Turchia, mobilitazione e repressione

di Lénaïg Bredoux (da Alencontre.org)

traduzione di Titti Pierini

occupygeziSi tratta di uno dei più vasti movimenti di protesta dall’avvento al potere del Primo ministro Erdogan, nel 2003. Esso ha assunto venerdì un andamento violento, allorché la polizia ha deciso di reprimere le manifestazioni con grande impiego di lacrimogeni e cannoni ad acqua. A Istanbul diverse centinaia di persone sono rimaste ferite. Sabato il movimento, scatenato da un progetto di ristrutturazione edilizia e trasformatosi in una più ampia contestazione della politica del governo, proseguiva e si estendeva a varie altre grandi città turche, tra cui la capitale Ankara.

Come in occasione delle primavere arabe o dei movimenti degli indignados in Europa o negli Stati Uniti, gli attivisti hanno immediatamente organizzato reti di reciproco sostegno (partendo da piazza Taksim di Istanbul, reperendo medici, contattando avvocati), usando Twitter (con l’hastag #occupygezi) e creato un sito Facebook. Hanno anche installato la ritrasmissione in diretta delle manifestazioni a Istanbul.

Sabato pomeriggio, le immagini mostravano magliaia di persone che scandivano slogan ostili al Primo ministro, mentre la polizia si era ritirata dalla piazza più famosa della città, piazza Taksim, subito invasa dai manifestanti.

Altre manifestazioni erano previste in varie città turche (ad Antalya, Mersin, Gazientep, o Diyarbakir). Ad Ankara, alcuni manifestanti tenevano testa alla polizia, che ricorreva ai lacrimogeni e ai cannoni ad acqua.

La contestazione ha assunto una dimensione nuova dopo che la polizia è intervenuta molto violentemente venerdì mattina a Istanbul per sloggiare le centinaia di persone che occupavano pacificamente il parco Gezi, in piazza Taksim. In due giorni, sono state ferite diverse centinaia di manifestanti, alcuni dei quali in condizioni gravi. Venerdì ha fatto il giro su Twitter la foto di Ahmed Sik, un famoso giornalista, con la testa insanguinata, colpito da un lacrimogeno sparatogli contro deliberatamente, secondo “Reporter senza frontiere”.

Sabato, Greenpeace ha annunciato di aver trasformato il suo ufficio di Istanbul in «ospedale d’urgenza per i manifestanti feriti».

Le violenze poliziesche hanno provocato in Turchia uno slancio di solidarietà. «Almeno tanto quanto la varietà dei manifestanti, a stupire sono il numero e le modalità dei sostegni: un ristorante offre gratuitamente cibo ai manifestanti; un albergo li accoglie; nel viale Istiklal, in stato di guerra, alcuni commercianti applaudono i manifestanti; di fronte al boicottaggio delle linee dei telefonini portabili da parte delle forze di sicurezza nelle zone di scontro, bar e ristoranti circostanti forniscono i propri codici wifi come reti sociali… Dei vicini appendono sui loro edifici annunci che offrono ai manifestanti riparo presso di loro. In numerosi quartieri, ancora in piena notte, parecchi abitanti manifestano il proprio appoggio accendendo e spegnendo le luci e scendendo per le vie con casseruole e padelle. Sono tanti quelli che, affacciati alle finestre, applaudono o acclamano i manifestanti, come pure quelli che suonano il clacson in segno di incoraggiamento», riferisce Elise Massicard, responsabile dell’Osservatorio della vita politica turca.

La repressione ha anche suscitato nel mondo numerose proteste. Amnesty International ha criticato «l’eccessivo ricorso alla forza contro manifestanti pacifici». La violenza della repressione ha addirittura indotto Washington a richiamare all’ordine l’alleato turco: «Siamo preoccupati dal numero di persone che sono rimaste ferite quando la polizia ha disperso la manifestazione a Istanbul», ha dichiarato la portavoce del dipartimento di Stato, Jennifer Psaki, che ha invitato le autorità turche a «rispettare le libertà d’espressione, di associazione e di riunione, nelle forme in cui quelle persone visibilmente esercitavano». «Sono libertà vitali per ogni democrazia sana», ha ribadito.

Le massime autorità turche hanno finito per reagire e, a metà della giornata di Sabato, la polizia si è ritirata da piazza Taksim. Sabato, il presidente della Repubblica, Abdullah Gül, ha fatto appello al «buon senso» e alla «calma». «Dobbiamo tutti essere responsabili di fronte a questi manifestanti (…), che hanno raggiunto un livello preoccupante», ha affermato in un comunicato, prima di esortare la polizia ad «agire con senso della misura».

Lo stesso Primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan ha ammesso alla fine che la polizia aveva operato in alcuni casi in modo estremo: «È vero che vi sono stati alcuni errori ed azioni estreme nella repressione della polizia. I necessari preavvisi ci sono stati», ha indicato colui che è al centro della collera dei manifestanti… Fondamentalmente, però, è rimasto completamente intrattabile, continuando, come sta facendo da mesi, ad affrontare con sprezzo i malcontenti. «Chiedo ai protestatari di cessare immediatamente le loro manifestazioni (…) per evitare altri disagi ai turisti, ai passanti e ai commercianti. Piazza Taksim non può diventare un posto in cui i manifestanti fanno quello che vogliono», ha soggiunto Erdogan.

Alle origini, un progetto di risistemazione del parco Gezi

Tutto è cominciato all’inizio della settimana, quando i primi bulldozer hanno fatto il loro ingresso nel parco Gezi – all’interno di piazza Taksin – che il sindaco della città, vicino a Erdogan, intende risistemare completamente. Il progetto è denunciato da numerosi urbanisti, architetti ed ecologisti, che venerdì hanno ottenuto una prima vittoria con la decisione di un tribunale amministrativo di Istanbul di sospendere il progetto di ristrutturazione della caserma.

Dall’inizio della settimana, migliaia di cittadini si erano infatti radunati in piazza Taksim per contrastare il progetto del sindaco, che prevede soprattutto di ristrutturare, nel parco, vecchie caserme ottomane, con l’aggiunta di un centro commerciale… Giovedì sera, erano almeno in 10.000, sostenuti da associazioni ambientaliste, da sindacati, da partiti politici di sinistra.

Venerdì all’alba, però, la polizia è intervenuta molto violentemente per sgomberare le centinaia di militanti che occupavano il parco Gezi. La repressione ha suscitato un vasto moto di solidarietà e numerosi abitanti sono arrivati di rincalzo ai margini di piazza Taksim.

Il loro movimento ha assunto ben presto un aspetto politico, di denuncia del governo e dei suoi mega-progetti edilizi a Istanbul: ad esempio, il terzo ponte sul Bosforo, la cui prima pietra è stata posta mercoledì, o un gigantesco aeroporto. I manifestanti, dall’estrema sinistra fino ai nazionalisti kemalisti passando per le organizzazioni kurde, denunciano più in generale l’autoritarismo del Primo ministro Erdogan, al potere dal 2003, dopo essere stato agevolmente rieletto nel 2007 e nel 2011 con il suo partito musulman-conservatore, l’AKP.

«Alla fine, la mobilitazione sul parco Gezi sarà stata soltanto un scintilla, quella di troppo. Più che il parco stesso, infatti – certamente, l’ultimo spazio verde di questa parte della città, ma che non era né molto frequentato, né ben tenuto, e neanche particolarmente valorizzato da nessuno, in breve che aveva ben poco a che vedere con Central Park – è l’atteggiamento delle forze di sicurezza, e più ampiamente del potere, che ha veramente dato fuoco alle polveri e suscitato l’espandersi della mobilitazione», scrive da parte sua Elise Massicard, responsabile dell’Osservatorio della vita politica turca.

Da due anni, in particolare in questi ultimi mesi, i militanti di sinistra e quelli dei diritti dell’uomo denunciano l’inasprimento del regime e i molti arresti di oppositori, gli attacchi alla libertà di stampa e una serie di leggi che considerano liberticide e/o conservatrici (ad esempio, di recente, sulla vendita di alcol).

«Gettandosi in una politica spesso definita avventurista nei confronti di Israele, poi della Siria, redarguendo l’agenzia Standard & Poors che aveva fatto passare il “voto” della Turchia da “positivo” a “stabile” in maggio, lasciando intendere che si sarebbe potuto prendere in considerazione il ripristino della pena di morte e ostentando un’indifferenza prossima alla disumanità verso i kurdi che facevano lo sciopero della fame in autunno, – “Alcuni di loro hanno sicuramente bisogno di un regime” – (,,,) cercando di prendere il controllo dell’università anche a costo di provocare una fronda studentesca, in dicembre, criticando una serie televisiva popolare, “Il Secolo magnifico”, al punto di ottenere che Turkish Airlines rinunciasse a proiettarla nei suoi voli, [Erdogan] ha alimentato le accuse di deriva autoritaria e di “putinizzazione”che gli elargiva l’opposizione da vari anni», valutava il ricercatore Jean-François Bayart in una commento pubblico di febbraio nel suo blog su Mediapart.

Lénaïg Bredoux (traduzione di Titti Pierini)

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