Egitto: milioni in piazza contro Morsi

da ansa.it

Una marea umana ha invaso il Cairo e tutte le regioni dell’Egitto per dire al presidente Mohamed Morsi, il primo dei Fratelli musulmani, ‘vattene’. Si è trattato delle manifestazioni più imponenti mai avvenute dalla caduta di Mubarak nel 2011: secondo fonti dell’opposizione, circa 17 milioni di persone sono scese in strada. Scontri e incidenti si sono registrati al Cairo, dove è stata attaccata e incendiata la sede dei Fratelli Musulmani, e nel sud: il bilancio, al momento, parla di quattro morti, oltre a centinaia di feriti. Ma l’esercito ha dichiarato in serata la massima allerta, mentre i dirigenti dell’opposizione hanno chiesto al loro popolo di rimanere in piazza fino alle dimissioni di Morsi. Da parte sua, il presidente ha detto che non cederà mai.

J3, l’Egitto di tutte le tensioni

di Jacques Chastaing (da alencontre.org)

Obama MorsiLa campagna «Tamarod» (Ribellione) iniziata dall’opposizione ufficiale, ma della quale si è impadronita una folla di giovani e di cittadini ordinari facendone tutt’altra cosa, è riuscita a raccogliere 15 milioni di firme che sconfessano la legittimità elettorale di Morsi, eletto da soli 13,2 milioni di elettori ed elettrici.

I diversi animatori della campagna hanno invitato gli egiziani a manifestare il 30 giugno per esigere il ritiro di Morsi. I dirigenti dell’opposizione del FSN (Fronte di Salvezza Nazionale) chiedono per questo elezioni presidenziali anticipate, mentre una moltitudine di raggruppamenti di giovani e di rivoluzionari afferma che non lascerà la piazza finché il presidente non avrà abbandonato le sue funzioni. I primi vedono nel 30 giugno un obiettivo istituzionale, mentre i secondi ci vedono un inizio di democrazia diretta, l’inizio della fine.

Mentre gli egiziani subiscono una grave penuria di benzina (che costringe certi automobilisti a fare tre giorni di coda per un pieno), di gas, di acqua, numerose interruzioni di elettricità e dell’acqua, aumenti molto forti dei generi di prima necessità e gli scioperi e le manifestazioni a carattere sociale o economico battono record storici, la prospettiva del 30 giugno 2013 sembra poter cristallizzare per quella data tutte le collere in un solo movimento.

A tre giorni dalla scadenza che sembra determinante per milioni di egiziani, le tensioni continuano a salire e convergere, mentre molte autorità istituzionali che finora sostenevano chiaramente o a malincuore il presidente, abbandonano la nave presidenziale o prendono le distanze da lui.

Il papa dei copti, ad esempio, ha autorizzato i suoi fedeli a partecipare al 30 giugno. La prestigiosa università islamica Al-Ahzar ha preso le distanze, mentre i suoi sceicchi fanno appello apertamente a manifestare contro i «falsi musulmani» al potere, e il principale partito salafita Al Nur (La Luce) ha dichiarato che non parteciperà alle contromanifestazioni a sostegno di Morsi. Il dirigente degli sciiti egiziani, Hasheni, ha esortato le sue pecorelle a vendicarsi dei sunniti (i Fratelli musulmani), perché quattro di loro sono stati appena assassinati da questi ultimi. Infine, anche il leader dissidente dei Fratelli musulmani, El-Futuh (4° alle presidenziali), finora in una posizione di sostegno critico, ha chiamato a manifestare il 30 giugno.

Intanto l’esercito, silenzioso dopo lo scacco del tentativo di colpo di Stato nel giugno 2012 e che aveva lasciato il posto ai Fratelli musulmani, si è di nuovo inserito nel dibattito politico tramite il suo uomo forte, il ministro della difesa El-Sissi, che ha dichiarato che non lascerà che l’Egitto sprofondi nel caos e che difenderà le istituzioni dello Stato contro quanti vogliono minarle o distruggerle. Il suo discorso è strato interpretato dall’opposizione come un abbandono dei Fratelli musulmani, e da questi ultimi, al contrario, come un sostegno.

Negli ultimi mesi, parecchie piccole manifestazioni di sostegno all’esercito, promosse da ex esponenti del partito di Mubarak ma con il sostegno di un certo numero di liberali o democratici, hanno mostrato che il ritorno dell’esercito al potere era una possibilità presa in considerazione da alcuni notabili in questa situazione di agitazione sociale, pericolosa per loro e nella quale i Fratelli musulmani e la religione con le sue istituzioni potrebbero non essere più sufficienti come guardiani dell’ordine.

Questi sono stati screditati da un anno di potere e hanno perso tutto il sostegno tradizionale tra i sindacati professionali delle «classi medie», intese come medici e ingegneri, passando per insegnanti, farmacisti, avvocati o giornalisti e soprattutto studenti. L’influenza organizzata dei Fratelli musulmani tra gli operai è sempre stata limitata.

Quindi, dopo la dichiarazione minacciosa di El-Sissi non si è solo visto Morsi dichiarare cinque volte nel discorso di ieri, mercoledì 26 giugno 2013, che il capo dell’esercito era lui – stile metodo Coué [autosuggestione]– e i principali dirigenti del FSN proclamare il loro indefettibile attaccamento all’esercito, compreso il dirigente democratico del movimento del 6 aprile che decisamente non è più quello che era, così come Hamdeen Sabbahi, dirigente socialista nasseriano, arrivato terzo nelle elezioni presidenziali. Quest’ultimo si è abbassato a denunciare come responsabili della crisi attuale quanti avevano criticato l’esercito quando era al potere. Nella più grande sorpresa e con grande dispiacere dei suoi partigiani….

Dal canto suo, rafforzando i timori dei possidenti, la Federazione egiziana dei sindacati indipendenti, che dichiara più di un milione di membri, ha pubblicato un comunicato firmato assieme al gruppo trotskista dei Socialisti Rivoluzionari, che fa appello al 30 giugno. Vi si afferma: «Siamo alla vigilia di una nuova rivoluzione popolare» [… ] e richiama «i giorni precedenti la caduta di Mubarak». Il comunicato è stato immediatamente interpretato dalla stampa come un appello dei sindacati operai a una seconda rivoluzione. Il sindacato dei giornalisti si è immediatamente associato all’iniziativa facendo a sua volta appello al 30 giugno.

I gruppi che sostengono i diritti delle donne sono andati oltre. Chiamano le donne egiziane non solo a manifestare il 30 giugno, ma anche ad armarsi di aghi per materassi (della taglia di veri coltelli) per proteggersi da ogni molestia.

Contemporaneamente, 18 gruppi islamisti che sostengono il governo hanno convocato contro-manifestazioni il 21, poi dal 28 al 30 giugno. Alcuni di essi minacciano di morte i/le manifestanti anti-Morsi, dicendo chiaramente che formeranno le proprie milizie di autodifesa. L’hanno dimostrato apertamente il 21 giugno, sfilando con randelli, scudi e caschi e ancora ieri, 26 giugno, a Monofiya… Ma purtroppo per loro, irrorati dagli abitanti delle strade dove sfilavano da getti di oggetti diversi, di acqua o di urina.

In questo salire delle tensioni, la nomina la settimana scorsa da parte di Morsi di 6 nuovi governatori dei Fratelli musulmani – e in particolare quella di un dirigente dell’organizzazione terrorista Al Jamaa Al Islamiya – dava fuoco alle polveri. Le sedi dei governatorati venivano assediate e manifestazioni si svolgevano a Fayum, Mansura, Mahalla, Suez, Porto Said, Alessandria, Il Cairo, Fuah, Gizah, Luxor… facendo numerosi feriti.

In seguito, il governatore di Luxor [responsabile di più di 50 assassinii nella Valle dei Re nel 1997] – ex membro di Al Jamaa al Islamiya – si è dimesso. Ma le manifestazioni continuano. Mercoledì 26 giugno, violenti scontri opponevano anti e pro Morsi a Tanta, con 157 feriti, ma soprattutto a Mansura dove due Fratelli musulmani hanno trovato la morte e 250 persone sono state ferite.

Negli stessi giorni, diversi veicoli o negozi appartenenti a Fratelli musulmani sono stati bruciati in questa città, e un supermercato della catena Zad, appartenente al figlio di Khayrat al-Shaker, multimilionario e uomo forte dei Fratelli musulmani, è stato saccheggiato e le merci gettate in strada.

A Zarqiya, mercoledì 26 giugno, due manifestazioni bloccavano la sede del governatore e la casa di Morsi, dopo che già martedì 25 giugno era stata incendiata la sede del Partito della Giustizia e Libertà (Fratelli musulmani). Negli scontri a Zagazig si contavano 56 feriti. Altri nove feriti da proiettili di revolver, ieri a piazza Tahrir.

In questo clima circolano voci di ogni sorta, mentre la stampa pubblica notizie più o meno controllate. Un dissidente dei Fratelli musulmani afferma che questi ultimi hanno programmato per i prossimi giorni l’assassinio mirato di leader dell’opposizione. Una madre islamista denuncia il figlio alla polizia perché preparerebbe in quantità cocktail Molotov per il 30 giugno. Gli stranieri fuggono dall’Egitto. Le strade che portano all’aeroporto del Cairo sono totalmente imbottigliate, e gli impiegati del giornale “El Watan” (quello che aveva fatto campagna contro “Charlie Hebdo” riguardo alle caricature di Maometto) hanno abbandonato i propri locali, minacciati di incendio. Blocchi di cemento sono stati collocati agli ingressi del Palazzo presidenziale dalla guardia presidenziale.

In tale contesto, ieri, mercoledì 26 giugno, numerosi carri armati dell’esercito e paracadutisti hanno preso posizione agli ingressi degli edifici pubblici o delle zone «sensibili» di numerose città «per proteggere la popolazione», nel linguaggio ufficiale. Elicotteri Apache volavano a bassa quota al di sopra della città, contribuendo ancor più a far salire la tensione.

I giovani animatori della campagna Tamarod hanno dichiarato che non vogliono in nessun caso che l’esercito prenda il potere. In piazza Tahrir, ieri sera, 26 giugno, la folla si è riunita per ascoltare il discorso presidenziale alla televisione. Vi era unanimità nello schernire Morsi, nel chiedergli di «sgomberare», nel mostrargli le scarpe (un gesto di disprezzo, un po’ come “mostrare il medio” nel mondo occidentale…), e dargli del «clown», del «paranoico», o dichiarare che bisognerebbe «vendere il suo cervello alla scienza» per ripagare i debiti dell’Egitto tanto è un fenomeno psichiatrico unico…

La folla era invece divisa sull’esercito. Taluni cantavano i vecchi slogan degli inizi della rivoluzione «il popolo e l’esercito una sola mano» mentre altri lo denunciavano, in particolare i Socialisti Rivoluzionari, che scandivano «né Fratelli né Esercito».
(27 giugno 2013)

Pubblichiamo inoltre un aggiornamento delle notizie e dell’analisi sempre Jacques Chastaing del 29 giugno.

La mobilitazione contro Morsi si intensifica, come gli scontri

di Jacques Chastaing

Proteste ironiche ieri sera in piazza Tahrir per accogliere il discorso del presidente Morsi, e decisamente collera a KafrEl-Sheikh e Suez. A Daqahliya, dopo il discorso ci sono stati violenti scontri tra pro e anti Morsi, con un morto tra i Fratelli musulmani e 243 feriti. Altri 53 sono stati feriti a Sharqiya e due a Gharbiya in scontri simili.

Dopo un discorso, 298 feriti e un morto. C’è da augurarsi che Morsi non ne faccia uno tutti i giorni!

Molti poliziotti incaricati di fare la guardia ai locali dove Morsi ieri sera, 27 giugno, faceva il suo discorso, si piegavano dal ridere. La polizia è divisa. Ha dichiarato che non proteggerà le sedi dei Fratelli musulmani il 30 giugno, giorno della grande manifestazione per la cacciata di Morsi, quando i poliziotti di base delle Forze speciali (di repressione, le unità antisommossa) hanno dichiarato che manifesteranno con la gente contro Morsi, con delle T-shirt speciali per mostrare che la polizia è dalla parte del popolo contro il dittatore.

Oggi, 28 giugno 2013, nel sobborgo di Nasr City al Cairo, c’è un raduno a sostegno di Morsi di islamisti venuti da tutto l’Egitto. Sono decine di migliaia di manifestanti, ma molti meno del 21 giugno e con molto meno addestramento. Circa 90 Fratelli musulmani sono stati arrestati dalla polizia mentre andavano alla manifestazione in autobus pieni di manganelli, bottiglie molotov, coltelli…

Mentre sto scrivendo (ore 18 del 28 giugno) al Cairo ci sono manifestazioni anti Morsi in direzione della piazza Tahrir provenienti dalle piazze e strade Mostafa Mahmud, Sayeda Zeinab, Moschea Al-Azhar e dal quartiere Shubra, mentre la piazza di fronte al Museo Egizio è occupata, come pure quelle di fronte ai ministeri della Cultura e della Difesa, e naturalmente piazza Tahrir.

Stessa cosa ad Alessandria, dove manifestazioni anti Morsi sono partite dalla moschea al-Qaed Ibrahim e dal quartiere Dawaran Jihan verso Sidi Gaber. Idem a Mansur, Zagazig, Sharqiya, Gharbiya, Qaliubiya, tanta, Kafr al-Zayyat, Basyun e Assiut. Hanno cartelli rossi e gridano «vattene» e striscioni che denunciano il sostegno dell’ambasciatrice americana ai Fratelli musulmani…

Hanno anche slogan che denunciano le interruzioni dell’elettricità e dell’acqua, la penuria di benzina e gli aumenti dei prezzi. Ad Alessandria si contano già 40 feriti e un morto. Una delle sedi del partito dei Fratelli musulmani è stata saccheggiata. Al momento si conterebbero in totale 5 sedi del partito dei Fratelli musulmani – il Partito della Giustizia e della Libertà – devastati o incendiati.

A Damanhur, ci sono 4.000 manifestanti anti Morsi davanti alla sede del governatorato. Hanno appeso uno striscione sull’edificio: «Chiuso fino alla partenza dei Fratelli musulmani». Si sentono colpi di arma da fuoco.

A Tanta, 30.000 sulla piazza al-Shohadaa chiedono che Morsi se ne vada. A Kafr al-Zayyat, circa 20.000 manifestanti sulla piazza al-Sa’a con striscioni chiedono che Morsi se ne vada.

A Basyun, circa 10.000 manifestanti marciano dalla via 23 luglio verso piazza al-Mahatta e cercano di saccheggiare la sede del Partito della Giustizia e della Libertà (Fratelli musulmani). Gli gettano contro pietre e bottiglie molotov da oltre un’ora.

Gli abitanti del villaggio al-Qadaba si sono uniti ai manifestanti di Basyun.

Poscritto (della redazione di alencontre.org)

Secondo ahramonline in data 28 giugno alle ore 23,45, la mobilitazione delle forze pro Morsi ha riunito centinaia di migliaia di persone e ha cominciato a diminuire di numero verso le 22-23. Uno dei quadri dei Fratelli musulmani, Tarek Bayumy, ha dichiarato a ahramonline: il «progetto islamico» significa che «si obbedisce alla dottrina islamica e la si insegna in tutti gli ambiti della vita. L’islam afferma che la religione e lo Stato non devono essere separati.».

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