Viva la Mayday

maydayPiero Maestri – da ilmegafonoquotidiano.it
Una manifestazione non rituale ma ricca di contenuti ed esperienze di pratiche sociali ha riempito di nuovo le vie di Milano

Mentre Cgil, Cisl e Uil celebravano il loro Primo Maggio all’insegna della ritrovata “unità”, estendola persino ai rappresentanti dei padroni – è successo a Bologna e Treviso – a Milano la giornata della festa delle lavoratrici e dei lavoratori anche quest’anno è stata fatta vivere dalle migliaia di ragazze e ragazzi che si sono manifestate/i nella “Mayday parade”.
La Mayday è una strana creatura. Sono molte/i quelle/i che la guardano con fastidio e aristocratica puzza sotto il naso, considerandola nulla più di una sorta di “rave” ammantato di contenuti politici appiccicaticci e poco consoni alla storica giornata del Primo Maggio. Il corteo di ieri ha ancora una volta smentito questi tristi osservatori.

Sempre meno carri musicali e sempre più contenuti e messaggi politici hanno caratterizzato l’appuntamento pomeridiano milanese – a partire da quello scelto collettivamente dalle/dai promotrici/promotori: contro cemento, debito, precarietà. Perché la Mayday 2013 è stata pensata come un passaggio verso la stessa giornata che nel 2015 inaugurerà l’orribile “Expo2015”.
Il no all’Expo2015 è stato così il filo che univa tutti i carri e le anime del corteo, in quanto simbolo negativo di una concezione emergenziale della politica (in questi giorni verrà nominato l’ennesimo commissario straordinario che potrà aggirare leggi e normative varie – nel solco del “modello Bertolaso”); di una “produzione di precarietà” con le sue “migliaia di posti di lavoro” temporanei e fortemente ricattabili (già nella Fiera orgoglio della vuota e inconsistente Milano degli eventi si scoprono periodicamente lavoratori e lavoratrici in nero e/o sottopagati, spesso migranti); di una gestione dissennata del territorio (aumentano le autostrade in una regione già fortemente congestionata, consumando un prezioso territorio verde che sarebbe da valorizzare e far crescere); di una politica “debitoria” che fa pagare alle/ai cittadine/i le grandi opere e i grandi eventi, dai quali non ricaveranno che ulteriori debiti sul piano finanziario e territoriale, appunto.

Ma la Mayday è importante e positiva non solamente perché mostra l’opposizione a questa piccola “troika” del disastro ambientale e sociale (debito, cemento e precarietà, appunto) e le da voce, ma soprattutto perché sfilano i progetti e le pratiche di questa opposizione.
Progetti che si rendono visibili a partire dal carro iniziale, organizzato da Sanprecario, SOS Fornace e Boccaccio di Monza, che presentano insieme al collettivo Off Topic il loro “Expopolis” che fa il punto del “grande gioco della Milano 2015”, un gioco nel quale perdono sicuramente cittadine e cittadini della metropoli.
Dietro, il carro del centro sociale Zam, a rischio sgombero – sarebbe l’ennesimo nella città della “primavera arancione” – che mette al centro la sua voglia e pratica di autogestione.
Una pratica che vive anche nella nuova occupazione – SMS, Spazio di mutuo soccorso – promossa dalle/dai giovani del centro sociale Cantiere a San Siro, quartiere dove operano da 12 anni, costruendo relazioni e conflitto sulla questione abitativa e della socialità e, appunto, del mutuo aiuto dal basso.
Dietro di loro la scelta “No oil” di “Occupy Maflow”, fatta vivere da lavoratrici e lavoratori della cooperativa Ri-Maflow, fabbrica recuperata e spazio di sperimentazione di una riappropriazione di reddito, socialità, lavoro. Insieme a loro le/i giovani di Ateneinrivolta, il collettivo Rivolta il debito e il Movimento Popolare Dignità e Lavoro di Magenta.
In questo “spezzone” due belle e significative “istallazioni” hanno fatto vivere i loro contenuti: davanti una grande “fabbrica ricostruita”, quella Ri-Maflow nella quale lavoratrici e lavoratori cacciati dalla finestra della disoccupazione e degli “ammortizzatori sociali” sono rientrate/i dalla porta della dignità e della riappropriazione sociale; subito dietro il “riprendiamoci la cassa” richiamava il rifiuto del pagamento del debito e della loro crisi, per riappropriarci del credito (a partire dalla campagna per la ripubblicizzazione della Cassa Depositi e Prestiti).
Da segnalare ancora il carro della Cub, a cui va dato il merito di essere l’unica organizzazione sindacale presente e protagonista nella Mayday, e del Leoncavallo. – oltre alla partecipazione delle lavoratrici e lavoratori dell’ospedale San Raffaele, che stanno vivendo una splendida lotta e una difficile vertenza contro i licenziamenti e il peggioramento della qualità del lavoro e dei servizi della salute, nella regione della sanità ciellina e privatistica.

Questa è la Mayday. Non una semplice “rappresentazione”, ma la manifestazione – nel suo significato più ampio e politico – di una parte fondamentale della classe, con le sue pratiche e i suoi limiti, con la sua ricchezza sociale e culturale e il suo sfruttamento, con la sua voglia e necessità di reddito, diritti, riappropriazione di saperi e autonomia sul lavoro.
Sicuramente è mancato qualcosa: le/i lavoratrici e lavoratori migranti, in particolare quelle/i che stanno conducendo una bella e importante lotta nel settore della logistica; è mancata una maggiore presenza, organizzata e visibile, di lavoratrici e lavoratori non ancora completamente precarizzate/i.
Limiti che non saranno superati riaffermando identità a tutto tondo e incapaci di essere parte di questa manifestazione, o da “dichiarazioni” e/o appelli esterni a questa stessa manifestazione e che a questi soggetti sociali non riescono proprio a parlare.
Una “ricomposizione” efficace e positiva sarà possibile solamente nella pratica e nelle sperimentazioni dal basso che esistono e esisteranno, nello sviluppo dell’autogestione e della riappropriazione sociale, nella costruzione di iniziative fuori e contro il “mercato”, nelle campagne per il reddito incondizionato, per un lavoro dignitoso e contro il debito e per una nuova economia e finanza pubbliche e partecipate.

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