi di parziale autonomia di Bersani sono stati bloccati, votazioni sorprendenti sono avvenute per l’elezione del presidente della Repubblica, molte altre vicende si sono di certo realizzate dietro le quinte, per cui la marcia verso il governo di coalizione si è poi rapidamente conclusa: E’ la soluzione a cui il padronato ricorre quando si crea un impasse nel gioco dell’alternanza borghese.

Conclusione: le difficoltà della borghesia sono state superate ed anzi questa è riuscita a fare ulteriori passi avanti in senso autoritario e verticista a gestire a suo vantaggio i rigetto della casta verso forme di governo e istituzionali ancora più elitarie.

Coloro che avevano sperato che il voto a Grillo e il suo successo elettorale facessero saltare tanti equilibri, ha ora ragione a ricredersi. Per altro questa formazione e il suo leader, se è stato forte nel recuperare qua e là, in ogni dove a sinistra e nei movimento, singole parole d’ordine, tanto debole risulta per quanto riguarda un progetto complessivo realmente alternativo sul piano sociale ed economico, ma soprattutto appare impossibilitato anche solo a prospettare lo strumento decisivo per mettere delle zeppe negli ingranaggi del potere borghese, cioè la mobilitazione di massa e l’autoorganizzaione delle lavoratrici e dei lavoratori. Ma questo non è il suo orizzonte.

Ma è proprio questa la strada che la classe lavoratrice dovrebbe imboccare rapidamente, quella della mobilitazione per imporre i suoi obbiettivi di lavoro, di reddito, di eguaglianza e giustizia sociale, di difesa di scuola e sanità pubbliche di qualità. Anche perché ogni sacrificio che è richiesto non serve per dare lavoro ai giovani o per migliorare la vita delle donne o dei pensionati, ma per garantire le rendite finanziarie e i profitti dei padroni; così nel pieno della crisi i ricchi sono ancora più ricchi.

Vogliamo quindi riproporre al termine di questo articolo alcuni obbiettivi che se pure in termini parziali, e molte volte separatamente uno dagli altri, sono comparsi nelle piazze del primo maggio e su cui dobbiamo cercare di lavorare con il più ampio schieramento sociale sindacale e politico:

Per difendere il lavoro e l’occupazione e contrastare la precarietà:

  • la ripartizione del lavoro esistente tra tutti quelli che ne hanno bisogno (riduzione dell’orario a parità di salario)
  • la nazionalizzazione delle aziende che chiudono e, licenziano, il controllo e l’autogestione dei lavoratori e un nuovo intervento pubblico per creare lavoro buono ed utile alla collettività e all’ambiente.
  • l’abrogazione delle leggi che legittimano la precarietà del lavoro e che hanno colpito i diritti, a partire dal ripristino dell’art. 18.

Per garantire un reddito a tutte e tutti e impedire che la disoccupazione e la precarietà diventino il luogo dello sfruttamento selvaggio:

  • un salario minimo intercategoriale non inferiore a 1400 euro mensili, base per riconquistare contratti di categoria adeguati,
  • un salario sociale (reddito minimo garantito) non inferiore a 1100 euro per tutti i periodi di non lavoro, per garantire ai disoccupati la possibilità di vivere e favorire il loro reinserimento in un lavoro vero.

Sappiamo già l’obiezione: “E i soldi”. Verrebbe da dire: “Fate questa domanda a Letta per le promesse che ha fatto”.

Ma vogliamo rispondere in concreto: vogliamo prenderli là dove ci sono, in quei 140 miliardi che ogni anno, da 15 anni, sono passati dalle tasche dei lavoratori a quelle dei padroni, dei grandi azionisti, dei banchieri, i veri detentori della ricchezza, imponendo una forte tassazione progressiva, la patrimoniale e la nazionalizzane delle banche.

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