Egitto, il popolo te lo ha dato, il popolo se lo riprende

di Mahmoud  Husseinpseudonimo comune di Bagat Elnadi e Adel Rifaat, politologi, islamologi e scrittori, autori di numerosi libri, tra i quali: La lotta di classe in Egitto 1945-1970 (Einaudi, Torino 1974), Versante sud della libertà. L’emergere dell’individuo nel Terzo mondo (Manifestolibri, Roma 2002, Pensare il Corano (Messaggero Padova 2009) e, non reperibili in italiano, Al-Sîra, le Prophète de l’islam raconté par ses compagnons, due volumi (Grasset 2005 e 2007). L’articolo che segue è stato pubblicato dal quotidiano Libération il 9 luglio. La traduzione è a cura della redazione del sito Sinistra Critica

egitto donneEcco quello che si pensa in occidente della situazione egiziana: un’esperienza democratica era in atto, l’esercito ha voluto metterle fine, strumentalizzando il malcontento popolare per fare un colpo di stato.

E via a lamentarsi dell’ingenuità del popolo egiziano che ha preferito gettarsi in bocca al lupo militare piuttosto che fare affidamento sul presidente islamista regolarmente eletto. Incapace di sottostare alla lenta scuola della democrazia, il popolo egiziano ha messo da parte tutti i mali inflittigli dall’esercito.

No, il popolo egiziano non ha dimenticato.

Non ha dimenticato ciò che ha sofferto nei sedici mesi in cui l’esercito ha governato direttamente il paese. L’iniziativa che ha appena preso non parte in nessun modo da una scelta tra l’esercito e i Fratelli musulmani. Essa rappresenta una tappa nuova nel cammino intrapreso per affermare la propria autonomia civile. Perché il popolo egiziano ha smesso di essere una comparsa sulla scena politica, Ha acquisito, a partire dal gennaio 2011, il ruolo di attore autonomo e decisivo.

Ha acquisito questo ruolo, qualitativamente nuovo, non perché ha rovesciato l’autocrate Moubarak, ma perché ha rifiutato, assieme a lui, la legittimità del suo potere.

Fino ad allora, nel paese dei faraoni, dei sultani e dei rais, questo potere non era solo esercitato senza limiti e senza controlli. Era soprattutto legittimato dall’insieme della popolazione. Perché essa accettava come la cosa più naturale, come un’evidenza da non discutere,un potere su non esercitava alcun controllo? Perché questo potere le semvrava emanare da un’istanza superiore, trascendente. Perché rappresentava ai suoi occhi il riflesso in terra di un disegno celeste.

Nel gennaio 2011 quasi 10 milioni di egiziani hanno proclamato che la sovranità non veniva dal cielo. che emanava da loro stessi. Che era in loro nome, oramai, che i governanti dovevano governare. E’ qui che si tratta, nel senso più forte del termine, di una rivoluzione.

E’ l’avvento non della strada, ma della piazza pubblica. Tahrir indica una nuova generazione di attori sociopolitici, eredi di un lungo percorso storico attraverso cui le generazioni che li hanno preceduti si sono liberate, un passo dopo l’altro, delle subalternità mentali e delle inibizioni psicologiche, proprie di una società tradizionale e colonizzata.

Questi nuovi attori non sono più impacciati dai miti della predestinazione e della fatalità, dal rispetto istintivo delle gerarchie, dal conformismo comunitaristico. Non diffidano più di ciò che tende all’originalità, alla rottura, all’imprevisto. Non hanno paura di distinguersi, di affermare la propria individualità.. Ognuno parla in prima persona, pensa da solo e agisce a proprio nome.

Tahrir rappresenta la coscienza intima di milioni di egiziani, coscienza rivoluzionaria e civile, contropotere istallato negli animi, impegno diretto di ciascuna volontà libera con il destino collettivo dell’Egitto.

Per l’esercito, come per i Fratelli musulmani, due strutture autoritarie fondate sul principio di obbedienza assoluta, Tahrir rappresenta una sfida ideologica. Queste strutture reagiranno di concerto, in tandem, per affrontare questa sfida. Dopo la caduta di Moubarak, esse svilupperanno un negoziato, certo conflittuale ma permanente, sul modo migliore di spezzare lo slancio della rivoluzione, al fine di disciplinare e canalizzare la potenza della nuova piazza pubblica.

I poteri esecutivo, legislativo e costituzionale sono stati in un primo momento concentrati nelle mani dell’esercito. E’ in quel quadro che i Fratelli musulmani e i loro alleati salafisti hanno ottenuto una maggioranza elettorale, prima al parlamento e poi per la presidenza. Sono stati potentemente aiutati dall’esercito, che ha preparato loro il terreno, mettendo nelle prigioni militari 15.000 giovani attivisti rivoluzionari e reprimendo selvaggiamente, nel sangue, le manifestazioni di massa.

In quel periodo i Fratelli musulmani erano in particolare preoccupati di preparare la campagna elettorale. Quando l’esercito si è visto contestato nelle piazze ha ceduto ai Fratelli musulmani le redini del potere. Questi ultimi hanno cominciato subito a restituire il favore. Hanno fatto scolpire nel marmo lo statuto di casta dell’esercito, fornendogli garanzie costituzionali per salvaguardare i suoi privilegi, i suoi interessi e le sue immunità.

Che cosa hanno fatto, invece, per il popolo che li ha eletti? Non hanno risolto nessuno dei suoi problemi. Li hanno perfino aggravati. Ma non è questo il loro crimine essenziale. Se ci fosse stato solo questo il popolo avrebbe potuto aspettare tre anni ancora, per congedarli con le elezioni. Il crimine essenziale dei Fratelli musulmani è stato di aver cercato di inchiavardare tutte le porte attraverso cui potevano essere cacciati dal potere. La loro preoccupazione dominante è stata quella di rendere impossibile, dopo di loro, ogni alternanza.

Morsi si è arrogato poteri esorbitanti, incombendo sia sull’esecutivo, sia sul legislativo sia sul giudiziario. Ha fatto adottare una costituzione su misura, in una notte, da una commissione composta per la quasi totalità da islamisti. E’ stato sistematicamente rifiutato il principio di consultarsi seriamente con le forze politiche non islamiste, limitandosi a invitarle a conversazioni informali, quando le decisioni erano già state prese.

Il popolo egiziano ha compreso che, se l’avesse lasciato fare, non sarebbe più stato possibile un cambiamento per via elettorale. Il proseguimento del cammino democratico esigeva che venisse congedato prima che fosse troppo tardi.

A giugno si è sollevato di nuovo. E i circa 10 milioni di egiziani che occupavano le piazze pubbliche nel 2011 sono diventati 22 milioni.

Questi ultimi hanno cominciato con la firma di una petizione che chiedeva le dimissioni di Morsi. Poi si sono dati appuntamento il 30 giugno, il giorno dell’anniversario della sua elezione, per gridarglielo a voce. Gigantesca dimostrazione di coscienza collettiva, di potenza tranquilla, di maturità. Il popolo te lo ha dato, il popolo se lo riprende. Ecco qua.

E’ questo che l’esercito ha capito e che ha spinto i suoi capi a mettere fine alla loro associazione con i Fratelli musulmani. Hanno potuto così ridorare il proprio blasone, mettendosi dalla parte del popolo. Fanno oggi una nuova scommessa, coerente con la loro visione degli interessi a lungo termine dell’istituzione militare, e nascondendo parecchi retropensieri. La piazza Tahrir accoglie il loro intervento, per ora, con un immenso sollievo. Ma anche con la vigilanza che impone l’esperienza di un passato ancora presente nelle memorie.

Che fare, in questo contesto, del concetto di legalità democratica? Ricordarsi che, quando questa legalità diventa il paravento di una autocrazia strisciante, essa deve cedere il passo alla legalità delle transizioni rivoluzionarie.

Mahmoud  Hussein

Advertisements