Genova, il paradosso è che nulla è come allora

genovadi Checchino Antonini (da Popoff)

Il paradosso è che quella pistolettata che ha ammazzato Carlo ha generato più vita di quella che ‘è rubata, oltre al dolore irrimediabile di un omicidio e all’ingiustizia di un processo negato. E’ la vita che torna a respirare ogni 20 di luglio in piazza Alimonda, che rimette gli striscioni sulla ringhiera della chiesa e fa suonare la gente dal palco, che fa tornare i “reduci”, che li fa abbracciare, piangere, ridere e indignarsi. C’era chi ci doveva stare anche stavolta, la dodicesima da quel 2001. Mancava don Gallo ma le sue parole sono risuonate dall’altoparlante.

Il paradosso è che nella città di don Gallo e don Paolo Farinella c’è un altro prete che quegli striscioni non li sopporta assieme a certi suoi parrocchiani perbenisti.

Il paradosso è che «siamo pochissimi» lo dice Haidi Giuliani, la mamma di Carlo, «non perché siano passati dodici anni ma perché siamo divisi». Guarda il padre di Federico che arriva al convegno del mattino, e pensa ai tanti Federico che sopravvivono alla violenza dei “controlli” di polizia ma si portano dentro quell’umiliazione nell’indifferenza. E per la prima volta Haidi piange in pubblico. Ma lo fa pensando a una madre che ha una figlia di sei anni e nove anni di galera sul groppone. Piange perché pensa che non potrà mai accompagnare la bambina a scuola o a prendere un gelato. Perché, questo è l’articolo dei paradossi, il paradosso è che per un pezzo di vetro c’è chi sconta dieci anni, preso nel mucchio, e chi ha mezzo ammazzato Mark Covell nemmeno avrà un processo.

Il paradosso è che il poliziotto che disobbedì e chiamò l’ambulanza che salvò il mediattivista inglese è rimasto anonimo per non rischiare di essere espulso come un corpo estraneo da uno spirito di corpo crudele e fascistoide.

Il paradosso è che le ragioni di quel luglio sono più vere che dodici anni fa ma da allora ogni questione sociale viene tradotta in problema di ordine pubblico. Italo Di Sabato, con l’Osservatorio repressione, sta facendo i conti ed è arrivato a 17mila processi. Mentre si discute arriva il bollettino valsusino di altri arresti e altri feriti e i bossoli delle cazzate sparate dai giornalisti mainstream. Sta per partire una campagna contro le leggi speciali e il codice Rocco e la denuncia di alcuni metodi che le procure stanno affinando per mettere la sordina ai conflitti sociali. Come i “decreti di condanna penale” che colpiscono sempre più spesso i lavoratori in lotta, spesso pene pecuniarie, senza nemmeno un processo per potersi difendere. Tutto questo nell’Europa della black list post 11 settembre e degli arresti preventivi. Mentre in parlamento si discutono leggi per arrestare in flagranza chi contesta il governo, per equiparare i blocchi stradali al sequestro di persona, per trasformare le occupazioni di case in associazioni per delinquere. Ai padroni è piuttosto chiaro che o c’è libertà di mercato o libertà di movimento.

Il paradosso è quello di un bilancio in chiaroscuro dei processi con sentenze importanti contro i funzionari di polizia della Diaz e di Bolzaneto ma senza un reato di tortura non è stato possibile condannarli adeguatamente. La sproporzione con i cento anni comminati ai dieci capri espiatori che non hanno comunque mai messo a repentaglio le vite di qualcuno è siderale. E 255 fatti di strada sono stati letteralmente insabbiati. Il paradosso, e stavolta lo segnala Lorenzo Guadagnucci, uno della Diaz, è che della giustizia ottenuta nei tribunali non ce ne siamo fatti niente.

Sì, la crisi ci mette gli uni contro gli altri, ricorda Vittorio Agnoletto ma ci sono ancora dei fili che ci tengono insieme. Ma anche qui c’è un paradosso. Ed è questo: che tutti ci dipingono come degli anti-Stato ma siamo gli unici a difendere lo stato di diritto, a credere nei diritti universali. Non è solo l’estabilshment a non aver voluto mettere bocca nei fatti di Genova ma anche tanta parte della società civile ha preferito guardare dall’altra parte. L’ex portavoce del Gsf di allora ritiene che anche questo abbia contribuito a un’ulteriore degenerazione del tessuto sociale e politico.

Il paradosso è che il capo della polizia di allora sia appena diventato il manager della principale industria bellica dopo essere stato il capo di tutti i servizi segreti del paese. Anche il miagolio di qualche foglia di fico in Parlamento è uno dei paradossi di questa storia. Nessuno di loro ha messo il naso in piazza Alimonda. Solo un leader nazionale, Ferrero del Prc, s’è mostrato – con la discrezione dovuta – tra il popolo di Piazza Carlo Giuliani. Il paradosso è che per prendere parola in mezzo a questa gente un ispettore di polizia sia dovuto andare in pensione: il sindacalismo di polizia – spiega – è morto quando il portavoce di De Gennaro, che era un sindacalista importantissimo, sbarrò la strada ai legali e ai parlamentari che volevano entrare alla Diaz dicendo che tutto quel sangue era di ferite pregresse. E paradossi in fondo a questo catalogo sono le nomine fresche e soprendenti a questori del funzionario che liberò a Milano la nipote di Mubarak e dei dirigenti che hanno gestito il rapimento della donna kazaka e di sua figlia. Il paradosso è che uno dei giornali “progressisti” ha scatenato alla vigilia una polemica contro la presenza annunciata di Sergio Segio, uno che comunque ha pagato ogni sua pendenza con la giustizia. La lettera che ha spedito a chi è venuto a Genova per parlare di amnistia sociale è stata letta da Enrica Bartesaghi ed è disponibile sul sito del comitato Verità e giustizia per Genova.

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