Marchionne, la Fiat, il capitalismo

di Franco Turigliatto

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Ancora una volta nel silenzio complice delle istituzioni e delle forze politiche si procede al trasferimento all’estero di un importante settore del Gruppo Fiat: la Fiat industrial, costituita solo due anni fa, ha svolto il suo ultimo consiglio di amministrazione pochi giorni fa a Torino, trasformandosi in Cnh industrial e traslocando la sua sede legale in Olanda.

L’azienda sarà quotata a Milano e a Wall Street mentre il prossimo consiglio si terrà in Inghilterra. Per capire meglio il valore di una risorsa che sta lasciando il paese, basta dire che si tratta dell’Iveco, del comparto che produce i veicoli industriali. Vedremo quali saranno gli effetti produttivi ed occupazionali di questo trasferimento.
Avviene in un quadro economico del paese in cui tutti i dati fondamentali descrivono una scenario sociale drammatico: l’ennesimo crollo dei consumi (ormai anche quelli primari) che misura il livello di impoverimento, la disoccupazione (sopra il 12%), l’ulteriore crollo del PIL (si sospetta il 2% nel 2013) con il conseguente aumento del deficit pubblico. Siamo di fronte allo scenario greco, in cui le politiche di austerità producono recessione, aumento del deficit pubblico, nuove manovre economiche in una spirale liberista e antipopolare senza fine.
Ed infatti il segreto di Pulcinella viene fuori: in autunno sarà necessaria una nuova manovra economica per stare dentro il deficit del 3%; e tutti tacciono sulla manovra più grande che incombe, quella a cui obbliga il trattato europeo sul fiscal compact per ridurre il debito storico, una stangata da 40-50 miliardi annui che dovrebbe andare avanti per venti anni.
I padroni sentono ormai di poter utilizzare la crisi del loro sistema capitalista per distruggere quanto resta delle conquiste dei lavoratori. La presidente degli industriali di Torino, dopo aver constatato che “Torino scivola in basso” va giù per le spicce dichiarando: “è finita l’epoca di contratti collettivi”; chiede che si proceda direttamente coi contratti individuali, al massimo con contratti collettivi tagliati sulle necessità delle singole aziende (“gli accordi su misura”… dello sfruttamento).
La condizione che già oggi concerne milioni di precari, costretti a “contrattare” individualmente con il padrone il loro salario, dovrebbe dunque essere generalizzata. Per raggiungere questo obbiettivo la presidente degli industriali torinesi non si perita di utilizzare, stravolgendola, la sacrosanta proposta del salario minimo.
Naturalmente il meglio di sé (stiamo parlando della volgare violenza della classe padronale) l’ha dato ancora una volta Marchionne, durante l’inaugurazione (l’ennesima) della Sevel di Val di Sangro in Abruzzo e nell’incontro con i sindacalisti complici, in cui ha utilizzato tutto il suo abituale repertorio di ricatti e false promesse.
Preoccupato per la sentenza della Corte Costituzionale sulla rappresentanza sindacale, minaccia di fare quello che già sta facendo, il blocco degli investimenti e segnatamente quelli a Mirafiori. Cerca in questo modo di parare il colpo delle forze sindacali di classe che denunciano il fatto che la direzione Fiat è priva di qualsiasi progetto produttivo per questo insediamento, e di rispondere alle flebili preoccupazioni di ambienti governativi che si chiedono che cosa può essere uno stabilimento quasi fermo da dieci anni.
Marchionne chiede al governo un intervento per assicurare regole certe nelle fabbriche, naturalmente quelle sue, già imposte nelle aziende Fiat per garantire un sempre maggiore sfruttamento dei lavoratori.
Nello stesso giorno la Camera di Commercio di Torino, in collaborazione con l’Anfia, l’associazione della filiera automobilistica, comunicava che in Piemonte nel 2012 sono stati persi 4 mila posti di lavoro nella componentistica auto: da  94.303 posti a 90.437 con una variazione negativa vicina al 4%. Ma il dato è nazionale; anzi va peggio nel resto d’Italia dove la componentistica auto perde in un anno più del 9%.
Sono dati che confermano quello che qualsiasi osservatore vede coi propri occhi: fabbriche che non lavorano, lavoratori in cassa integrazione, futuro incerto ed anche tanta disperazione e frustrazione e, per chi lavora,  precario o non, tanto sfruttamento.
In realtà la Fiat un investimento preciso e motivato lo sta facendo (i capi del gruppo l’hanno definito  “interesse storico strategico”), quello per avere il controllo del principale quotidiano, il Corriere della sera.
Niente di nuovo sotto il sole. I padroni della Fiat sono sempre stati molto attenti al controllo dell’informazione, dal fondatore fino all’attuale amministratore delegato. E’ anche grazie alla totale complicità dei media che quel venditore di fumo che è Marchionne ha potuto portare avanti il progetto di trasferire altrove quell’enorme capitale di risorse economiche e di knowhow costituito dalla Fiat e costruito con la fatica e il sudore di molte generazioni di lavoratori e lavoratrici. Senza dimenticare i soldi pubblici.
Chiamato in causa sulla scalata del Corriere da un avversario capitalista di Marchionne, il Presidente della repubblica ha confermato il suo ruolo ipocrita di garante del capitalismo italiano e quindi, avendo il capitalismo una propria gerarchia interna, della sua comprensione per i più potenti. Sarebbe interessante sapere che cosa si siano detti il vecchio presidente e il giovane erede della famiglia Agnelli nella lunga telefonata tra loro intercorsa.
Nella subordinazione e accondiscendenza generale delle istituzioni e forze politiche principali si è ancora una volta distinto per gregarismo totale e fanatico il sindaco di Torino, Fassino, che, in una intervista a “La Repubblica” dal titolo “Sottovalutare i successi di Marchionne ha contribuito ad alimentare le tensioni”, fa una difesa a spada tratta del padrone delle ferriere e del suo operato, quasi non fosse il sindaco di una città saccheggiata dalla disoccupazione e dalla precarietà, prodotta in particolare dalla fuga degli Agnelli verso altri lidi.
Resta da chiedersi: ma come è possibile che non ci sia nessuna reazione da parte delle organizzazioni sindacali principali? E’ scontato il ruolo dei sindacati complici e, purtroppo, a questo punto appare anche scontato il silenzio della CGIL.
Per questa confederazione parlano gli atti, cioè la firma del 31 maggio sulla rappresentanza e esigibilità degli accordi da parte delle aziende, un patto burocratico e corporativo che, in realtà, introduce in tutti i luoghi di lavoro, un meccanismo di prevenzione dello sciopero che Marchionne ha voluto con il contratto dell’auto.
Naturalmente più complesse (meritano un interrogarsi) le scelte che ha fatto e che farà la Fiom, che,  come è noto,  ha accettato l’accordo del 31 maggio e che si sente, però oggi un po’ più forte dopo la sentenza della Corte Costituzionale. Sentenza della Corte che nello stesso tempo conferma l’incostituzionalità dell’accordo del 31 maggio.
La Fiom negli anni scorsi ha cercato di opporsi allo strapotere di Marchionne, prendendo molte iniziative lodevoli, anche se non è stata in grado di costruire una lotta generale e di tenere insieme tutto il settore dell’automotive: è stata lasciata sola da tutto il mondo politico ufficiale ed istituzionale ed anche dalla CGIL; ha pagato un duro prezzo; naturalmente a pagare il prezzo più duro di questa sconfitta sono le lavoratrici e i lavoratori sottoposti a un regime feroce.
Logico che la direzione Fiom cerchi di utilizzare tutti gli spazi per provare a giocare qualche carta; tuttavia non possono non lasciare sconcertati le parole del ex segretario Fiom, ora parlamentare in quota SEL, Airaudo, quando parlando del passato sostiene la necessità di superare i doppi estremismi: quelli della Fiat e della Fiom?
Segue la domanda inevitabile: per cosa fare e per andare dove? Non è un caso che l’ex segretario Fiom Sergio Bellavita scriva in risposta: “Non è estremismo difendere il contratto nazionale, la costituzione e il diritto di sciopero mettendo al centro la dignità di chi lavora. Un sindacato che cede su questi valori è un sindacato asservito. Il sindacato delle relazioni normali che non vogliamo, quel sindacalismo che è responsabile dello sfascio del paese. Il vero e unico estremista è Marchionne che ancora una volta minaccia di non fare più investimenti (dopo avere chiuso tre stabilimenti e millantato continuamente risorse mai investite… ahimè) nel nostro paese senza certezza giuridica di poter imporre zone franche di supersfruttamento dei lavoratori”.
Naturalmente è molto difficile individuare le strade attraverso cui con la lotta e la mobilitazione sia possibile ribaltare rapporti di forza così sfavorevoli per i lavoratori, ma tuttavia, questa resta una strada obbligata se non si vuole “accettare” le regole dei padroni.
Ma per provarci l’individuazione degli obbiettivi non è secondario.
Possiamo lasciare nelle mani di interessi privati una risorsa così fondamentale e “pubblica”, come la Fiat? E’ doloroso registrare che, mentre nella vicenda dell’ILVA, a un certo punto, una serie di voci sindacali si siano alzate per chiedere l’esproprio di Riva e la rinazionalizzazione di quella azienda, sottolineando che questa operazione va fatta con una forte iniziativa dal basso dei diretti interessati, per quanto riguarda la Fiat pochissimi abbiano affermato che questo bene debba diventare pubblico perché la famiglia Agnelli non offre nessun futuro a questa azienda nel nostro paese e a decine di migliaia di lavoratori.
I danni prodotti dalla proprietà privata in questo caso non sono direttamente ambientali e sanitari come a Taranto, ma si configurano tuttavia come disastri sociali, economici ed occupazionali enormi. Il futuro del settore dell’auto e dell’indotto deve essere perseguito attraverso un organico piano dei trasporti che valorizzi il trasporto collettivo in una diversa integrazione tra questo e quello individuale: può essere fatto solo dalla mano pubblica, in stretta connessione con la partecipazione e il controllo delle lavoratrici e dei lavoratori interessati.
Per rispondere ai ricatti di Marchionne e realizzare la sua “delocalizzazione”, serve la mobilitazione, ma per riuscirci serve una forte campagna che avanzi questo obbiettivo strategico di fondo.
Franco Turigliatto

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