Lontani dal voto

7551873380_f254a9598d_zGiulio Calella – da ilmegafonoquotidiano.it

Per il centrosinistra il voto amministrativo ha rappresentato la propria resurrezione e la sconfitta di Grillo. La realtà è diversa. Vince l’astensionismo e a essere bocciate sono state le “larghe intese”. Ma anche la vecchia sinistra radicale

“La rivincita del Pd, crolla Grillo”. Questo il titolo di Repubblica il giorno dopo le ultime elezioni amministrative. Ma a guardar bene la realtà è diversa.
Il dato infatti, pur premiando il centrosinistra, è molto più simile a quello uscito dalle elezioni politiche di tre mesi fa. Il voto amministrativo, e in particolare quello romano – il più importante da tutti i punti di vista – conferma infatti che la maggioranza della popolazione italiana non si riconosce più nei partiti che hanno caratterizzato il bipolarismo italiano e che insieme hanno garantito prima la larga maggioranza del governo Monti, e oggi del governo Letta. A Roma, su circa 2.400.000 aventi diritto, Marino ed Alemanno insieme raccolgono solo 870.000 voti, poco più di un terzo. Queste cosiddette “larghe intese” insomma, tanto larghe non sono.

Come detto da più parti, il vero vincitore delle elezioni è l’astensionismo, che cresce ovunque e arriva a livelli inediti proprio a Roma, dove al 48% di astenuti si devono aggiungere il 3,5% di schede bianche e nulle.
Lontane da rappresentare un segnale positivo per il governo, le elezioni confermano una vasta sfiducia per le politiche liberiste e di austerità protratte negli ultimi vent’anni dalle due principali coalizioni. Una sfiducia epidermica, liquida, con le idee poco chiare, e che non trova al momento un’alternativa credibile. Il voto resta insomma estremamente fluido, con un rifiuto delle politiche esistenti che una volta può trovare espressione nel voto a Grillo, un’altra nel rifiuto di votare, e in futuro potrà fluttuare ancora in diverse direzioni. Perché è frutto di una condizione sociale che continua a peggiorare, e ha di fronte la perdita di credibilità e di progettualità politica dei partiti, sempre a rimorchio dei cosiddetti “mercati”.

Certo, in un contesto dove tutti perdono voti, il Pd riesce a perderne meno grazie al maggior valore del radicamento territoriale in elezioni locali, che non a caso svantaggiano di più il Pdl, e in modo assolutamente superiore il M5S. Ma trarre conclusioni politiche generali da questo dato sarebbe risibile.
Il dato di fondo quindi non cambia, e chi non vuole vederlo è destinato a sbatterci ancora contro. E’ un dato che coinvolge, purtroppo, ancora la sinistra radicale, persino nelle sue sperimentazioni più generose come quella di Repubblica romana.

L’esperienza della coalizione a sostegno di Sandro Medici sindaco è riuscita infatti ad attivare diverse energie in città con una campagna simpatica (per quanto totalmente oscurata dai media), e un programma più chiaro e convincente della lista Ingroia. Eppure ne ottiene più o meno lo stesso risultato percentuale. E in termini assoluti, i circa 25.000 voti per Medici sindaco e gli 8.000 per la lista Repubblica romana, sono senza dubbio deludenti.

Più incoraggiante l’esperienza pisana, dove la coalizione a sostegno di Ciccio Auletta, giovane e da anni protagonista del movimento cittadino, ha raggiunto l’8%, riuscendo probabilmente ad apparire più innovativa e godendo di un buon radicamento sociale e riconoscibilità sul territorio.
Il problema è che, ancora una volta, le elezioni segnalano che per la sinistra radicale non basta il miglior programma, la miglior campagna elettorale, il miglior candidato. Neanche il miglior medico può curare un malato incurabile.

La coalizione per Medici, pur differenziandosi dalle ultime esperienze, è apparsa ancora troppo legata agli schemi, all’identità e ai simboli della sinistra radicale sconfitta in questi anni, e ormai divisa tra torsioni nostalgiche e adattamento all’esistente.
L’impressione è che per mettere a frutto e non disperdere le energie positive attivate, occorre un ulteriore scatto in avanti, ulteriore coraggio.
La crisi irrefrenabile della sinistra radicale va affrontata fino in fondo, smettendo di pensare che il problema sia ricomporre le malridotte soggettività esistenti, ponendosi l’ineludibile problema della fine del vecchio movimento operaio e quindi della necessità di ricostruire un radicamento sociale nella nuova e frammentata composizione di classe. Ricostruendo al contempo un’identità che riparta dalle fondamenta, dando progettualità politica alle esperienze concrete di autorganizzazione e autogestione e mettendole in rete. Ripartendo dall’utilità sociale, non dall’appartenenza ad un campo politico.
Nessuno finora ci è riuscito. È un percorso difficile, che ha avuto ed avrà tentativi ed errori, per il quale non abbiamo modelli immediatamente disponibili, ma che può avere qualche chance di cogliere l’enorme rifiuto delle politiche di austerità, e rendere più solida, e più efficace, la domanda di una alternativa.

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