Brasile, il miracolo dell’esplosione della “classe media”

di Paulo Passarinhoeconomista e conduttore del programma radiofonico brasiliano Faixa Livre. Questo articolo è stato pubblicato su Correio da Cidadania il 30 giugno 2012. Traduzione  a cura della redazione di Solidarietà

Non passa giorno senza che i media ci raccontino come molte delle rivolte in atto in diversi paesi (Brasile, Egitto, Grecia, Turchia) siano il risultato della mobilitazione di una non meglio identificata “classe media”, cresciuta e sviluppatasi negli ultimi anni e che vedrebbe ora il suo statuto pericolosamente messo in discussione da politiche di austerità e dalla mancanza di prospettive di sviluppo. Una visione della realtà sociale costruita sulla base di allegre analisi sociologiche che hanno, tra le altre cose, l’obiettivo di nascondere l’esistenza di un possibile soggetto di trasformazione sociale: una classe salariata, giovane, aperta che non vuole più accettare società che, malgrado gli sviluppi degli ultimi due decenni, restano profondamente inique dal punto di vista della ripartizione della ricchezza sociale. Basti ricordare che un paese come il Brasile, dopo anni di governi progressisti, vede il 4% della popolazione possedere il 90% della ricchezza. Di fronte a tale disinformazione appare utile questo contributo di Paulo Passarinho che illustra la realtà di questa “nuova classe media”: un prezioso elemento per comprendere la realtà sociale e politica di una paese come il Brasile, protagonista in queste settimane di importanti movimenti sociali (ndr)

Banca-Centrale-del-BrasileCome recita un vecchio adagio, la propaganda è l’anima del commercio. Se lasciamo da parte l’ipotesi che questa affermazione è di per sé pura propaganda, non c’è dubbio che se essa viene costantemente ripetuta, questo significa che essa sia abbastanza efficace. E ciò anche nel caso in cui questa propaganda si riducesse a menzogne grossolane, come affermava il ministro della propaganda di Hitler, Joseph Goebbels.

Ho sempre sostenuto che la popolarità di Lula, ex operaio ed ex-presidente, non si sarebbe potuta consolidare senza il forte sostegno sul quale ha potuto contare presso i principali media [il gruppo media di O Globo ha sostenuto Lula, ndr]. E non solo i media nazionali, ma anche quelli internazionali. E’ un dato di fatto che i “lulisti” tentano di distorcere cercando di imporre un punto di vista diverso, alimentando cioè l’idea di una supposta cospirazione permanente che sarebbe stata condotta dai media contro Lula durante i suoi due mandati presidenziali.

Non vi sono dubbi sul fatto che la grande impresa abbia i propri canali di informazione – il caso più noto è quello del settimanale “Veja” – che abusano di un certo sensazionalismo per lo scandalo che spesso rasenta il ridicolo. Tuttavia quello a cui, in generale, abbiamo assistito (e lo si può ampiamente constatare) è stato un sostegno mediatico generale e incondizionato alle iniziative che Lula, durante i suoi due mandati, ha promosso, muovendosi nella scia di Fernando Henrique Cardoso [il precedente presidente di centrodestra, ndr]o quelle nelle quali si è impegnato di propria iniziativa.

L’esempio più evidente di questo entusiasmo per la politica economica adottata da Lula e gli effetti del modello economico attuale è questa presunta virtù che essa avrebbe avuto nel produrre lo sviluppo di una nuova “classe media” con milioni di brasiliani in forte ascesa nella piramide sociale.

Dal luglio del 1994, quando venne lanciato il Piano Real – un piano per la stabilizzazione monetaria combinata alla creazione di una nuova moneta nazionale legata al dollaro – si è visto, infatti, un certo miglioramento nella distribuzione dei redditi tra i salariati e, più in generale, tra tutti coloro che vivono con un reddito frutto del loro lavoro.

Le ragioni di questa dinamica, confermata dall’evoluzione del coefficiente di Gini (il parametro che misura il grado di disuguaglianza nella distribuzione del reddito in una determinata società) e calcolata sulla base dei dati raccolti attraverso indagini sulle famiglie condotte su scale nazionale dall’Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica (IBGS), sono individuabili in alcuni fattori facilmente osservabili. La stessa riduzione degli indici mensili relativi al livello di inflazione, l’adeguamento del salario minimo che, dal 1994, avviene sulla base di parametri superiori al livello di inflazione, gli effetti di questa politica di valorizzazione reale del salario minimo agganciato alla rivalutazione delle rendite pensionistiche, l’adozione e l’estensione dei programmi di redistribuzione verso i più poveri [la bolsa familia,  il contriduto al reddito delle famiglie più povere, ndr]: tutto questo ha sicuramente avuto un come effetto consistente la diminuzione della distanza tra i più poveri e i segmenti di popolazione con redditi più elevati all’interno del mondo di coloro che vivono del proprio lavoro.

Tuttavia questi risultati non dovrebbero essere utilizzati come tali nella prospettiva di un’analisi del quadro generale della distribuzione della ricchezza prodotta nel paese. Ciò è dovuto al fatto che i risultati di queste indagini non hanno rivelato quelli che sono i redditi tipici dei capitalisti, vale a dire gli interessi, i dividendi, i profitti e redditi immobiliari. Queste inchieste, effettuate attraverso sondaggi a domicilio, raccolgono con una certa precisione dati relativi ai redditi dei salariati, quali, ad esempio, il salario, i salari giornalieri, i redditi dei lavoratori indipendenti e di quelli attivi nel cosiddetto settore informale. In realtà, quello che possiamo affermare con sicurezza è che i redditi dei lavoratori e delle lavoratrici meno qualificati sono meno distanti da quelli dei lavoratori e delle lavoratrici meglio pagati. In effetti i salari di questi ultimi non hanno potuto beneficiare degli stessi stimoli dei salari di coloro che si trovano nella parte più bassa della piramide sociale.

Tutto questo è senza dubbio un fatto positivo, ma non è per nulla sufficiente ad affermare che vi sia stato un notevole e sostanziale miglioramento della distribuzione complessiva della ricchezza nel paese. L’aspetto più importante da sottolineare è che continuiamo ad avere e a convivere con una struttura fiscale estremamente regressiva, nella quale, in proporzione a quanto guadagnano, i poveri sono penalizzati più dei ricchi; allo stesso tempo, la spesa pubblica favorisce i versamenti sotto forma di pagamenti di interessi [attraverso l’alto livello di rendimento del capitale nelle obbligazioni relativo al debito pubblico] a beneficio dei più ricchi.

In termini salariali dobbiamo partire dalla constatazione che quasi il 70% dei salariati percepiscono un salario che non va al di là del doppio di due salari minimi (1.222 reais, pari a 680 euro), mentre il salario minimo calcolato dal DIEESE [Dipartimento intersindacale di statistiche e studi socio-economici, ndr], necessario ad una famiglia di due adulti e due bambini per vivere, dovrebbe situarsi ora, nel maggio 2012, attorno ai 2.383 reais [pari a 1.375 euro]. Detto altrimenti, in termini di reddito pro capite, il minimo necessario per il mantenimento di un membro di una famiglia sarebbe di circa 600 reais [cioè 345 euro].

Come spiegare allora l’eccezionale sottolineatura pubblica di questi pretesi effetti redistributivi che si starebbero realizzando attualmente in Brasile, effetti ampiamente celebrati dai media (peraltro spesso qualificati da molti come “golpisti”)? E come, più in particolare, si può illustrare l’avvento di questa cosiddetta nuova classe media?

Il Segretariato per gli affari strategici (SAE) della Presidenza della Repubblica, guidato da Moreira Franco, ci fornisce un prezioso aiuto. Alla fine di maggio 2012, è stato pubblicato uno studio che stabilisce nuovi criteri atti a definire la cosiddetta classe media brasiliana. Secondo questo studio, la “nuova” classe media sarebbe composto da famiglie con un reddito pro capite che si situa tra 291 e i 1.019 reais [cioè tra i 168 e i 491 euro], sulla base dei dati statistici relativi ai redditi del 2009.

E se il lettore fosse spaventato da queste cifre, gli suggeriamo la consultazione del sito web dello stesso SAE. Lì potrebbe prendere atto non solo che vi è stato un lavoro assai dettagliato con una classificazione di ciò che abbiamo appena descritto relativamente alla definizione della classe media, ma anche un lavoro di classificazione teso a definire i diversi gruppi di reddito in tutto il paese. I poveri, o, secondo la terminologia della SAE, la “classe inferiore” sono divisi in “estremamente poveri”, quelli con un reddito familiare pro capite che va fino a 81 reais [47 euro], in “poveri” , con un reddito che va da 82 a 162 reais [48 – 94 euro] e “vulnerabili”, coloro che hanno un reddito pro capite che va da 163 a 291 reais [94 – 168 euro].

Quanto alla “nuova classe media”, essa viene divisa a sua volta in tre fasce: tra 292 [170 euro] e 441 reais [255 euro] troviamo i rappresentanti della “classe media bassa”; la “classe media media è invece quella che può contare su un reddito familiare pro capite tra 442 reais [256 euro] e 641 reais [370 euro]; infine la “classe media superiore” è quella che si situa tra i 642 reais [371 euro] e i 1.019 reais [1.223 euro].

Per completare questo strano studio, ricordiamo che sono state poi fissate anche ulteriori fasce di reddito con le quali è divisa la “classe alta”: da 1.020 reais [590 euro] fino a 2.481 [1.432 euro] abbiamo la “classe alta inferiore”, mentre tutti coloro che hanno reddito familiare pro capite superiore ai 2.482 reais [1.433 euro] appartengono alla “classe alta superiore”.

Sulla base di questi dati, il governo di Dilma Rousseff continua a diffondere le proprie “analisi” ed “informazioni” affermando che, sulla base di questi criteri, la classe media brasiliana è cresciuta di 10 punti percentuali tra il 2001 e il 2009, passando dal 38% al 48% della popolazione. La stima del SAE, sulla base delle proiezioni effettuate dalla Ricerca Nazionale sulla base dei sondaggi a domicilio di cui abbiamo parlato in precedenza, è che la classe media rappresenterebbe il 54% dei brasiliani alla fine del 2012.

Invitiamo i nostri lettori, sulla base delle indicazioni che abbiamo dato, a fare la propria scelta: la propaganda è veramente l’anima del commercio oppure una menzogna ripetuta fino allo stremo diventa per finire una verità?

Paulo Passarinho

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